Quello dello scrittore è uno strano mestiere… – Mariapia Crisafulli

13-scrittura-Nebuloni-libriA parlar di noi si dice poco. Gli scrittori amano scrivere di altri perché non è mai bello mettersi in ridicolo da soli. Quando iniziai a scrivere romanzi, mi fu insegnato questo: mai roba autobiografica. Mai. L’uomo che pronunciò queste parole, molti anni dopo, sarebbe diventato un romanziere famoso grazie alla pubblicazione di una biografia: “La storia di un uomo qualunque”. Non tutti lo sanno, ma pubblicò per intero il suo diario, cambiando il nome del protagonista, naturalmente. Se è vero che i fatti valgono molto più delle parole, dal mio maestro ho preferito apprendere la lezione postuma, quella mai insegnata. È così che sono nate le più grandi invenzioni scientifiche, no? Be’ io sono tutto tranne che uno scienziato, però questa dritta è bene tenerla a mente. Non sono nato scrittore di romanzi, tutt’altro! Ero uno di quei ragazzi un po’ svogliati che nei temi del liceo si fermavano alla prima colonna, e al quattro e mezzo fisso. Nonostante ciò decisi di diventare un giornalista: amavo osservare e raccontare ciò che vedevo, senza filtri o accortezze di stile. Occhio vigile, penna in tasca, sguardo sveglio e razionalità in prima linea: era questo il mio unico stile, le parole dovevano essere solo un mezzo per mostrare i fatti, niente più. Pensavo allora. Il mio primo incarico fu per un giornale sportivo, io odiavo lo sport, però, da buon osservatore, ero capace di commentare ogni singolo passaggio di ogni qualsiasi partita o gara. Andò avanti per qualche anno, arrivai a diventare la penna di spicco della redazione, ormai ero io a firmare gli articoli in prima pagina, e mi dissero che potevo aspirare a salire ancora più in alto. E fu salendo in alto che conobbi Agavi, il direttore, quello del “Mai!”. Anche lui odiava lo sport, ma scriveva come nessuno, era capace di rendere un odioso fuorigioco un capolavoro di retorica. Lui, a differenza mia, scrittore di romanzi ci era nato, ma preferiva essere “un uomo concreto”, non voleva che la gente lo pensasse uno smielato narratore di amori e guerre: un romanziere perdigiorno. Lui dirigeva un giornale, un giornale tosto per gusti virili e pratici. Eppure non si è mai definito un giornalista: “Se scrivo, sono scrittore. Qualsiasi cosa scriva”. Era il suo motto. Quando un uomo arriva ai vertici di qualcosa, di solito, per prima cosa guarda in basso, si chiede quanto potrebbe costargli la caduta e, per mantenere quella posizione, oltre a non sgarrare, fa in modo di farsi passare le vertigini o, ancora meglio, impara a volare. Io mi prodigai per quest’ultima opzione: Agavi poteva mostrarmi tutti i segreti del mestiere, poteva designarmi come suo degno erede alla direzione… avevo bisogno di lui, ma al tempo non avevo ancora capito in quali termini. Ero un giornalista sportivo io, un ottimo osservatore che si limitava a descrivere con la precisione di un tiratore scelto, ed ero convinto che sarei rimasto a godermi il panorama rivestendo sempre -e per sempre- quel ruolo. Ma il bello della vita sta nella sua capacità di rinnovarsi e cambiare tutto, quando meno te lo aspetti. Fu per caso, infatti, che trovai alcune bozze di Agavi non proprio di carattere giornalistico. Era stato lui a consegnarmi la chiave del suo cassetto, sia chiaro, dovevo redigere un articolo mettendo insieme i suoi appunti. Che dire? Io che mai avevo letto opere di narrativa feci fatica a riconoscere quel quadernetto consumato dal tempo come tale. Mi resi conto della reale natura di quegli scritti solo quando finii di leggerli, in poche ore, con il risultato di commuovermi e appassionarmi alla storia che raccontavano. Agavi mi trovò seduto nel suo ufficio, alla sua scrivania, in lacrime. L’unica cosa che riuscii a dirgli fu: “È questa la vita che vive?” “No, questa è la vita che scrivo.” Da quella sua risposta iniziò il nostro sodalizio latitante di romanzieri, ovvero la mia iniziazione. In quei primi mesi di “apprendimento” fui trasferito presso la redazione di un quotidiano. Scrivevo ancora di sport ma, per fare pratica degli insegnamenti di Agavi, spesso firmavo anche articoli di cronaca, mettendo in luce più le impressioni che i fatti. Davo un taglio meno macabro agli omicidi, insomma. All’inizio fu molto dura, per me non era facile giocare di fantasia. Attenzione, non che mi inventassi notizie o mettessi fra le righe cose non vere, io ero prima di tutto un uomo realista e preciso, però stavo imparando anche a fare breccia su altre cose, oltre che sulla lucidità del cervello: Agavi, nelle nostre giornate, mi insegnava ad arrivare al cuore delle persone. Ecco, diciamo che stava lì la mia più grande difficoltà, perché, per riuscire nell’intento, ero costretto a reinventarmi come giornalista, a diventare un narratore di sensazioni surreali che doveva dare prova al lettore di condividere: convincerlo di pensarla come lui, o convincere lui di pensarla come me. La scrittura è empatia, Agavi mi ripeteva anche questo. “Se vuoi vendere, se vuoi essere un bravo scrittore, devi parlare di loro.” E, con un po’ di titubanza iniziale, così feci: dalla cronaca, pian piano, mi spostai verso le rubriche di carattere epistolare. Non nego di aver pensato di star cadendo precipitosamente, di star buttando in aria tutti gli anni di gloria da giornalista sportivo conosciuto ai più, ma questa incertezza, per mia enorme sorpresa, si rivelò breve: rispondere ai lettori mi piaceva, era bello sapere che si fidavano di me, che mi affidavano le loro storie, i loro dubbi e le loro domande… mi sentivo utile. Il mio stile stava cambiando: oltre ai fatti, nei miei articoli, includevo le possibilità, provavo a dare, nei limiti concessi dal mestiere, nuove speranze. Le parole stavano assumendo un nuovo ruolo, tutt’altro che marginale nella descrizione di determinate cose. Stavo cambiando anche come uomo, e Agavi se ne era accorto, forse prima di me. Lo capii quando mi disse che ero pronto per scrivere un romanzo e per pubblicarlo. A dirmelo era proprio lui che aveva sempre allontanato da sé questa prospettiva. Io mi sentivo la sua seconda chance. “Quello dello scrittore è uno strano mestiere, un incarico a tempo indeterminato. Tu ci sei finito dentro per caso, ma ora che hai imparato quello che dovevi, qualsiasi cosa tu voglia fare della tua vita futura, resterai sempre uno scrittore, fino alla fine dei tuoi giorni. Adesso non resta altro che farlo sapere al mondo.” Mi aiutò a contattare un editore, impresa molto facile data la fama del mio nome e del suo. Il mio primo libro uscì dopo qualche mese, era un reportage di tutte le storie che i miei lettori mi avevano raccontato. Avevo scritto di loro, per loro e, tramite loro, per me. E avevo scritto per il mio maestro/romanziere disilluso, quel primo lavoro lo avevo dedicato a lui: “allo scrittore che era, al direttore che è e al romanziere che sarà”. Il giorno della presentazione riuscì a strappargli una promessa a cui seguì una mia: lui avrebbe pubblicato il romanzo che teneva nel cassetto da una vita, come fosse la storia inventata di qualcun altro; e io, dopo questo primo successo, avrei scritto anche di lui. Come avrete potuto appurare, abbiamo mantenuto entrambi la nostra promessa, e anche più del dovuto (voluto). Agavi pubblicò un romanzo su un uomo qualunque, che poi era lui stesso, raccontandosi grazie al suo diario senza date precise: un flusso di coscienza in terza persona. Io, scrivendo anche di lui, vi ho raccontato di me.

Mariapia Crisafulli

One thought on “Quello dello scrittore è uno strano mestiere… – Mariapia Crisafulli

  1. Carlo Parducci ha detto:

    La vocazione, le occasioni e i buoni maestri sono il giusto impasto per realizzare i sogni, anche quelli che non sai di aver sognato.

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