Cercavo degli occhi – Orsola Lejeune

1“Anni fa, quando mi chiedevi dove andassi tutte le mattine e io facevo il misterioso, non ti rispondevo mai. Non hai mai insistito, ma ora dopo anni ho deciso di risponderti. Cercavo degli occhi.
L’avevo incontrato per caso a un laboratorio teatrale. A quel laboratorio, quando io uscivo, lui entrava. Era assurdo, non c’eravamo mai rivolti la parola, ma bastava guardarsi.
Ogni volta prima di entrare ero agitato, cercavo di incoraggiarmi a parlargli.
Appena varcavo la soglia, lo cercavo disperato. Le poche volte che non lo trovavo mi rovinavo la giornata, quando invece c’era, bastava uno sguardo per rasserenarla. Era un gioco.
Ovviamente il corso finì e io non trovai mai il coraggio di rivolgergli la parola. Che cosa avrei potuto dirgli?
Non lo so, comunque persi l’occasione.
L’ultimo giorno decisi che non poteva finire così, decisi che l’aria che c’era fra noi, ogni volta che ci passavamo accanto, vibrava troppo per essere ignorata. Decisi di andare a cercare i nominativi di tutti i partecipanti al corso, erano esposti su una bacheca, non fu difficile.
Li copiai tutti su un foglio e appena tornato a casa li cercai su Facebook.
Ci volle poco per trovarlo: Mattia Bastreghi.
Non potevo cercare un approccio su un Social Network.
Allora feci una scommessa con me stesso: se fossi riuscito ad avvicinarmi a lui ancora una volta nella realtà, avrei giocato il tutto per tutto, mi sarei buttato come un kamikaze, poi come sarebbe andata non importava. Io il mio tentativo dovevo farlo.
Non mi impedii però di cercare di fregare il destino e mi appuntai tutto ciò che potevo scoprire.
In realtà la sua bacheca era privata e riuscii a scoprire veramente poco, ma quel poco forse avrebbe potuto bastarmi.
Scoprii che abitava ad Empoli e che lavorava a Firenze, aveva fatto una recensione pessima sul sito della Trenitalia difendendo la vita dei poveri pendolari martoriati dai ritardi costanti dei treni.
Furono le uniche cose che potei scoprire, le uniche che il destino mi aveva regalato per vincere quella scommessa. Dovevano bastarmi.
Fu così che presi quell’abitudine ossessiva, che mi assorbì completamente in quel periodo: passavo tutte le mattine alla stazione, sperando di incontrarlo.
Nonostante finissi di lavorare tardi la notte, tutte le mattine puntavo la sveglia molto presto. Facevo colazione, mi vestivo e uscivo con mia madre che mi chiedeva sempre dove andassi, cosa stessi combinando.
Come avrei potuto spiegargli quello che stavo facendo? Era una cosa assurda e tremendamente romantica, talmente romantica che me ne vergognavo.
Entravo in quella stazione verso le otto.
Era presto e la luce faticava a farsi vedere, faceva freddo, quindi andavo sempre a prendermi un caffè americano al bar lì vicino, più per tenere le mani calde che per berlo.
Mi mettevo lì ed osservavo. C’era sempre quell’odore tipico delle stazioni, quell’odore che sapeva di gomma bruciata, di inquinato, di grigio, non saprei come spiegarlo, ma in fondo lo conosci anche tu, no?
Sempre quel brusio di sottofondo e tutto quel movimento di prima mattina, con poche ore di sonno addosso, mi confondeva sempre. Mi sedevo nella sala d’aspetto e attendevo che arrivasse il treno delle 8.10.
Aveva fatto bene Mattia a scrivere quella pessima recensione sulla pagina della Trenitalia, aveva ragione. I treni erano sempre in ritardo. Andavo sul binario pochi minuti prima dell’arrivo.
Arrivavo giusto per vedere il treno frenare e le porte aprirsi. Sentivo l’agitazione salire, rimanevo lì fermo e mi facevo investire dalla folla che si riversava sul binario. Erano sempre tutti di corsa a quell’ora della mattina ed era difficile acchiappare il volto di ognuno, ma ci riuscivo sempre. Non me ne sfuggiva uno.
Questo gioco si ripeteva per tutte le due ore successive, ogni volta che arrivava un treno da Empoli. Stavo lì e cercavo, scrutavo ogni passante, quando poi la folla iniziava a diradarsi mi calmavo e l’agitazione però mi lasciava sempre una traccia di delusione, come un vuoto.
Era una sensazione bruttissima.
Ad ogni treno, ogni giorno mi ripetevo: basta Raffo, sta diventando una malattia, hai perso la tua scommessa, datti pace.
Però ogni mattina ci riprovavo, convinto che se avessi smesso, sarei stato tutto il giorno a chiedermi se quello sarebbe potuto essere il giorno giusto.
Continuai per un mesetto buono.
Non te l’ho mai raccontato. Il problema non era se tu fossi stata in grado di capirmi o meno. E’ che era una cosa assurda, folle, segreta e la bellezza stava proprio in questo mistero, in questo segreto che sarebbe rimasto solo nostro, mio e di Mattia.
Te lo racconto ora perché sto soffrendo e ho bisogno di parlarne con qualcuno.
Io, quegli occhi, alla fine li trovai. Un bel giorno, quando ormai stavo perdendo anche le ultime speranze, li trovai.
Quando li vidi di sfuggita, dietro i capelli ricci e voluminosi di una ragazza che era davanti a lui, non ci potevo credere, invece era proprio lui, erano proprio i suoi occhi.
Li avevo trovati, avevo vinto la scommessa e dovevo riscuotere il mio premio.
Quella volta non ebbi la minima indecisione, sapevo che era un carpe diem, sapevo che dopo tutta quella fatica non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.
Tutta quell’attesa e speranza mi avevano reso coraggiosissimo.
Appena lo vidi, gli andai incontro con passo deciso e mi ci piantai davanti.
Mattia era ancora assonnato e gli ci volle un po’ per capire chi fossi e perché gli stessi bloccando il passo. Quando mi riconobbe, mi guardò stupito e sorridente.
Iniziò tutto così, con degli sguardi consapevoli e dei sorrisi a mezza bocca. Dovevamo ancora dirci cosa stesse succedendo, ma in fondo lo sapevamo entrambi. Ce lo eravamo promessi tante volte, guardandoci.
Gli raccontai della fatica per trovarlo. Mi disse che era stato un caso che avesse preso il treno, nell’ultimo periodo aveva iniziato a prendere la macchina perché non sopportava più tutti quei ritardi, però la macchina gli si era guastata. Fortunatamente. Me lo ricordo ancora. Disse proprio questa parola con fare malizioso, la pronunciò guardandomi negli occhi e sottolineandola con enfasi.
Da lì iniziò la nostra relazione. Poi non so se sia stata una vera e propria relazione, più che altro erano delle fughe. Quando entrambi potevamo, scappavamo. Tornavamo in quella stazione, luogo del nostro primo vero appuntamento col destino e partivamo. Andavamo dove ci andava, senza pensarci troppo, non importava più di tanto il luogo. Ci bastava stare insieme.
Ho fatto così per tutti questi anni.
Quando ti dicevo che andavo a trovare mia nonna, in realtà partivo per stare qualche giorno con lui.
Però c’era un problema.
Aveva una moglie. Anzi ce l’ha ancora. Mi aveva fatto promettere che non avrei mai raccontato a nessuno della nostra storia.
Oggi sono tre anni dal nostro primo incontro.
Avremmo dovuto festeggiare il nostro anniversario alle terme, avevo già prenotato tutto, era tutto organizzato nel minimo dettaglio, gli avevo preparato un album con le foto di tutti i nostri viaggi, che ovviamente avrei tenuto io, perché lui non poteva rischiare di farsi scoprire.
Gli avevo chiesto se non fosse il caso di lasciarla, ma lui mi disse che non se ne poteva neanche discutere.
Viene da una famiglia cattolica, si è sposato in chiesa, tutte le domeniche va con tutta la famiglia alla messa. Tutta la famiglia… sì, mi guardi strano, ma questo era un altro dei suoi problemi. Ha dei figli e se fosse venuto fuori che era omosessuale, sua moglie probabilmente non glieli avrebbe fatti più vedere e forse la legge la avrebbe appoggiata. Sai il nostro amore perverso avrebbe potuto sconvolgerli. Lo sai come funziona.
E’ un ottimo padre, parla continuamente dei figli e capisco dall’amore che c’era nelle sue parole come non abbia potuto rinunciarci.
Durante la nostra ultima fuga, il destino ci ha remato contro.
Abbiamo incontrato in treno un suo collega. Si è fermato per salutarlo. Si è anche presentato a me, per educazione, ci aveva trovato a chiacchierare felici.
Non era successo niente, ma Mattia ha realizzato in quello stesso momento che avrebbero potuto scoprirlo.
Passò quel fine settimana sempre in ansia, spesso chiamava la moglie per sentire il suo tono di voce e cercava di capire se avesse scoperto qualcosa. Fu terribile e io non sapevo come calmarlo, non gli potevo assicurare che lei non sarebbe mai venuta a saperlo.
Fu durante il viaggio di ritorno che me lo disse, ma in fondo me lo aspettavo.
Dobbiamo finirla. Disse proprio così.
L’ho visto sparire per l’ultima volta su quei maledetti binari della stazione e non l’ho più visto.
Ho iniziato di nuovo ad andare tutte le mattine alla stazione. Spero che un giorno cambi idea e che lo veda comparire fra uno dei tanti passanti in discesa del treno. Lui credo sappia di potermi trovare ancora lì, in attesa.
Ho come una malattia addosso che mi leva la voglia di fare tutto, che non mi fa vivere se non in funzione di quelle mattine passate alla stazione e alla speranza di trovarlo.
Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di smetterla di chiedermi cosa sarebbe successo se non avessimo incontrato quel collega, se non fosse stato sposato, se avesse vissuto la sua sessualità con maggiore libertà fin da giovane, se questo mondo non fosse così soffocante nei confronti delle libertà di ognuno.
Forse con tutti questi “se” non lo avrei mai incontrato, forse con tutti questi “se” non avrei mai vissuto i momenti meravigliosi che ho vissuto, e per cui mi sono reso conto che vale la pena vivere. Forse va bene così, forse doveva andare così e il destino è capriccioso, ma sa regalare anche momenti di gioia pura, che dobbiamo intascare e proteggere per come sono.”

Lo guardai e mentre le lacrime gli scorrevano sul viso, continuavo ad abbracciarlo stretto.
Non avrei potuto fare altro. Fu uno dei tanti momenti in cui mi promisi di combattere l’omofobia, in cui mi promisi di lottare e difendere sentimenti e umanità vere come quelli, in cui riconobbi il suo dolore nel mio e non avrei potuto fare altro che abbracciarlo e stare in silenzio. Avrei potuto solo regalare la presenza.
Io ci sono, sono qui.
“Passerà…”
“Sì, Raffo. Certo che passerà. Rimarrà un ricordo forse bello, forse no. Il destino gioca sempre e forse ti poterà altrove. In ogni caso tu devi poter vivere libero, tu devi goderti la libertà e la giustizia dei sentimenti veri. Questo il destino non lo può controllare, puoi farlo solo tu, possiamo farlo solo noi e anche con molta fatica.
Passerà. Le cose cambieranno. Le cambieremo”

Orsola Lejeune

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