Noi combattiamo così la nostra paura – Orsola Lejeune

noi-combattiamo-cosi-la-nostra-pauraSono a cena fuori, quando la signora seduta al tavolo accanto a me dice qualcosa agli amici. Non capisco bene cosa stia dicendo, ma nel brusio della folla spiccano due parole che messe insieme stridono nelle mie orecchie: “Attacco” e “Parigi”.
“Cosa ha detto?” penso fra me e me. I miei amici continuano a parlare, ma non presto attenzione ai loro discorsi. Pesco il cellulare dalla borsa e apro Facebook. Non so perché, ma forse è il metodo più veloce per essere aggiornati sugli ultimi eventi. Appena apro l’applicazione, mi si stende davanti una serie infinita di post con un titolo pressoché sempre uguale: “Attacco terroristico a Parigi”.
Il panico mi attanaglia per un momento. La mia amica accanto a me deve aver visto qualcosa cambiare sul mio viso, perché interrompe le sue chiacchiere chiedendomi “Che succede?”. Tutto il tavolo tace. Mi stanno guardando tutti in attesa, ma non so come dirlo. Mi limito a leggere il titolo del primo articolo che mi capita sottomano: “Parigi, attentati in vari punti della città.”.
Mentre lo leggo, la parola Parigi continua a rimbombarmi in testa. Parigi… Parigi… Parigi.
“Oddio l’Anna!” urlo in mezzo al ristorante.
Diverse persone si girano a guardarmi, ma in questo momento non potrebbe interessarmi di meno.
Chiudo Facebook e apro l’applicazione di messaggistica istantanea. Nello stesso momento arriva un messaggio da parte di mia sorella.
“Anna sta bene.”
Abbasso il cellulare, che negli ultimi minuti ho stretto tanto da farmi male alle mani, chiudo gli occhi e prendo due o tre respiri. Mia cugina, quella con cui sono cresciuta, sta bene.
Per un attimo ho sentito del sollievo, nel mio egoismo ho iniziato di nuovo a respirare.
Un attimo dopo però mi ripiomba addosso una consapevolezza: ci sono stati più attentati a Parigi. Come è successo? Perché? Come hanno potuto fare una cosa del genere?
La cena ha finito di essere divertente. Nel ristorante iniziano ad essere mormorate sempre quelle due parole, come ripetute all’infinito, come un eco: “Attentato”, “Parigi”.
Lasciamo più o meno tutti i piatti pieni e ci spostiamo nella sala fumatori con un caffè e i cellulari alla mano. Cerchiamo di capire cosa stia succedendo.
Sono stati fatti attentati in diverse zone della città, con diverse modalità, e tutti più o meno contemporaneamente. Un’altra cosa che sconvolge è che sono stati fatti in zone di divertimento contro persone comuni, come se questa sera fossero entrati in questo ristorante e dal nulla ci avessero sparato.
Non me ne capacito.
E via via che il numero dei morti aumenta, riesco a capacitarmene sempre meno.
Scrivo un messaggio a mia cugina:
“Anna” non so cos’altro aggiungere.
“Sto bene” risponde lei.
“Sì, lo so, hai paura?” Non risponde direttamente alla domanda.
“Sono a casa di un mio amico, vicino alla zona di un attentato. Stavamo preparando la festa per una bambina, abbiamo la casa piena di palloncini. Dobbiamo trovare il modo di sgonfiarli piano e uno a uno perché se ne scoppia qualcuno, potrebbe provocare del panico inutile.”
Basta questo racconto per capire che di paura ce n’è e molta.
“Mi dispiace.”
E’ l’unica cosa che mi viene da scrivere.
Assurdo. Dei palloncini che scoppiano potrebbero terrorizzare a morte delle persone che sono chiuse nelle case vicine, con le orecchie tese a percepire anche il minimo rumore.
Paura.
Questo è vero e proprio terrore. Terroristico. E’ quello l’intento, terrorizzare intere popolazioni.
Saluto i miei amici con un gran mal di stomaco, la pancia piena e l’adrenalina che mi scorre in corpo come fuoco. Ho fretta di tornare a casa.
Domattina mi devo alzare presto, ma è un’incombenza quotidiana troppo assurda per coincidere con quella strage epocale.
“Domattina mi devo alzare presto”
Penso a quanto è gretto il mio pensiero. A Parigi ci saranno persone terrorizzate, che cercano di sopravvivere agli spari provenienti da una balconata del teatro, mescolandosi ai cadaveri di chi avevano vicino, rimanendo immobili, sperando che lo sparo successivo non li colpisca. Ci saranno parenti in cerca dei propri cari, ci saranno le linee intasate. Madri, fratelli, sorelle, mariti, mogli, nonni, zie, cugini, fidanzati che cercheranno disperatamente i propri cari che magari, poche ore prima, sulla porta di casa hanno pronunciato con leggerezza poche parole prima di uscire: “Ci vediamo dopo.”
Vita quotidiana, normale. Devastata.
“Non me ne frega nulla se domani mi devo alzare presto.”
E’ il pensiero successivo.
Apro il portone di casa e trovo tutta la famiglia sul divano, in silenzio, con la tv accesa.
Nessuno dice una parola, nessuno mi saluta. Continuano tutti a fissare la tv.
L’ultimo attentato deve ancora risolversi e sono tutti tesi.
Mi siedo, rispettando il silenzio degli altri. Non mi levo neanche la giacca, e cerco di capire cosa sia cambiato da quando sono salita in macchina per tornare a casa.
Il numero dei morti sale, continua a salire.
“Perché?”
Interrompo il silenzio così.
Si girano tutti a guardarmi, nessuno risponde.
Torno a guardare la tv, ma dopo un po’ sbotto. Non lo sopporto più tutto quel silenzio, ho bisogno di sentire parole umane. Ho bisogno che qualcuno mi dica qualcosa, qualsiasi cosa, che mi possa far sentire una voce vicina, che non provenga dalla tv.
“Perché?”
Dico a voce ancora più alta.
Mio fratello mi guarda accigliato.
“Orsola non c’è un perché! Sono matti! Sono fanatici!”
Finalmente qualcuno mi ha risposto. Dovevo sentire una voce, bastava quello.
Ci deve essere un perché. Per uccidere tutte quelle persone, ci deve essere.
Rimaniamo per diverse ore davanti alla tv, fino a notte fonda, cercando nuove informazioni, cercando uno spiraglio.
In realtà, per diverse ore, si passano i collegamenti diversi giornalisti e ripetono sempre più o meno le stesse cose, ogni volta con qualche aggiunta in più, e noi quelle aggiunte ce le beviamo, come potrebbero fare gli assetati con un bel bicchiere d’acqua. Abbiamo bisogno di sapere in tempo reale.
L’ultimo attentato viene risolto.
Il bilancio non è positivo.
Il bilancio è terribile.
I sopravvissuti dell’ultimo attentato escono. Li guardo, cerco di scoprire le loro espressioni.
“Dio, come hanno fatto…” bisbiglio tra me.
A un certo punto, quasi di comune accordo, decidiamo di andare a dormire, per ora non si riesce a sapere nulla di nuovo.
Certo è che quelle immagini di Parigi come fosse un campo di guerra, con forze militari ovunque e le strade deserte mi segue anche a letto.
Chiudo gli occhi cercando di dormire. “Domani mi devo alzare presto.” Mi dico di nuovo.
Riesco a dormire per uno stralcio della notte in maniera discontinua e con un sonno agitato. Sento caldo, poi freddo, le gambe si agitano, le posizioni non sono comode e la mia testa continua a tornare a quelle immagini.
Suona la sveglia.
Esclamo quasi di gioia. Non ne potevo più di rigirarmi in continuazione.
Vado in bagno, mi vesto, faccio colazione con una tazza di cereali, mi infilo la giacca, mi blocco.
“Dio! Devo prendere l’autobus!”
Non ci avevo pensato fino a quel momento. Lo prendo tutte le mattine, devo raggiungere il teatro nel centro storico della città, dove lavoro. Non mi ero mai posta il problema.
Oggi sembra un ostacolo insormontabile. Non so come fare.
“Posso darmi malata? No. Devo prendere l’autobus. Che assurdità è questa che ora mi faccio problemi per prendere un autobus?”
Continuo a ragionare tra me e me per convincermi che sarà come tutti i giorni: prendi l’autobus, scendi, cammini un po’, arrivi a teatro.
Cerco di ripetermi mentalmente il percorso che faccio tutti i giorni, non so perché, ma mi tranquillizza.
Arrivo alla fermata e mi guardo intorno spaurita.
Di solito la mattina arrivo a quella fermata ancora mezza assonnata, come se camminassi in fase REM, con gli occhi semichiusi e le cuffie con la musica nelle orecchie ad alto volume per darmi energia.
Oggi sono guardinga, attenta, osservo tutti quelli che stanno aspettando l’autobus con me. Li scruto come a carpirne dei segreti. Le borse, le borse più grosse o gli zaini mi terrorizzano, le cuffie nelle orecchie le avevo messe come d’abitudine ma le tolgo subito, voglio sentire tutti i rumori che ho intorno, anche i più piccoli.
Arriva l’autobus, si aprono le porte, è meno pieno del solito. Guardo quelle porte aperte indecisa, ce la posso fare?
In qualche modo a lavoro ci devo andare e mi butto, a capofitto, quasi chiudendo gli occhi mentre lo faccio.
Eccoci. Mi ritrovo imprigionata in un autobus in corsa.
Sento il respiro che si fa più veloce e superficiale, le mani iniziano a sudarmi tanto che sento scivolare il palo che mi serve a stare in equilibrio quando l’autobus frena o accelera. Lo stringo talmente forte tanto che le nocche mi diventano bianche, inizia a girarmi la testa. La signora che è accanto a me mi urta con un braccio e sobbalzo. Le mie sensazioni sono amplificate: i rumori anche più lievi sono fortissimi, il contatto casuale e lieve con altre persone mi sembrano pugni nello stomaco, la luce mattutina mi sembra intensissima.
Mi metto gli occhiali da sole e cerco di calmarmi.
In questo momento sembro un qualsiasi animale impaurito e vorrei avere una tana. Il mio corpo è rattrappito dalla paura e in procinto di recedere, per andare dove non si sa.
Sono immobilizzata. Completamente immobile, con tutti i muscoli tesi e pronti a scattare in caso di pericolo.
Cerco di calmarmi analizzando la situazione, cercando di essere più razionale di così. Non mi riesce, il panico si è già impadronito di me. L’unica cosa che posso fare è contare. Inizio a contare, cercando di concentrarmi sui numeri, cercando di non pensare a chi ho intorno, cercando di non pensare che mi sto sentendo morire dalla paura.
Arrivo a milletrecento cinquantacinque ed ecco la mia fermata. Mi butto giù dall’autobus il più velocemente possibile, in pratica fuggo.
L’aria fresca fuori è buonissima. Buonissima nel senso che mi sembra che abbia un odore che sa di nuovo, che sa di bello, che sa di libertà di movimento.
Mi fermo un attimo a riprendere fiato e poi mi avvio a teatro.
Ecco appunto, il teatro.
Uno degli attentati è stato fatto proprio a teatro.
Sono diversi anni ormai che il teatro è diventato la mia seconda casa, anzi forse la prima, sto più lì che in quella che ancora chiamo casa.
Passo la maggior parte delle mie giornate fra i velluti rossi, gli stucchi dorati e la moquette morbida sotto i piedi.
Accolgo tutte le varietà di pubblico, rispondo a domande assurde, ad altre più ragionevoli, do informazioni, chiamo i segnali prima dell’inizio dello spettacolo, indico le toilette, strappo i biglietti. Faccio tantissime cose in quel teatro, voglio bene a quel teatro, molto.
Oggi mi terrorizza anche quello ed è una sensazione strana, disorientante.
E dire che ieri notte ero sì sconvolta, ma non pensavo che il giorno dopo avrei avuto paura. Pensavo che i parigini in effetti sarebbero stati terrorizzati il giorno dopo una strage di quel calibro, ma non io.
E invece eccomi, sono terrorizzata dalla mia stessa ombra.
Vado nello spogliatoio a cambiarmi e trovo le mie colleghe. Abbiamo tutte gli occhi cerchiati, le espressioni stanche, abbiamo dormito veramente poco stanotte, ognuna racconta di essersi fermata davanti alla tv per capire cosa fosse successo.
“… e poi è successo proprio in un teatro.”
E’ una cosa che molte di noi stavano pensando, ma nessuna aveva avuto il cuore di dire.
“No. Per favore no.”
“Non lo dire.”
“No, basta.”
Tutte noi insorgiamo contro chi ha dato voce al pensiero comune, ma non vogliamo sentirlo dire a voce alta, perché concretizza quella paura che ci attanaglia. Abbiamo paura, il teatro deve aprire. Oggi più che mai, deve aprire.
Mentre mi dirigo verso le porte che a minuti dovranno essere aperte, mi viene automatico di ricrearmi nei pensieri un attentato qui, proprio qui in questo teatro. Mi viene automatico di ripensare alle vie di fuga, ai passaggi segreti e antichi che conosciamo solo noi maschere che riusciamo a sparire da una parte per poi ricomparire dall’altra, senza che nessuno si spieghi da dove siamo passate. Penso a qualcuno che si mette a sparare dal palco centrale, penso a come far uscire il pubblico il più rapidamente possibile, penso che lo nasconderei in anditi segreti del teatro che una persona esterna non potrebbe mai trovare, penso alle uscite segrete e ai camminamenti bui che dovrei fargli attraversare, dovrebbero comportarsi in maniera composta perché quei corridoi sono stretti e se dovessi farli passare di lì e fossero agitati dal panico, sarebbe un problema. Un grosso problema.
“Cosa stai facendo?”
Una mia collega mi sta fissando. Intuisco che mi avesse appena fatto una domanda. Ero talmente presa dai miei pensieri che non me ne ero nemmeno accorta.
“Sto pensando alle vie di fuga.” Le rispondo semplicemente.
“L’ho fatto anch’io prima, è normale.”
Normale? Come fa a essere normale una cosa del genere? Non è normale per niente.
Siamo entrati nel regime del terrore. Quello che volevano ottenere. Ci stiamo facendo trasportare, senza neanche accorgercene.
“Ora basta. Apriamo la porta e facciamo entrare queste scolaresche che sono fuori e si stanno gelando.”
La vita riprende, piano, piano, la giornata scorre viscosa, lenta. Ogni ora fa fatica a passare. Ogni poco il pensiero torna lì, a Parigi, a quella povera gente che è stata ammazzata senza neanche un perché ben chiaro in testa.
Arrivata a sera mi sembrano passati almeno tre giorni da quella stessa mattina. Il tempo scorre in maniera diversa, se è attraversato continuamente da una vena di paura.
Il giorno dopo sarà un po’ più veloce.
Quello dopo ancora un altro pochino più veloce.
E così via, fino a tornare a una quasi normalità.
Ho detto “quasi normalità”, perché in realtà un po’ di paura di sottofondo è rimasta. Le notizie continuano a tirare fuori nuove vicende di panico collettivo: «Allarme nella capitale. “Uomo armato” semina panico a Roma Termini. Ma era solo un fucile giocattolo.» e continuano a stimolare la nostra paura, come un pungolo lieve ma continuo. Come una goccia che cade nel cuore della notte, e tu ti ci fissi e non riesci a sentire altro che quella, amplificata dalla continuità della sua presenza nel tempo. Ecco accade proprio la stessa cosa con la paura, giorno per giorno.
Accade proprio con gli incubi, che ultimamente faccio sempre più spesso e mi danno un sonno leggero.
Paura, paura, paura. Passerà?
Non lo so, onestamente non lo so.
L’unica cosa che so è che, paura o no, quelle porte del teatro continueranno ad essere aperte giorno per giorno, combattendo i demoni di quella paura continua, che ad un certo punto risulta essere anche piuttosto irragionevole.
Quei velluti rossi continueranno ad ospitare storie e fantasia, cultura e grandi artisti, sogni in tutti i sensi.
Noi combattiamo così la nostra paura.

Orsola Lejeune

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