#MercoledìDeiSensi: Trauma – Davide Brioschi

5-senses-main-fotoUna suora chiude un bambino in un bagno dell’asilo. Lo fa sedere a forza sul vasino e gli dice: se non la fai, arriverà un mostro che ti taglierà la pancia e se la prenderà tutta. Al bambino viene un blocco intestinale.
È esattamente così che ho avvertito il primo. Non è un pensiero. Non sento queste parole come le sentireste voi. Non è una vocina nella mia testa che parla, come quando si pensa. Non è nemmeno come un’allucinazione o un sogno. Non vedo le scene che avverto.
Le avverto. È tutto ciò che so. La sensazione che ho è la stessa che si prova quando si capisce qualcosa per la prima volta, dopo aver cercato di comprenderla senza mai riuscirci per troppo tempo.
Una donna è a terra sul pavimento di casa sua. Il cellulare le squilla, e a parlare è il marito della sorella. Le dice che ha raggiunto il cervello, che quelle macchie scure ora erano lì, non più solo nel seno. La donna urla.
La chiamo «empatia radicale», ma è davvero un nome sbagliato. Non sento emozioni, io avverto i traumi delle persone. Il super potere più frustrante dell’universo, a meno che tu non sia uno psicoterapeuta. Nel qual caso, sai che avresti comunque bisogno di uno psicologo a tua volta.
I luoghi affollati sono un inferno. Anche la più radiosa e serena delle persone che hai attorno trascina dietro di sé i suoi traumi, tanti cadaveri che non vogliono mai decomporsi incatenati alle caviglie dei passanti.
Un ragazzo marina la scuola. Il padre lo viene a sapere e lo prende a calci nel parcheggio, poi nel corridoio, poi nell’aula davanti a tutti i compagni, finché il posto in cui affondavano i piedi del padre non è protetto da una sedia.
Non li controllo, o posso controllarli relativamente. Ma arrivano. Non sono pazza: qualche volta ho chiesto conferma se quello che sapevo fosse vero. Nessuno però vorrebbe mai sentirsi dire una cosa del tipo: «Hey, giusto per sapere se sono una psicopatica, mi diresti se è vero che quando avevi otto anni hai visto tuo zio stuprare tua sorella e non hai fatto nulla?».
Così ho dovuto aspettare che avvertissi il trauma di un amico, uno di cui potessimo parlare, per poter avere le mie conferme e smettere di prendere lo Xanax.

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