#MercoledìDeiSensi: Sesto senso – Anna Fresu

5-senses-main-fotoEra una mattina come tutte le altre. Né più, né meno. Mi ero alzata presto, come tutte le mattine. A scuola entravo alle otto e mezza, ma è lontana da casa mia, e preferisco andarci con i mezzi pubblici. Non che sia una patita di autobus e affini ma è che detesto vedere quelle file interminabili di macchine con una sola persona dentro. E poi così posso guardare fuori dal finestrino, leggere un libro o pensare a cosa raccontare ai miei studenti. Mi alzo alle sei perché mi piace fare le cose con calma, prendermi tutto il mio tempo sotto la doccia e fare una colazione lenta e abbondante, magari guardando le ultime notizie su internet. Per queste mie abitudini a molti sembro un tipo tranquillo, ma si sbagliano. Tranquilla, figurati, non lo ero nemmeno nel grembo di mia madre. Controllata sì; o almeno ci provo e a volte – non sempre – ci riesco anche.
Era la solita mattina grigia, cupa, come lo sono le mattine d’inverno dalle mie parti. Di sole, neanche l’ombra. E anche questo è normale. C’ero solo io alla fermata dell’autobus. Autobus che non passava mai, ma quel giorno era più in ritardo del solito (e va detto che, comunque, quel ritardo io l’avevo calcolato). Dopo un po’ comunque cominciai a sentirmi inquieta e a smadonnare fra me e me (forse anche a voce alta, tanto non c’era nessun altro). Ma ecco che sotto l’alone giallo di un lampione comincia ad avanzare una figura, anche lei grigia come il tempo. Se fosse uomo o donna non si capiva bene. Si fermò a pochi passi da me e restò immobile, sembrava non respirasse. Non volevo guardarla (pareva brutto, lo so) e cercavo di non farlo ma cominciai a sentire una strana agitazione che cercavo di nascondere dando un’occhiata all’orologio, aggiustandomi la sciarpa sul collo (per poco non mi strozzavo), sistemandomi la tracolla sulla spalla, camminando su e giù. Che diavolo mi stava prendendo? Dov’era finito il mio controllo? E l’autobus, l’autobus non passava mai.

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