Sweet Dreams – Federica Nicosia

aaronfeaver_digitaltemplemagazine“Sweet dreams are made of this
Who am I to disagree?
I travel the world and the seven seas
Everybody’s looking for something.”

Eurythmics, Sweet Dreams

Mi ritrovo sempre qui, in un’alba di silenzio e riflessi, come se tutti i miei sogni fossero rami di un fusto che si nutre di luce pura.
Apro gli occhi, e nelle pupille ho ancora lo spettro delle mie visioni. Città colorate ed edifici titanici, per un’onirica follia architettonica che mi accompagna anche da sveglia, quando si tramuta in quella frenesia poetica semplicisticamente identificata come estro.

Il sogno è ventre gravido di idee, espressione in potenza delle fantasie sepolte, chiave d’accesso all’intimo nucleo emozionale. Il sogno è il punto di partenza per il resto della vita.
Scrivo poesie. Non poesie serie. Poesie belle. Poesie belle perchè raccontano una verità individuale ma comunemente ammissibile e reinterpretabile. Scrivo poesie sui sogni. Miei e degli altri. Adoro ascoltare i sogni della gente. Da piccola -fino a non molto tempo fa, invero- volevo diventare un’esploratrice di sogni. Volevo diventare una… onironauta. Era un bel sogno.

Guardo la sveglia a forma di maialino, sul comodino di fianco al letto. Mancano quarantuno secondi alle sette. Li uso per pensare alla giornata che mi aspetta: Allegra, la mia amica di sempre, mi ha chiesto di scattarle qualche foto da allegare alla sua scheda di presentazione per un’audizione teatrale. Abbiamo scelto come ambientazione il punto più alto della regione, colle Dren, che dista poco da qui.
Mi alzo, cercando di tenere il pensiero lontano dall’accecante notte appena trascorsa. Mentre mi preparo -c’è da camminare un casino, quindi i pantaloni della tuta e la felpa dei Serpeverde vanno più che bene- cerco di visualizzare nella testa le pose ideali per la mia modella: rannicchiata su una roccia con lo sguardo perso nel vuoto, seduta a gambe incrociate sull’erba con un fiore tra le mani, o di spalle all’obiettivo, sull’orlo della rupe, con una macchina da scrivere accanto ai piedi. Sono convinta che, bella e sicura com’è, sarebbe perfetta in qualsiasi posizione.

Faccio colazione con mia sorella Lou, che ha nove anni e materia grigia sconfinata. Chiacchiero con lei della scuola e delle sue lezioni di canto, che prende dalla mia vecchia insegnante di musica. È una bambina davvero talentuosa, e incondizionatamente altruista.
«Zuzu, non avevi appuntamento con Allegra alle otto?» mi chiede poi, con sguardo perplesso. Butto un occhio all’orologio: le sette e cinquantasei. Scatto dalla sedia per rimettere a posto la cucina, ma Lou mi prende per la manica e mi dice di andare, che se la vede lei. Io la stritolo in un abbraccio di ringraziamento e infilo la porta di corsa.

Allegra mi aspetta impaziente alla stazione. Quando arrivo le bacio la guancia con aria colpevole e lei scoppia a ridere. Prendiamo il treno pochi minuti dopo, un Voyager che ci lascia proprio alle pendici di colle Dren.
La salita non è poi così dura. Ci mettiamo un’ora scarsa per arrivare in cima, sulla piana che fa da belvedere, e prima di cominciare il servizio ci squadriamo a vicenda per controllare che sia tutto a posto. Le sistemo una ciocca di capelli dietro l’orecchio, poi faccio un rettangolo con le dita a mo’ di inquadratura per esaminarle meglio il viso. «Scioglili» le suggerisco, indicando la coda ramata che le poggia sulla spalla. Mentre lei cura gli ultimi dettagli di trucco e vestiario, io do uno dei miei cd in pasto allo stereo. È quello che uso solo per gli shooting di Allegra, con le sue canzoni preferite: c’è un po’ di Coldplay, qualche brano dei Green Day e gli immancabili The Lumineers. Gente un po’ troppo moderna per me – sono affezionata alla vecchia scuola – ma lei li adora. Averli in sottofondo la aiuta a distendersi.
Sposto lo sguardo su di lei. È bellissima. C’è solo un particolare che non quadra. Prendo una salvietta struccante e gliela passo su labbra e occhi. «Devi essere tu. Solo tu.»
Mi guarda con una faccia esasperatamente divertita, fa qualche passo indietro e allarga le braccia: «Dimmi cosa devo fare…» dice dandomi carta bianca. «Vai lì e fai finta di guardarti intorno» le rispondo indicando un punto al centro della distesa verde. Annuisce, e si incammina. Provo a scattare mentre è in movimento per controllare le condizioni della macchina fotografica: perfette. Quando arriva dove stabilito, si pianta sul viso un’espressione incuriosita e sposta lo sguardo dal cielo agli alberi a me. Ci muoviamo un po’ e arriviamo ad un ruscello, dunque le dico di comportarsi come se fosse molto stanca. Si inginocchia sulle sponde del rivo e immerge le mani nell’acqua gelida e cristallina, a dissetarsi dopo una grande fatica. È una bella immagine.

Continuiamo a scattare per l’intera mattinata, poi ci prendiamo una pausa per pranzare e guardare il risultato del lavoro appena fatto. Le fotografie sono venute bene: il paesaggio è magnifico e Allegra è meravigliosa. Tuttavia, manca qualcosa. Lei non lo nota, è soddisfatta.
Si alza una brezza piacevole. Allegra rovescia la testa indietro e chiude gli occhi, è davvero esausta. Eppure non si scompone nemmeno quando è priva di forze: i capelli sono ancora al loro posto, appena scompigliati dal venticello che soffia, e il viso è sereno e appagato. Ha sempre sognato di diventare famosa, e lavora duro per realizzarsi.

Il sogno è bocciolo eternamente immaturo, frutto acerbo mai commestibile. Fortunato è colui il quale riesce a coglierlo nella pienezza del suo splendore, a nutrirsene e sentirsi poi sazio per sempre. Folle si chiama chi rincorre il suo desiderio in salita sui pendii dell’esistenza; eroe quello che giunge in cima portando in spalla il successo. Coraggioso si fa il tale che decide di rendere sogno la propria vita.

La sua è una perfezione da immortalare: statuaria eppure indubbiamente naturale. Sfilo silenziosamente la macchina fotografica dall’astuccio e scatto due o tre volte. Sequenze impeccabili. La potenza espressiva della sua innata indole istrionica è sconfinata, anche quando è immobile e inconsapevole.
Nel frattempo lei ha aperto gli occhi. Mi guarda interrogativa, e io di rimando le allungo le bozze istantanee sputate dalla fotocamera. Lei le guarda e sorride radiosa. «Sono davvero bellissime» sussurra «anche migliori di quelle di stamattina». Ne sono convinta anch’io. «Non c’è bisogno di tanti espedienti se il soggetto sei tu», le dico facendole l’occhiolino. Le suggerisco di presentare quell’unico scatto. All’inizio sembra interdetta, ma poi prende in considerazione l’idea.

Il pomeriggio lo teniamo per noi. Stendiamo due asciugamani per terra e ci stendiamo l’una accanto all’altra. Allegra si addormenta quasi subito, mentre io mi ritrovo a pensare agli incubi di luce della notte prima. Non che abbia paura di dimenticarli: non posso mai. Piuttosto è la loro rincorrenza ad averli ormai appiccicati alla mia bacheca cerebrale, facendoli saltellare da un polo grigio all’altro tutte le notti. Penso di sognare quello che mi manca: colore, calore. Riempio questo vuoto anche con la fotografia: mi sembra, tramite l’obiettivo, di essere in grado di catturare l’anima dei soggetti e fare miei i loro punti di forza, le loro fortune, finanche i loro esistenziali buchi neri, che apprezzo più delle gioie, perchè li capisco. Perchè li condivido.
Do un altro sguardo alle foto e alla mia amatissima amica. Sono travolta da una strana, volatile felicità.

Mi sveglio col fuoco negli occhi. Un petalo carminio infiamma il cielo, sfumato in tutte le sue tinte più calde. Allungo il braccio per prendere la macchina fotografica, ma non la trovo. «Ho già fatto io» mi rassicura Allegra da un punto indefinito alle mie spalle «ero sicura che avresti voluto immortalare lo spettacolo. Ora però dobbiamo andare, il prossimo treno per la città è anche l’ultimo.»
Per rientrare scegliamo la strada più facile: un centinaio di metri a valle c’è l’entrata della funicolare, che porta in poco più di dieci minuti alle pendici del colle. Siamo proprio senza energie, quindi arranchiamo fino al botteghino della società di trasporti e compriamo due biglietti. Mi perdo nel tramonto bruciante che avvolge il panorama e quando la funivia si ferma mi sembra passato un sacco di tempo. Concentriamo tutto quello che ci resta in uno scatto fino al treno, l’ultimo di oggi, che sta per partire.

Dopo esserci sistemate e aver divorato due panini comprati al bar nella carrozza dopo la nostra, Allegra si spreme le meningi su un cruciverba, mentre io, distratta, butto giù qualche schizzo del paesaggio che scorre fuori sul bloc-notes che porto sempre con me. Di tanto in tanto alzo la matita dalla pagina per avere un’idea di quello che sta scaturendo dalla mia testa – nemmeno me ne rendo conto – e appunto qualche commento a bordo pagina, che sia una critica o un pensiero che nasce dall’osservazione della me che non conosco. Poi improvvisamente una voce, a metà tra il lascivo e l’audace, rompe il silenzio che prima era disturbato solo dallo sferragliare del treno: Annie Lennox mi avvisa che c’è una chiamata in arrivo. È mio padre. «Ehi pa’, qui tutto bene. Stiamo rientrando, mezz’ora e siamo in città» lo rassicuro. È uscito prima dall’ufficio per non farci tornare a casa da sole. Che caro, papà. Vorrei che tutti potessero avere la fortuna di esser figli di un uomo come lui. Fa il pompiere e quindi a casa non c’è quasi mai, ma quando può passa sempre il suo tempo libero con me e Lou.

Dopo aver riagganciato la telefonata, mi lascio andare alle mie fantasie, guidata dall’alternanza di quadri bucolici che sembrano disegnati dalla mano di un mastro pittore, il più esperto di tutti, che però un sacco di gente usa solo chiamare “Dio”. «Azure» sussurra Allegra «va tutto bene?», col tono di chi conosce già la risposta. Non sono mai riuscita a nasconderle a lungo qualcosa, perchè mi è stata accanto in così tante situazioni, belle e brutte, che ormai sa interpretare qualsiasi mio silenzio, sguardo o fremito. La fisso, e non riesco a trattenere le lacrime. Lei sospira e viene a sedersi accanto a me e mi abbraccia col suo abbraccio caldo, e così vorrei sprofondare dentro lei e la sua serenità. Adoro poter lasciare la mia tristezza bollente rigarmi le guance e non sentirmi dire di piantarla. «Mia piccola Zuzu» dice accarezzandomi i capelli «so che non puoi lasciarlo andare, ma almeno prova a spostarlo nel cassetto delle cose passate». Come se non ci avessi provato. Sono passati mesi da quando se n’è andato, portando con sé tutta la luce che mi aveva regalato, eppure è dentro di me come quando eravamo poco più che conoscenti e io ancora vivevo per scoprire ed imparare. E ora, quella luce, la inseguo ad occhi chiusi. Mi chiedo spesso come sarebbe potuta andare, e ancora più frequentemente se la ristretta parentesi di assoluta bellezza ed eterea pienezza non sia stata, in realtà, un altro dei miei viaggi in solitaria. Non so se voglio una risposta.

«Dammi qualche giorno per mettere a posto le foto e stamparle» dico ad Allegra mentre la stringo fortissimo per salutarla. Sua madre ci sorride dall’uscio di casa. Lei scende dalla macchina dopo aver lanciato un bacio a mio padre – zio Dan, per lei – e mi sorride. «Ci vediamo domani a scuola» mi assicura. Ha saltato spesso le lezioni, in questi giorni. Preferiva prepararsi alle audizioni. La capisco. Annuisco e mi sforzo di sorriderle.

Il sogno è l’arma più potente di un uomo. Egli può distruggere, nel compiere per esso una lotta sfrenata. Può distruggersi, se si lascia spezzare dal peso dell’irrealizzabilità. Perchè non basta crederci, non basta volerlo. Per il sogno si muore. Bisogna morire. Il sogno esige la rinascita dello spirito, del cuore. Dell’io. Ed esige forza. La forza di risorgere, nonostante le incertezze.
Non tutti i sogni si avverano.

 

Federica Nicosia

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