Il ragno rosso – Luca Vellani

images“La voce del bambino che c’è in me dice che non devo aver paura di stare al buio” continua a ripeterlo ogni notte, quando il sole cala e il vento dell’inverno gli solletica la schiena incuneandosi tra gli spazi della rete. “Quando è buio si mangia!” urla e si dimena in quella piccola gabbia, troppo bassa per farlo stare in piedi e troppo piccola per sdraiarsi e stare comodi. “Ora il buio è mio amico, quando chiudo gli occhi il mondo sparisce” sorride, si copre il volto con le mani lunghe e affusolate, le dita ossute sembrano dei bastoni secchi. Charles ama il buio, gli piace perché gli ricorda sua madre; ormai sono passati più di quindici anni da quando, per rassicurarlo, gli diceva: “Non avere paura, se chiudi gli occhi il mondo scompare”.

Da piccolo, molto prima di finire in gabbia in questo strano posto dove per tutto il giorno si sentono urla, canzoni e frasi ripetute all’infinito come una radio rotta, amava l’avventura e come, a tanti bambini, gli piaceva cacciarsi nei guai. Erano i primi di maggio e i monsoni erano alle porte. Charles aveva passato il pomeriggio a scovare insetti nel villaggio e ora era sulle tracce di qualcosa di grosso: “Il ragno rosso”.

Suo padre gli aveva raccontato mille volte quella storia e ormai lui la aveva imparata a memoria: “Il nostro villaggio una volta era il più ricco della regione. Anche i re e le principesse venivano da noi per assaggiare le primizie più prelibate. Un anno però alcune capre iniziarono a sparire. All’inizio si pensava che fossero fuggite e, visto che non c’era traccia di nessun animale feroce, si prese il fenomeno poco sul serio. Il giorno in cui arrivò il Re di Inghilterra con sua figlia, una bellissima ragazzina dai capelli color di terra e gli occhi color del mare, ci fu una grande festa in loro onore e si mangiarono i piatti migliori del mondo. Le danze continuarono tutta notte, ma il mattino la principessa non si trovò più. Il re pianse per una intera settimana e nessuno riuscì a consolarlo. Le ricerche della ragazza continuarono e continuano anche oggi, ma gli unici indizi sono delle ragnatele grandi come tovaglie. Lo stregone del villaggio condusse gli uomini più coraggiosi del villaggio ad una grotta, ma nessuno fece ritorno. Il re tornò a Londra e dopo pochi giorni morì distrutto dal dolore. Da quel giorno il nostro villaggio cadde in miseria e si dice che la maledizione potrà svanire, solo se venisse ucciso il ragno rosso. Come faccio a sapere che è rosso? Perché quando si avvicina il tramonto esce dalla sua tana e le sue zampe sono così imponenti da tingere il cielo”.

Quel giorno, il cielo si era fatto rosso e le nuvole gonfie di pioggia correvano in cielo. Charles aveva trovato alcune ragnatele “sospette” e si era incamminato fuori dal villaggio. Era troppo concentrato a seguire, o meglio ad inventare, delle tracce, che non si accorse del cielo color grafite sopra la sua testa e di quell’odore di pioggia così denso da legarti la gola. Era ormai dentro la foresta quando un lampo la illuminò a giorno e un tuono, che gli mischiò gli organi, ruppe il cielo vomitando acqua scura. Il terreno sotto i piedi da secco diventò fangoso. Charles capì subito di essersi perso. Iniziò a montargli la pura dalle viscere, lenta e inesorabile. Aveva i vestiti zuppi ed incollati addosso, gli mancava l’aria. Iniziò a piangere, ma le lacrime si perdevano nella pioggia; iniziò a piangere, ma quel maledetto muro d’acqua sembrava impenetrabile. Non riusciva più a vedere nulla. Tutto era buio e l’acqua gelida gli trafiggeva il corpo. Le gocce pesanti, che penetravano nella foresta, lo colpivano come proiettili. Mosse qualche passo nel fango. Cadde in ginocchio con le mani sprofondate in quelle pozze marroni. Si spostò lentamente e iniziava ad affondare, la foresta lo stava inghiottendo. Non riusciva a pensare a nulla, non poté neanche maledire “Il ragno rosso” per quella trappola. Quando stava per cedere, quando le braccia stavano iniziando a tremargli per lo sforzo, con la fronte toccò il tronco di un albero. Quando vi si appoggiò gli mancava il fiato, ma non sapeva se fosse dovuto al terrore che ormai lo aveva avvolto oppure al grande sforzo di muoversi in quelle sabbie mobili. Non pensò a nulla rimase rantolante e si fece picchiare da quelle gocce.

Così come iniziò l’acquazzone finì. Le nuvole avevano scaricato ed erano passate. Il cielo era stellato; un bellissimo spettacolo, ma Charles riusciva solo a sentire il grande freddo. Si strinse nei suoi indumenti zuppi e pensò a sua madre, dal viso nocciola e gli occhi grandi, pensò a quanto fosse in pensiero. Si immaginò il padre con una lanterna in mano che lo cercava, ad un certo punto pensò di sentirsi chiamare, ma al suo silenzio solo i suoni della foresta gli risposero. Come se qualcuno staccasse la spina non riuscì più a pensare a nulla. Tutto diventò buio. Si addormentò.

Dopo una notte di ricerche il ragazzo fu trovato, ma da quel giorno non riuscì più a parlare. Pronunciava qualche frase sconnessa e la sua preferita era: “Quando chiudo gli occhi il mondo scopare”. I genitori non riuscirono a farlo uscire da quello stato di shock ed essendo poveri non poterono far altro che affidarlo ad un manicomio. Questo accadde quindici anni prima. Ora Charles non può più cercare animali nel villaggio. Nella sua gabbia qualche insetto passa, ma a lui non interessa più. Non può più perdersi nella foresta a caccia de “Il ragno rosso”, perché la catena che gli morde la sua caviglia, ormai delle dimensioni di un giunco, lo immobilizza, ma d’altronde anche se potesse non riuscirebbe più a camminare perché le sue gambe sono fragili e deboli, fatte di legno marcio. Da quindici anni in quella stessa gabbia ha mangiato sempre lo stesso cibo che non ha nessun sapore e si è potuto lavare solo con acqua gelida. “Ora non ho paura perché il buio è bello” ripete di notte come un rosario torcendosi le mani e guardando il cielo attraverso la rete. Il suo cervello è ormai scollegato, come quello di tanti in questi manicomi. Charles passa le giornate ad accarezzare le verdi grate o a far tintinnare la sua catena. Tiene il ritmo delle canzoni che altri uomini cantano per far passare il tempo. Come nei campi di cotone dell’antica America, le catene e la musica scandiscono la giornata, la vita. Nel caso di Charles, però, l’unica cosa che importa è che torni il buio. “Solo nel buio posso prendere “Il ragno rosso” e togliere la maledizione del mio villaggio” qualche volta rivela. La maledizione de “il ragno rosso” però ha colpito lui e lo ha trascinato in una prigione, dalla quale non potrà mai scappare.

Mi piacerebbe pensare che un giorno Charles potrà trovare e uccidere quel maledetto ragno. Potrà così essere libero di poter cacciare insetti nel bosco. Mi piacerebbe pensare che possa essere libero.

Qui, in Indonesia, gli uomini, ritenuti malati mentalmente e che possono creare danni alle persone, vengono tenuti in gabbie e incatenati come bestie feroci. Mi piacerebbe pensare che possano essere liberi. Quando? Prima che il buio non sciolga la loro maledizione e il mondo non ci sia più.

Luca Vellani

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