Estratto – Mariapia Crisafulli

p051b052_640x422“Ma si può sapere a cosa pensi?”
Jacques, ancora immerso nei suoi pensieri, all’udir quella voce familiare si voltò, e con grande sorpresa vide Luis Granò con il sigaro spento in bocca, che barcollante gli andava incontro.
“Tra poco verrà l’alba” continuò “e tu sei ancora sveglio a contemplare non si sa cosa.”
“E tu, invece?” rispose Jacques “Tu cosa ci fai sveglio, per così dire, a quest’ora?”
“Io? Io mi preoccupo per te! Ti ho visto dalla finestra girovagare per il giardino. Forse oggi ti ho messo in confusione, io non…”
Granò non riuscì a completare la frase, interrotto dalla mano di Jacques che d’un tratto, con un fugace e dolce gesto, gli indicò l’orizzonte.
“Ci siamo. Guarda. Come posso dormire sapendo che fuori, a due passi dal mio letto, c’è un qualcosa di simile?”
Granò seguì con lo sguardo il dito di Jacques che lo condusse a un variopinto connubio tra cielo e mare
“Jacques, è un’alba, non capisco tutto questo tuo stupore!”
“No, amico mio, non è un’alba. E’ l’alba.”
Luis Granò ne aveva visti di albe e tramonti, ma non ne aveva mai vissuti. Per lui erano dei fenomeni naturali, niente più niente meno; dei fenomeni esatti, ciclici, spontanei: sempre uguali.
“Chiudi gli occhi, Luis, e non pensare al sole, soffermati piuttosto sulla luce che esso emana, basta anche solo quella che attraversa le tue palpebre”
Non rispose. Sorrise. Con il cuore s’inchinò per ricambiare il saluto che il sole, come buon auspicio, gli aveva porto, trasmettendogli un materno calore che quasi scioglieva il suo innato cinismo.
“Jacques, anch’io ho un sogno. Non l’ho mai detto a nessuno, ma ogni sera ho un pensiero che mi rimbomba nella testa: un treno. Un treno che percorre tutte le strade del mondo, e io lì sopra, con accanto la donna che amo e tra le mani un libro dalle pagine infinte, purché sia il libro più travolgente che sia mai stato scritto.”
“Luis, sei innamorato?” Lo interruppe Jacques, incredulo di quelle parole
“Lo sono stato, e purtroppo non so se riuscirò ad amare davvero così un’altra volta.”
Prese un attimo di pausa, estrasse un fiammifero dalla tasca, accese il sigaro e continuò: “Ma se un giorno questo dovesse accadere, spero che quello sia il giorno della partenza, così da poter trascinare all’istante colei che è stata capace di far battere di nuovo il mio atrofizzato cuore nel vagone più lussuoso. Quasi furtivamente, senza averle neanche chiesto se fosse disposta a seguirmi. Bella scena, vero? Peccato che io poi ritorni con i piedi sotto le coperte e la testa ben salda sul cuscino, e prenda coscienza del fatto che ormai è tardi. Ho quasi sessant’anni, il mio tempo se n’è andato. E forse è meglio così.”
“Perché dici questo?” Lo rimproverò l’amico.
“Vedi, Jacques, l’amore, spesso, è bello quando si guarda e non quando si vive. Quando lo si sogna, quando, nell’immaginario, rispecchia le tue aspettative. Perché se ci stai troppo dentro finisci per perderlo di vista, mentre da solo arriva a un capolinea, un fantomatico e prevedibile ultimo atto. Un po’ come a teatro, ma tutto questo senza che tu possa esserti goduto appieno lo spettacolo”
“Cosa vuoi da dirmi, amico mio?”
Luis Granò era un uomo tutto d’un pezzo: rigido, rigoroso… incredibilmente pragmatico. Ma quella mattina aveva ceduto -e stava per cedere ancora- alla forza cosmica, per troppo tempo celata, dei suoi sentimenti. Era la prima volta che Jacques, suo amico da molti anni, intravedeva in lui una sfumatura di nostalgica tristezza.
“Ero ancora un ragazzo” Cominciò Granò, mentre ricordava una lontana eppure nitida vita, davanti allo sguardo incredulo di chi, con dolcezza e meraviglia, lo stava ascoltando.
“E’ passato molto tempo da allora, ma, non nonostante i miei sforzi, non sono mai riuscito a dimenticarla. Prima di arrivare qui io ero distrutto, volevo addirittura farla finita. È stato un amico di mio padre a parlarmi di Maison, dove, grazie al lavoro, sono rinato, ma pur sempre dalle mie ferite non del tutto rimarginate.”
Fece un altro tiro di sigaro, il più profondo di tutti, e totalmente si aprì all’amico: “Lei era bellissima; gli occhi color smeraldo e lunghi capelli ramati… sembrava una ninfa. E poi il suo sorriso, nel suo sorriso c’era qualcosa che non pensavo neanche potesse esistere. Io ne ho conosciute tante di donne, mi piacevano tutte, ma in verità non ne volevo nessuna. Lei però mi rubò il cuore. Per la prima volta, a primo impatto, non mi colpì la bellezza né i modi: io mi innamorai del suo sorriso e della semplicità che emana. E dei suoi occhi, così limpidi, dolci e sinceri… racchiudevano un mondo inesplorato. In quegli occhi io riconobbi me stesso e mi parve di conoscere lei da sempre. Quello sguardo mi perseguita, Jacques, è la mia malattia, ma al contempo è anche la mia guarigione. Sai, io ho passato una vita intera a pensare e a non capire nulla, l’unica cosa che ho capito, l’unica dannata cosa che non avrei mai voluto capire, è che l’amavo e che la amo ancora: amo il suo ricordo”
Jacques non disse nulla, lo ascoltò senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle emozioni subalterne che apparivano sul suo volto. Emozioni che neanche lui, pur amando Leonora più di ogni altra cosa, aveva mai provato. Sarà che l’amore vero è sinonimo di dolore, sarà che l’amore ha mille facce, mille sfumature e poche vie d’uscita, ma il sentimento che emanavano gli occhi di Luis Granò era qualcosa di diverso, di più forte dell’amore convenzionale, qualcosa che si allontanava dall’unione carnale tra un uomo e una donna.
Quello doveva essere un amore tra anime: inalienabile, incomprensibile, indescrivibile… e per questo mai completo e felice: una fitta al cuore, fitta che alimenta i suoi battiti.

Mariapia Crisafulli

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