Samantha – Davide Brioschi

13217547_10209754796695726_4882170270939860782_oIl giorno in cui scoprii che il mio coinquilino faceva l’escort e non il cameriere, la mendicante che sedeva sempre di fianco all’entrata dell’università si lanciò sui binari della metro. Quale delle due notizie mi avesse scossa di più, lo sa solo Dio. A uccidere la mendicante non fu un treno, ma i binari appunto: fu attraversata in un battito di cuore dalla luce color lampo che a volte si vede sprizzare dai cavi dei tram.
Ripenso a questo, mentre le porte della metro si aprono alla stazione di Farringdon e una voce registrata ricorda a tutti quanti di fare attenzione allo spazio tra banchina e convoglio. Ci sono giornate in cui vorrei fingere di essere distratta e finire con una gamba incastrata in quei pochi centimetri di vuoto, ma solo per vedere se qualcuno si accorge che esisto. “Qualcuno” comprende anche me. Poi mi ricordo che in questa città perfino un paio di collant pesano sul portafoglio, così evito.
A Moorgate mi si è seduto di fianco un ragazzo che ha fatto inserire delle lenti da vista su una montatura da occhiali da sole tartarugata. È uno di quegli uomini che spereresti di rincontrare per caso a una festa, dopo averli visti in giro per la città. Credo non andrò a feste per un po’, così tra Moorgate e Barbican ho sbirciato anch’io per qualche secondo lo schermo che era intento a guardare lui. Stava usando Tinder, ma quelle che il suo dito faceva scivolare a sinistra e a destra con il ritmo di un piccolo tergicristallo erano foto di ragazzi.
Messaggio ricevuto.
Ho scoperto del coinquilino in maniera molto simile: quel giorno, prima che la metro venisse fermata per non investire la mendicante già morta, la donna in piedi di fianco a me stava chattando con lui. Lo scossone della frenata le fece cadere il cellulare, ed eccolo lì: pettorali ben in vista e sigaretta in bocca, seduto sul bordo di una piscina, il mio coinquilino sorrideva a tutti i pendolari. Sotto la foto, la cifra in sterline che io guadagno in un ciclo lunare, lui in due ore appena.
Premetto sempre che capisco chi non crede a questa storia, quando la racconto. Io ero lì e faticavo a crederci.

Una volta ho pensato di usufruire del servizio – dopo che Emma aveva cercato di consolarmi a modo suo. Lei vive qui da un tempo sufficiente ad aver trovato un lavoro che le permetta di andare a yoga tre volte a settimana e avere le unghie sempre laccate. Sedute in un bar a Hackney in cui le sedie sono balle di fieno e le gambe dei tavoli terminano in badili, zappe, forconi e falcetti, mi disse «tesoro, devi uscire un po’ e divertirti, scaricati un’app d’incontri, per l’amor di Dio». Sentivo quello che mi diceva, ma non ascoltavo più realmente. Quella frase, che a lei doveva sembrare consolatoria, me ne fece venire in mente una simile: «girl you better have some fun no matter what you do». Così, come spesso mi succede quando vengo messa all’angolo del ring, sentivo solo le note di una canzone. Quella volta, complice la frase, era Nothing compares to you, di Sinéad O’Connor.
Il suo ragazzo è di Londra e non mi sarebbe dispiaciuto poi tanto se attaccato a quel binario avessi visto lui e non la mendicante. La prima e ultima sera in cui uscimmo io, lui ed Emma, mi chiese per quale motivo me ne fossi andata da Milano e fornì lui la spiegazione prima che potessi dare la mia.
«Sei venuta a farti un giro on the wild side? Voi italiane siete così represse.»
Avrei potuto dirgli che no, il sesso era l’ultimo dei miei problemi. Avrei potuto dirgli che quando andavo al lavoro mi sedevo sempre con le spalle rivolte al senso di marcia del treno per non vedere a cosa andavo incontro, per vedere se ancora riuscivo a sorprendermi di qualcosa.
Avevo toccato il fondo, come spesso si dice in questi casi. Immagino che sia un modo come un altro per capire che almeno un fondo c’è, quando ti sembra di non vederne uno.
Mi limitai a star zitta, lasciando al silenzio imbarazzante il compito di rispondere. Emma sapeva che il suo fidanzato l’aveva scampata grazie al Prozac. Ora non lo prendo più: preferisco che la tristezza sedimenti fino a trasformarsi in rabbia.
Michael preferisce andare al pub ora, quando Emma esce con me.

Ieri sera la seconda voce che proveniva dalla stanza del coinquilino non era la stessa di venerdì scorso. In entrambi i casi erano voci di uomini: se ho ben capito, solo le donne pagano con lui.
Il resto è di piacere.
Non mi scandalizzo più di molto ormai; vivere qui abbastanza a lungo ti permette di vedere tutto. Ho visto ragazzine così giovani da non potere ancora bere legalmente indossare magliette raffiguranti cantanti morti di epatite. Ho visto quelle ragazzine tenersi per i capelli mentre tossivano fino a soffocare per cercare di ributtare fuori tutto l’alcol di cui erano ormai pregne. Ho visto il figlio di un milionario leggere Nietzsche, ma sarebbe più accurato dire che portava con sé «Così parlo Zarathustra» con l’indice infilato tra pagina 2 e pagina 3 per mesi e mesi.
Ho visto ragazzi guardarmi delusi, mentre davanti a una tazza di caffè cercavano di mettere a fuoco cosa nelle foto del mio volto li avesse ingannati, quando avevano deciso di scrivermi su Tinder.

Prima, alla stazione di Liverpool Street, mentre aspettavo che due occhi bianchi brillassero dal buio del tunnel per dirmi che la metro era in arrivo, un uomo ricco abbastanza da potersi comprare uno spolverino di Burberry si è inclinato pericolosamente oltre la linea gialla, facendo emettere un gridolino strangolato alla signora accanto a lui.
Per un secondo, e mi vergogno ad ammetterlo, ci ho sperato.
Ho sperato che quell’uomo ci provasse, mi desse un motivo per essere lì, uno spettacolo macabro e rivoltante e pietoso in cui tutti gli astanti di colpo si accorgessero che esiste anche la possibilità di uscire di casa come si fa ogni giorno e non tornare mai più.
Non volevo che morisse. Volevo vedere qualcuno trarlo in salvo poco prima che la metro gli strisciasse sopra nel suo lamentoso concerto di cigolii e sbuffi.
Volevo vedere cos’è la speranza, una volta tanto.

Alla stazione di Great Portland Street, ecco dove scendo tutti i giorni. La strada per arrivare in università è piena di bar in cui ragazzi nati negli anni ’90 indossano abiti degli anni ’80 per far credere a tutti che, sì, c’erano anche loro. Per sentirsi parte di una storia che non li vuole comunque. Organi trapiantati in un corpo che li rigetta.
Quasi tutti a Londra sostengono di sentirsi soli, ma i bar come questi di venerdì sera sono sempre popolati da gruppi di amici col fegato ingrossato.  So che esistono case piene di gente che fa sesso, in alcune anche in quattro o cinque per stanza; tutto è possibile grazie all’alcol e a pasticche colorate e decorate con piccole faccine sorridenti, che io sappia. Com’era quella frase? «Non tutto ciò che so è qualcosa che vorrei vedere (1)».
Sabato mattina però arriva in ogni caso. I raggi di un’alba luttuosa filtrano nella nebbia che avvolge gli ubriachi, li svegliano e chiedono loro «e ora?». Uomini e donne aprono gli occhi cisposi nel letto di qualcun altro, cercano i ricordi della notte trascorsa, ormai spezzettati in cocci affilati, e lì, in mutande, si chiedono se non sia il caso di fare un test per le malattie sessualmente trasmissibili. Un velo di pioggia da condensa scioglie il mascara di ragazze svenute nei parchi e si posa sulle loro calze strappate dai rovi selvatici.
Tutti si ripromettono di non farlo mai più.
Tutti tradiranno se stessi, di nuovo.

I giornali ancora si chiedono se la mendicante sia svenuta per l’ipotermia o se a furia di stremarla sia stata la fame, a convincerla a lasciarsi cadere.
Quando a Londra qualcuno si suicida in metropolitana, il primo annuncio che si dà ai passeggeri per spiegare perché il treno sia fermo parla di un incidente. Il secondo parla di una persona cui è venuto un malore. Il terzo dice ciò che ormai è già evidente a tutti: c’è un pendolare sui binari.
La mendicante aveva i palmi scoperti e rivolti all’ingiù, appoggiati al binario di trasmissione della corrente. I suoi guanti, intarsiati col nome Samantha e forati in corrispondenza delle dita, sono ancora di fianco all’entrata dell’università, rivoltati e lasciati cadere mollemente sui gradini, per colpa della fretta, o della rabbia.

(1)La citazione è tratta dal racconto “Rientrata”, di Amy Hempel.

Davide Brioschi

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