Stockholm Syndrome – Federica Nicosia

i-ricordi-possono-essere-impiantati-1200x800“This is the last time I’ll abandon you
And this is
The last time I’ll forget you
I wish I could.”

Muse, “Stockholm Syndrome”

Credo che ciascuno di noi abbia una capacità, un’abilità peculiare profondamente invidiatagli dal resto del mondo, mentre il “fortunato” la percepisce più come una condanna che come un dono.

Una tantum, non mi trovo ad essere l’eccezione alla regola. Peccato. Io adoro essere eccezionale.

Convivo, da che ne ho memoria, con un terribile fardello: nessun dettaglio, nessuna componente, nessun termine di un qualsivoglia sistema, idealizzato o vissuto, lascia il mio archivio interiore. È tremendo, dover immagazzinare tutto senza soluzione di continuità né possibilità di controllo. E ancora peggio è non saper rimuovere. Io ci provo. Ci provo sempre. Ho tanti cassetti che vorrei svuotare, tra testa e cuore, ma non sono mai abbastanza decisa, e quindi la mole di roba vecchia ed ingombrante aumenta sempre più, tanto da poter essere paragonata al risultato di anni e anni di disposofobia, o accumulo compulsivo, come preferite. Certo, da un lato significa non dover lasciare andare ciò che resta dei grandi momenti, della felicità, della bellezza. Ricordo bene i giorni migliori della mia vita, e ancora meglio quelli che la gente comune definirebbe “da dimenticare”, ma che io, che dimenticare non so, raccolgo sotto la dicitura “tristi”. Tutto. Il primo viaggio in aereo, l’America, la perdita del mio drago di peluche – che in realtà mia madre aveva scambiato in lavatrice, decidendo in seguito di farlo sparire dalla circolazione per evitare le ire di una sedicenne sconvolta -, i quadri iniziati e mai finiti perché trovo sempre quello che cerco a metà del percorso, tipo quel genio di Leonardo da Vinci. Ma adoro essere insoddisfatta, continuare una ricerca anche oltre il suo iniziale obiettivo, per il puro gusto di comprendere ciò che si cela dietro il superficiale piacere dovuto al raggiungimento di un traguardo che si rivela essere solo un giro di boa.
Tutti la vedono così: una preziosa possibilità di poter ricorrere alle memorie allegre nelle difficoltà. Nemmeno fossi destinata, un giorno, a trovarmi davanti un Dissennatore e quindi ad aver bisogno di evocare un Patronus.

Nessuno, invece, la prende un po’ più sul patetico-esistenziale, come faccio io, ma non a caso i miei genitori mi hanno chiamata Azure: l’azzurro è il colore che, secondo alcune credenze, rispecchia l’inquietudine dell’animo. E io mi sono sempre vestita di tutte le sfumature di mestizia. Le giornate più cariche di malinconia, in realtà, sono quelle più permeate di realtà, per me, e quelle in cui mi sento maggiormente libera di lasciare che il mio estro prenda il volo. Difatti la vita stessa, in tutti i suoi incroci e vicoli ciechi, è la forma più completa d’arte. La spensieratezza, la serenità e il sorriso perennemente stampato sul volto, quelli sì che sono i fautori di una truffa colossale. La libertà e la pace personale sono un sogno. Ci sarà sempre qualcosa a turbarci, a far porre a noi stessi domande che non stanno né in cielo né in terra, a costringerci a rannicchiarci per proteggerci dal resto del mondo o a spingerci ad immergerci nel tepore di un’anima che lo abita. A piegarci in due senza mai spezzarci, in una pena perpetua.

Nel mio caso, questo aguzzino lo individuo nell’amore. O forse nell’idea dell’amore. Non l’ho ancora capito. Non l’ho capito perché alla fine l’amore non lo so cos’è. Credevo di averlo capito perché pensavo di averlo sperimentato, nella sua espressione più alta. Se dovessi dare una definizione di amore probabilmente risponderei con un nome, ma sbaglierei. L’amore è amore quando siamo io e un altro e va bene così. Altrimenti, è fantasia. Non che io non ami fantasticare.

Proprio per questa mia avvezione all’immaginazione, quando tutto quello che ho sperato, sognato e aspettato nel corso del tempo speso – investito – ad amare e a tentare di rieducare l’Amore all’amore, è andato in frantumi, non ho potuto provare risentimento. Niente rabbia, rancore o voglia di vendetta. Tutto il patimento era figlio della più pura gioia, e quindi non potevo demonizzarlo. Al contrario, quasi l’ho indossato come una seconda pelle, continuando a trascinarlo con me fino ad oggi, e forse ancora ne manca, di tempo, fino a quando arriverà l’occasione di denudarmi nuovamente. È un caso astrattamente iconico di sindrome di Stoccolma: riverenza per il principio della mia desolazione, attaccamento viscerale ai ricordi ad esso correlati, predisposizione a ulteriore pena pur di riappropriarmi delle fasi di gioia.

Non è ricordare il tocco leggero di una mano, né il timbro rasserenante di una voce o il freddo curativo di uno sguardo, a dare sintomi d’astinenza. Sono piuttosto le fugaci reminiscenze delle sensazioni che generava l’essere inconsapevolmente sotto tortura a partorire il desiderio d’essere ancora prigioniera.

Se potessi, forse sceglierei di cancellare tutti i trascorsi marchiati d’amore, o desidererei non averli mai vissuti. Oppure, forse no.
È possibile che il ricordo sia sorgente d’acque non limpide, che intorbidano l’essere, ma se esse continuano a scorrere, prima o poi si mesceranno con vita nuova e torneranno ad essere cristalline. È necessario passare attraverso l’avvelenamento dell’animo, per imparare a superare il dolore attraverso il dolore stesso. Lo spiegava l’anno scorso il prof di greco, in una digressione su Eschilo. “Pàthei màthos”, ovvero la consapevolezza tramite la sofferenza, questo era uno dei suoi principi. Mi colpì particolarmente, quella lezione.

«AZURE BROOKLYN MALONEY, NON FARTI CHIAMARE UN’ALTRA VOLTA. LA CENA È PRONTA!»

Mia madre è entrata e si è messa a urlare per sovrastare il volume dello stereo, che diffonde in camera mia – e forse in tutto l’isolato – le note di Absolution, un album dei Muse. Firmo questo ennesimo di “penna selvaggia”, come dico quando alcune cose le scrivo senza motivo né fine. Ho buttato giù innumerevoli pagine, ma non riesco mai a trovare il coraggio di propormi seriamente a qualche esperto come giovane… scrittrice?

Ci penserò, magari. Un giorno, sì. Prima o poi. No, non è vero. Scarabocchio le mie iniziali e la data:

ABM, 14.II.2017

Infilo rapida mente la porta e mi precipito in cucina, per non dover sorbire ulteriormente il brontolare i miei. Prossimo obiettivo: andare a vivere da sola.

Federica Nicosia

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Mi chiamo Federica e sono di Scafati, una città nella provincia di Salerno. Ho vissuto lì fino a quando, nel 2014, sono stata ammessa alla Scuola Militare Aeronautica “Giulio Douhet”, a Firenze, dove a settembre comincerò il mio terzo anno di frequenza. Ho la passione, e la necessità, della scrittura da dodici, tredici anni, più o meno da quando, dopo la separazione dei miei, ho cominciato a mettere per iscritto quello che non riuscivo a tenere per me e che però non potevo esternare. Più che riuscire nei vari concorsi letterari che decidevo di affrontare, non ho mai fatto molto per emergere. Ma ora sento il bisogni di condividere, e di mettere le mie parole, figlie del vissuto, al servizio di chi ne ha bisogno. Nell’ultimo periodo ho sperimentato la stesura di versi liberi, e mi ci sono ritrovata molto. Alla scrittura affianco l’amore per la musica e per l’arte, specie quella moderna e contemporanea.
Che dire, magari sono un po’ piccola, inesperta (compio diciott’anni a settembre), ma ho cercato a lungo un luogo (anche figurato), un modo per esprimermi, e grazie ad una persona, che per me è stata ed è un punto di riferimento, sono arrivata a voi. E credo di aver trovato ciò che ho desiderato a lungo.

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