Simpatia (Synpateia) – Mariapia Crisafulli

studio-4Ogni volta che scrutavo i suoi occhi immersi nello specchio, vedevo mille punti interrogativi fluttuargli intorno. Era sempre più difficile indagare i suoi pensieri, capire il corso che seguivano. Forse nemmeno lui sapeva dove lo avrebbero portato. Ma non temeva il viaggio dentro di sé, neppure quello più incerto e profondo.
Amava ricordarlo così: con queste poche righe accostate alla sua foto, nella pagina più segreta del suo diario. Aveva iniziato a scrivere dei suoi giorni da adulta, e questo un po’ la intimidiva. Era bella, Lea, aveva un sorriso che stupiva per la sua indomita dolcezza. Era bella perché, nonostante tutto, lei capiva sempre ciò che aveva di fronte e ciò che ognuno si portava dentro. Lei scriveva degli altri: annotava le cronache delle sue giornate seguendo le orme di chi, in tutti i suoi anni da professionista, aveva incontrato. E amato. In quelle poche righe aveva racchiuso, ad esempio, la storia con Edoardo. Loro non erano una coppia di amanti né di amici: erano due umani che si erano incontrati per sbaglio sulla stessa strada mentre aspettavano qualcun altro e, stanchi dell’attesa, avevano deciso di farsi compagnia. Capita a molti, capita di ritrovarsi soli in mezzo alla gente, dopo essersi persi a furia di inseguire chi non li avrebbe mai aspettati. Lea era una terapeuta forse troppo disillusa, al tempo; Edoardo un suo paziente fin troppo entusiasta di un amore finito male, tanto da diventare pazzo per il dolore dell’abbandono. Venti sedute, molte delle quali simili eppure tutte diverse: Lea ascoltava e annotava, domandava e sorrideva, gli porgeva lo specchio per mostrargli cos’era e cosa sarebbe potuto diventare. Era buffo, all’inizio: parlare a se stessi tramite uno specchio; parlare all’altra tramite smorfie. Era stato un caso duro per lei, ma in qualche modo salvifico. Spesso gli psicologi riescono a rintracciare, a lenire le loro ferite guarendo quelle degli altri. Ogni seduta, così, diventava un’occasione di cambiamento anche per se stessa. Dopo tutto quel tempo da terapeuta, era arrivata a una conclusione: che sia amore, amicizia, odio o persino indifferenza, il rapporto che si crea spontaneamente tra due esseri umani è un legame mistico: puoi non parlare, non sentire, non vedere… ma il tuo corpo trasmette un’energia che solo una mente altra è in grado di recepire e ricambiare. Quell’energia intercorreva tra il suo sguardo assorto e il sorriso insperato di chi, impaziente, ogni giorno le sedeva di fronte. Edoardo era stata una bella energia, forse la più bella di tutte. Lui le raccontava di come l’arte lo stava salvando distogliendolo dai ricordi, le insegnava a usare nuovi linguaggi: le immagini, i suoni, le parole in mezzo al foglio… era stata quasi costretta a reinventarsi per entrare in comunicazione con lui. E questo le aveva fatto bene. Lea era mite, solare… ma in quegli anni l’ombra del divorzio aveva rischiato di incupirla. Capita spesso, capita che i matrimoni finiscono anche tra chi fa di tutto, con tanto di stoffa del mestiere, per recuperarli. E capita che bisogna combattere, nascondere il dolore tuffandosi a capofitto in quello di qualcun altro. Qualcun altro che difficilmente riesce a intendere il tuo, di dolore. Edoardo non lo aveva inteso, nemmeno lui; però lo comprendeva: era simile al suo. I suoi sforzi per superarlo, sulle direttive di Lea, erano finiti col diventare gli sforzi stessi di Lea. Lei gli diceva cosa fare, lui le rispondeva come, effettivamente, aveva fatto, ed entrambi provavano quelle mosse. Insieme. Guarendosi a vicenda. Non aveva sue notizie da più di un anno, aveva imparato a non affezionarsi ai pazienti, ma lui le mancava, le mancava la forza che, senza volerlo, era riuscito a trasmetterle. Dopo di lui, su quella poltrona, ne sono passate tante di facce, tutte diverse e tutte simili. Aveva scritto anche di loro. Eppure, ogni sera, sul suo diario amava scorrere sempre lo stesso profilo: l’Edoardo che ce l’aveva fatta, affinché ce la facesse anche lei.

Mariapia Crisafulli

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