A due passi da casa – Davide Brioschi

10547995_10207148942511000_5038389874002827077_oAll’aeroporto ho solo sentito come uno spillo affondarmi in gola, proprio dove sporge il pomo d’Adamo. Le parole hanno cominciato a ostruirmi il respiro, un nugolo di pensieri che mi strangolava mentre salutavo mia madre e mia sorella.
Dicono che la prima notte sia la peggiore. Mentre dormi non c’è niente che ti distragga dal fare i conti con te stesso. L’ho passata a ripetermi quello che ho detto alla mia famiglia il giorno della partenza: sarò a due passi da casa. Ma l’ho detto perché ci credessero loro, io so la verità.
Un’ora e mezza d’aereo non sono due passi da casa.
Non credo nemmeno che la peggiore sia la prima notte. Il vero inferno sono le prime due settimane. Trova una casa, apri il conto in banca, cambia numero di cellulare, cerca un medico di base. Quando mi chiedono per quale motivo sono venuto qui, se non cominciassi spiegando che è per l’università, la gente crederebbe che sono in un programma di protezione testimoni.

Sai, io non credo che potrò mai amare questo posto. Non ora almeno. Ho scoperto che quando ho paura riesco a odiare qualsiasi cosa. La casa in cui sono ora, quella temporanea, in un primo momento mi ha terrorizzato. Nelle foto non era così, ho pensato.
Le foto sono state scattate due anni fa, e sono sul sito di annunci da allora.
La proprietaria ha un problema di accumulo di generi alimentari. In cucina ho visto spezie prelevate da radici, foglie e pistilli di piante che credo siano estinte. Lei non butta nulla. Sono il curry, i semi di cumino e il garam masala ad avere lei, non il contrario.
A Londra funziona così per qualsiasi studente che voglia risparmiare un po’ sull’affitto: alloggi in una casa temporanea per qualche tempo e, nelle prime asfissianti settimane di soggiorno, prendi appuntamenti per vedere camere definitive, quelle dei contratti a lungo termine.
Le quattro pareti che ti circonderanno per un tempo necessario a far diventare la rabbia qualcosa d’altro.
Nel tempo di una tazza di caffè americano devi capire che andrai d’accordo fino all’autunno successivo con chi te l’ha offerta. Sembra una cosa complessa, ma per me è davvero facile capirlo. Non ricordo mai le clausole contrattuali delle stanze che vedo, perché in quei frangenti guardo in basso, ma non vedo il foglio che ho in mano. Cerco se sul pavimento ci sono briciole, capelli o insetti morti. Quando gli inquilini parlano di cosa fanno nella vita, io osservo le loro unghie. Tante mezzelune corte e seghettate significano tensione. Lo stesso se ogni dito termina con un arrossamento lucido, la smerigliatura lasciata dagli incisivi quando troncano una pellicina che non c’è.
Lo so che credi sia stupido, ma finora ha funzionato. Le dita sono solo l’inizio.
Osservo le cose che sarebbero impolverate in casa mia: libri su mensole troppo alte, mappamondi, lampadari così intricati da non poter essere puliti una volta a settimana. Tutte queste cose sono perdonabili.
Un lavandino pieno di stoviglie da lavare, immerse in una palude in cui il cibo si trasforma lentamente di nuovo in qualcosa di vivo, significa: fallo tu.
Queste case traboccano dei sintomi di chi ci vive. Una sana non esiste: è questione di scegliere che malattia prendere.
Lo ammetto: non dev’essere facile avere un colloquio con me. Gli inquilini in genere mi chiedono cosa mi piace fare, quali sono i miei hobby. Io credo che per sapere se andrai d’accordo con qualcuno devi capire cosa detesta.
Così non rifletto mai indietro le loro domande. Niente «e tu?». Chiedo sempre cosa non gli piacerebbe che io facessi.
C’è una domanda di rito che mi fanno sempre sull’uscio di casa. Prima di aprire la porta, come se saperlo fosse un prerequisito per farmi entrare, mi chiedono da quanto sono qui. Da lunedì, rispondo. Appena una settimana. Puntualmente gli inquilini mi fissano, le sopracciglia vanno alla deriva verso l’attaccatura dei capelli e mi dicono che wow, sono coraggioso. Non ho mai capito questo senso di ammirazione: credevo di stare facendo una cosa da tutti, niente di eccezionale.
Ma ho capito che nel venire qui non c’è niente di semplice o scontato.
Nonostante ciò, esattamente come quando prendevo un bel voto durante la triennale, ho sempre la sensazione di non stare facendo niente di speciale.

La seconda casa che sono andato a vedere era abitata da una ragazza bosniaca e due sudamericani.
So che te l’ho detto molte volte, ma quando mi sento in pericolo mento con tutte le forze che ho.
Troveresti più facile allontanare dalla tua vita una persona sgradevole o una strana?
Be’, sta a sentire: io, la bosniaca e i due sudamericani eravamo in salotto. Avevo già visto la camera e, a parte il parquet rovinato dagli artigli di non so quale animale, andava tutto bene. Uno dei due, seduto sul divano di pelle color caffè macchiato, aveva ricevuto un messaggio. Era di un amico che diceva di aver preso dell’MD di pessima qualità, quindi per qualche giorno non si sarebbe fatto vedere.
Il sudamericano l’ha letto in spagnolo, ad alta voce, e gli altri due sono scoppiati a ridere.
Sbellicarsi per una cosa del genere non è schadenfreude?
Non chiedermi perché l’ho fatto, ma gli ho detto che io non potrei mai prendere una droga sintetica. Così, tanto per giustificare il fatto che non ridessi. Ho detto loro che, in realtà, potrei morirci. Ho delle strane reazioni coi farmaci, che sono tarati e dosati al milligrammo, figuriamoci con della roba tagliata con altra roba di cui non so nulla. Ho spiegato che mio padre ha un’allergia agli antipiretici. Questo è vero: con la tachipirina la febbre gli sale. Se durante un’influenza prende il farmaco sbagliato, potrebbe morire arso da dentro. Un rogo al contrario, ho detto.
Strana. Ecco quale delle due persone allontanerei io: con la sgradevolezza puoi anche venire a patti, ma la stranezza è inquietante.
Quella sera ho preso appuntamento per vedere altre due camere.

Qui è importante sapere se in casa c’è una buona pressione dell’acqua. Lo avresti mai immaginato? Io non sapevo nemmeno che potesse venire a mancare, l’acqua.
Nella casa di Bethnal Green, ecco dove ho imparato che quando sei lontano da casa anche quello che normalmente è invisibile e scontato può diventare un problema.
Mentre ti stai lavando potrebbe smettere di uscire l’acqua dal soffione della doccia, anche per ore. Rimani lì, in piedi nella vasca, né sporco né pulito, mentre cerchi di non sfiorare nemmeno con la punta delle dita la tendina di plastica giallastra che ti circonda.
O almeno, così mi sono immaginato la scena in quel bagno comune nella casa di Bethnal Green.
L’inquilino mi spiegava queste cose, mi diceva che lì la pressione dell’acqua era ottima, ma la mia testa era già altrove.
Cos’erano quelle macchie nere sulla moquette?

Stamattina mi sono svegliato credendo di stare nella mia camera a circa tre stati da qui, ma non era nostalgia quella che sentivo. Vorrei svegliarmi in una casa che mi appartenga per più di una settimana senza rinnovare un contratto. Quello che mi manca di casa è il suo non essere provvisoria. Il fatto che sia appunto mia.
È casa.
Come diceva quella canzone: «se la mia vita è in affitto / e non imparo a comprare / allora non merito più di ciò che ho / perché nulla di quel che possiedo è realmente mio(1)».
Pensi che la tua vita sia in affitto? Credo che la mia lo fosse, prima.
Quando l’aereo ha accelerato, e tutto fuori dall’oblò ha cominciato a correre dietro di me. Una mamma, un papà, una sorella, un cane, la migliore amica, gli amici, tutto sfrecciava alle mie spalle, ma girandomi vedevo solo il sedile. Quando tutta la mia vita scorreva e si sbobinava impazzita davanti ai miei occhi, e io non riuscivo a capire cosa provavo perché gli ansiolitici si aggrappano alle lacrime e le tengono dentro: per loro tristezza e paura di volare sono la stessa cosa.
È stato in quell’attimo che forse ho comprato la mia vita: il momento in cui mi sono preparato a sentirmi realmente vivo, a due passi da casa.
Pistola alla testa, a chi confesseresti una vergogna così grande da farti contrarre le viscere: a un malato terminale o a un alcolista?

(1) La canzone in questione è Life For Rent di Dido.

Davide Brioschi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *