Il barone Von Cruiff – Antonio Rispoli

Era notte, quando su un piccolo villaggio di montagna si abbatté una forte tempesta. Grandi nuvoloni neri come la pece oscurarono il cielo, illuminato solo dai tanti lampi che lo squarciavano.
In questo piccolo villaggio si ergeva un maestoso castello abbandonato dall’aspetto sinistro, dove fin da tempo immemore venivano raccontate delle leggende su chi ci viveva, e spesso in questi racconti venivano dette cose inverosimili e spaventose.
Quella notte, però, una delle tante leggende diventò realtà. Infatti nelle segrete del castello vi era una bara, e ad ogni tuono l’essere che ci dormiva dentro cominciava a svegliarsi.
Ad un certo punto il coperchio si spostò e un lampo, illuminando la bara, fece intravedere lunghe unghie nere. L’essere afferrò con forza i bordi della bara e, sollevandosi con una velocità allucinante, si mostrò in tutto il suo orrore. Aveva una faccia bianchissima con nerissime occhiaie e un naso fine e appuntito. Facendo uno sbadiglio, mostrò i suoi lunghi canini affilati, che, illuminati dai lampi, luccicavano come pietre preziose. Era il barone Van Von Cruiff, morto ormai mille anni prima che, diventato vampiro, si svegliava di tanto in tanto solo per procurarsi del cibo.
 Scocciato per un risveglio così turbolento, si stropicciò gli occhi e, sollevandosi, mise un piede fuori dalla bara per uscire, ma il suo lungo mantello s’impigliò in un chiodo che fuoriusciva dalla bara e, quando il barone provò a scendere con l’altro piede, c’inciampò dentro e cadde con la faccia a terra, urlando per il dolore.
«Signore, tutto bene?» disse un ragno, suo servitore, che era accorso per vedere cosa fosse successo.
Il barone, sentendo la sua voce, scattò subito in piedi per non mostrarsi in difficoltà, ma poi, dolorante, si portò le mani alla bocca. «Credo di effermi sfcheggiato un denfe», rispose Van mentre cercava di controllare in qualche modo. 
Ad un certo punto, mentre verificava, si accorse che aveva scheggiato proprio un canino. Dispiaciuto e anche un po’ innervosito dalla sua goffaggine, stava per sferrare un pugno al muro, ma riuscì a fermarsi giusto in tempo pensando che si sarebbe fatto male. Purtroppo urtò una vecchia armatura che, non appena fu sfiorata, fece cadere l’elmo sul piede del povero malcapitato. Poco dopo si trovò a saltare per le segrete tenendosi il piede e, non appena notò che il ragno era ancora lì, si fermò di colpo cercando di riacquistare un contegno davanti al suo servitore, che intanto se la rideva sotto i baffi.
«Dov’è la mia cena?» chiese il barone, cercando di spostare l’attenzione su qualcosa di meno umiliante per lui.
«Mi è giunta notizia che nel villaggio c’è una vergine», rispose il ragno.
«Bene è da tempo che non succhio sangue di una vergine, dimmi dove devo andare!»
«Signore, se vuole l’accompagno io.»
«E va bene, andiamo!» e, trasformandosi in un pipistrello, si caricò il ragno in spalla e svolazzarono via dal castello.
Arrivati davanti alla casa della vergine, il barone atterrò sulla finestra della sua vittima, e, tornando alla sua forma originale, posò il ragno sul davanzale e cercò di aprire la finestra, stando molto attento a non fare rumore. Come un felino, s’introdusse nella camera e con passo lento e letale si avvicinò al letto. Con la bava alla bocca, pregustando il suo lauto pasto, appena sollevò le coperte si trovò davanti ad un ragazzo di circa venti anni, molto grasso e pieno di brufoli, con pochi capelli e denti gialli, oltre ad avere un alito asfissiante.
«Dove diavolo mi hai portato?» disse il barone al suo sottoposto, portandosi la mano davanti alla bocca per la forte puzza.
«Da una vergine. Di questi tempi cosa si aspettava?» rispose lui.
«Maledetto, me la pagherai molto cara!» dopo di che, sempre attento a non fare rumore, si affacciò alla finestra e, caricandosi il suo servitore in spalla, si trasformò e spiccò il volo.
«Padrone, perché non ha chiuso la finestra?» chiese il ragno, sempre molto attento ai particolari.
«Fidati che con tutta quella puzza mi avrebbe ringraziato.»
«E adesso dove andiamo?» chiese il ragno notando che il suo padrone volava dalla direzione opposta al suo castello.
«Vado a procacciarmi il cibo, poiché tu come al solito non fai niente», rispose il barone infastidito.
«E dove stiamo andando?»
«Non lo so, seguo il mio olfatto che sicuramente funziona meglio dei tuoi informatori.»
Intanto che parlavano erano giunti davanti a una piccola casa di campagna fatta di legno e con grandi ettari di terreno coltivati. Il barone, come aveva fatto in precedenza, posò a terra il suo servitore e. tornando alla sua forma primaria, si avvicinò alla finestra. Infilò le sue lunghe unghie sotto la finestra e spostando il piccolo gancetto che la teneva chiusa riuscì ad aprirla, dopo di che s’infilò in casa e come suo solito si avvicinò al letto. Sollevò le coperte e si trovò davanti una vecchia signora senza denti, che si svegliò di soprassalto. «Chi shei tu?» chiese la donna spaventata.
«Sono il barone Von Cruiff e credo che dovrò andare a farmi dare un’occhiata dal medico. Il mio olfatto era infallibile» rispose Van sconsolato, mentre il ragno, che aveva assistito a tutta la scena, se la rideva di gusto.
«Cosa? Tu sei il barone Von Cruiff? Van Von Cruiff?» chiese la donna, mentre con la mano andava a tentoni sul comodino alla disperata ricerca dei suoi occhiali.
«Sì, sono io», rispose il barone sorpreso dalla sua reazione.
La donna allora gli saltò al collo e, tenendolo ben stretto, cominciò a baciarlo, mentre lui cercava di liberarsi dalla sua morsa.
«Ma cosa vuoi?» disse il barone infastidito.
«Non ti ricordi? Tu ed io siamo stati fidanzati», rispose la donna, stringendolo sempre di più quasi a togliergli il fiato che ormai da secoli non aveva più.
«Ci deve essere un errore», provò ad allontanarla invano, ma poi, vedendo che non riusciva a staccarsela di dosso, gli sferrò un pugno in pancia e, appena lei allentò la presa, gliene sferrò un altro in viso, facendola così cadere sul letto senza sensi. In seguito si diede una sistemata e, passandosi la mano tra i capelli, si avvicinò alla finestra, dove intanto il suo servitore si stava ribaltando dalle risate.
«Che cosa ridi?» chiese il barone infuriato.
«Ahahah…Non aveva detto che il suo olfatto era infallibile?»
Van a quell’offesa stava per schiaffeggiarlo, ma poi la sua attenzione si spostò su un odore dolce e appetitoso e zittendo il suo servitore tornò sui suoi passi. Spostandosi in un’altra camera, si trovò davanti un letto a baldacchino, dove ci dormiva una bellissima ragazza pressoché ventenne con lunghi capelli biondi e labbra carnose. Entusiasta per aver trovato tale prelibatezza e soprattutto felice per aver smentito il suo servitore, si avvicinò al letto, ma il suo mantello s’impiglio in un candeliere acceso che, cadendo, fece rotolare una candela vicino alla corda che teneva su il lampadario. Il barone, non accorgendosi di ciò, salì sul letto e, proprio quando stava per morderla, il lampadario cadde facendo un gran fracasso. Il rumore fece svegliare la ragazza di soprassalto e sollevandosi all’improvviso gli diede una testata nello stomaco.
Il povero malcapitato, dolorante, cadde dal letto e andò a finire col mento sulla sedia vicino a un piccolo scrittoio, scheggiandosi così l’altro canino. Mentre la ragazza urlava spaventata, lui con le mani al volto e molto dolorante cominciò a barcollare per la stanza e, non vedendo niente, inciampò nella coperta e così finì fuori dalla finestra.
Intanto si stava facendo l’alba e il povero vampiro raccolse quel poco di dignità che aveva e, afferrando il suo servitore, svolazzò verso casa lasciando dietro di sé solo macerie.
Alla fine arrivato al castello, anche se era molto affamato, pensò bene di andare a riposare e così tutto ammaccato si diresse nelle segrete, dove si addormento con la speranza che la prossima volta gli sarebbe andata meglio.

Antonio Rispoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *