La leggenda degli orologi danzanti – Monica Vagni

14328857_324719007878957_1597174735_nL’ingombrante ingranaggio si mise in moto con un rumore stridulo. La forza motrice si azionò per sollevare i pesanti pesi attaccati a funi tese all’interno della struttura, in modo da far muovere le lancette. Nonostante risalisse a molti secoli fa, erano state apportate alcune migliorie che l’avevano mantenuto funzionante. Scoccò mezzogiorno. Le lancette dorate erano perfettamente allineante in verticale sul maestoso quadrante della stazione cittadina di Anler. La torre dell’orologio era la più alta della città e faceva parte di un complesso gotico che aveva visto ormai diversi secoli di luci e ombre.
Erano le dodici e quindici quando Emeli, una volta scesa dal convoglio, si chiese se era il caso di mettere sotto i denti qualcosa. Non aveva nemmeno fatto colazione e ora il suo stomaco reclamava cibo a suon di brontolii.
Uscì dal complesso e si concesse una passeggiata per l’antico borgo, un susseguirsi infinito di strade in salita e discesa, fino a quando non decise di fermarsi in un locale storico per mangiare.
Avrebbe alloggiato per qualche giorno in un ostello frequentato da studenti e viandanti; una volta che fu da sola nella sua stanza tirò fuori dalla valigia una mappa, sulla quale erano state segnalate, oltre alle vie cittadine, antiche dimore e luoghi che valeva la pena visitare.
La esaminò attentamente. Il luogo che cercava non era contrassegnato, perché probabilmente era considerato irrilevante per il turismo locale.
Una vecchia leggenda nella cittadina di Anler narra di una singolare costruzione nel bosco, nel quale un infinito numero di orologi prendono vita nel silenzio tombale della natura. Si dice che danzino nel vento, e che siano in grado di ridare il tempo a chi l’ha perso..”così cominciava la storia che l’aveva incantata.
Rimasta colpita da quelle parole, voleva saperne di più e così, dopo aver riposato adeguatamente, uscì a pomeriggio inoltrato per chiedere informazioni. Vide un anziano, seduto da solo su una panchina dei giardini.
Avrebbe chiesto a lui.
L’uomo, sentendo le parole della ragazza, disse che si era imbattuta nella leggenda degli orologi danzanti, una vecchia storia che si raccontava ai bambini per farli zittire quando piangevano. Si diceva loro di ascoltare il tintinnio delle lancette dei milioni di orologi che fluttuavano nell’aria, come se danzassero. Il custode di tali oggetti era un uomo che, secondo la leggenda locale, avrebbe donato del tempo prezioso a quei bambini solamente se avrebbero smesso di fare i capricci. “Non ci crederai, ma, da bambino, alcune volte mi pareva davvero di sentire un lontano ticchettio di lancette.”
Spiegò che la costruzione nel bosco, sede da oltre mezzo secolo della leggenda, era una fabbrica di orologi ormai abbandonata a causa di strane infiltrazioni d’acqua che l’avevano resa inaccessibile. All’epoca erano stati costruiti orologi di tutti i tipi, anche per esportarli all’estero.
“Tuttavia molte persone, che si sono recate sul posto, hanno visto soltanto i resti di una vecchia fabbrica”continuò.
Si diceva che, nonostante tutto, fosse ancora in buono stato, come se il tempo misteriosamente si fosse fermato per conservarla .
Per arrivarci bisognava passare il ponte sovrastante il fiume, che divideva in due sponde la cittadina, per poi immergersi nella fitta vegetazione boschiva.

Scendeva l’imbrunire quando, dopo aver attraversato il ponte, Emeli si fece strada tra betulle e salici piangenti, strappando di volta in volta fastidiose rampicanti che la ostacolavano.
Si stava avvicinando al cuore del bosco ed il buio era più nero della pece.
Che cosa avrebbe fatto se non fosse riuscita più a tornare indietro?
Indugiò sul da farsi, ma poi qualcosa la spinse ad andare avanti.
Avanzò di qualche metro, e davanti a lei si materializzò, come d’incanto, una villa dai mattoni rossi, costituita da due ali e diverse torri. In cima svettava una torre che aveva incastonato tra le sue mura un bellissimo orologio. Una lampada, stranamente accesa e posizionata all’entrata, illuminava come un faro una parte della struttura, tagliando l’oscurità in quella che sarebbe stata una notte senza luna.
Si avvicinò al portone d’accesso. Provò a bussare insistentemente diverse volte, servendosi del batacchio. I tonfi profondi della sua insistenza ruppero il silenzio della sera. Non ottenne alcuna risposta. Provò di nuovo, e stavolta il portone si aprì davanti a lei.
Non era del tutto spalancato, ma lo era abbastanza per farla entrare. Dall’altra parte però ad attenderla non c’era nessuno.
Vedeva solo il buio, e solamente quando la porta alle sue spalle si richiuse, una luce illuminò lo spazio circostante: tutt’intorno erano sospesi milioni di orologi di differenti forme e misure che emettevano una rumorosa sinfonia di ticchettii, mentre volteggiavano sospesi nel vuoto come danzatori. Si erano zittiti fino a quel momento.
Ai piedi di un’ampia scalinata c’era un uomo che la osservava. Una folta barba intessuta di fili argentei contornava un volto incolore e scavato ed era in contrasto con gli occhi scuri e scrutatori.
Indossava una tunica candida che gli copriva i piedi.
“Io sono il custode del tempo. Sapevo che saresti venuta prima o poi. È per questo che mi sono mostrato. Sei giunta fino a qui perché vorresti riavere indietro tutto il tempo che hai perduto in passato. Perché credi che potrei esaudire la tua richiesta?”
Soppesò le parole prima di rispondere.
“Perché credo di meritare questa possibilità” azzardò lei.
L’uomo si mise a ridere, ma subito dopo il suo volto si fece nuovamente serio.
“In realtà, anche se fosse possibile, nessuno meriterebbe di avere questa possibilità.
Emeli, sei tu che hai deciso come spendere il tuo tempo. Esso irreversibilmente scorre solo in avanti. Nessuno può ridarti indietro il tempo che hai già speso. Neanche io che ne sono il custode. Quello che abbiamo a disposizione è un quantitativo di tempo sempre nuovo, ma a volte nemmeno ci accorgiamo di quanto veloce ogni giorno scorra davanti ai nostri occhi.
La mente umana, tramite i ricordi, è in grado di riportare indietro il tempo a determinati eventi. Un sogno ad occhi aperti che si dissocia completamente dalla realtà che avanza. Ma in tal modo si rischia di rimanere intrappolati nei ricordi, una sorta di rifugio irreale.
Piuttosto pericoloso, non trovi?”
Annuì, convinta da quelle sagge parole.
“Il migliore ed unico modo che possiedi per riavere il tempo perso è guardare avanti” continuò.
Si avvicinò a lei. Tra le mani aveva qualcosa che brillava.
Era una piccola sfera di luce che improvvisamente si sollevò attirata verso l’alto da una forza invisibile. Fluttuò lentamente nell’aria trasformandosi in un orologio da taschino, infinesi posò nelle mani di Emeli.
“Quest’orologio rappresenta il nuovo tempo a tua disposizione. Utilizzalo come meglio credi” concluse l’uomo prima di sparire e lasciare la casa sommersa in un ticchettio, che a mano a mano si spegneva e lasciava posto nuovamente solo al silenzio.
Emeli s’incamminò nella notte più speranzosa che mai verso la vita futura, perché ora sapeva come riavere il tempo perduto.

Monica Vagni

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