La cura – Federica Nicosia

ragazza-sulla-strada“I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo e te ne farà dono…”

Franco Battiato, La Cura

Ho seguito un canto, uno di quelli che sembrano parlarti, ti si annodano al cuore e ti trascinano giusto dove devi andare. Mi sono ritrovata in una specie di cortile, tra due file di portici, osservata – vegliata – da figure di pietra prive di storia propria, testimoni di quella della città bella.
L’origine della melodiosa trappola in cui sono caduta è un uomo. Deve avere al massimo trent’anni: non è bello, né particolarmente agghindato, ma tutti lo osservano, in estasi. Quando la musica raggiunge l’apice della tensione, per poi affievolirsi gradatamente, le campane rintoccano. E io so quello che devo fare. Il bel cantore mi guarda e sorride. È d’accordo con me.
Il fiume è poco lontano. Mi ci dirigo a passo lento, serena. Urto molta gente, ma non sembrano notarmi. E quando mi arrampico sul muretto che costeggia la riva si voltano tutti e annuiscono e io non mi sono mai sentita più libera.
Non salto, non urlo. Mi lascio semplicemente andare. L’impatto con l’acqua è poco più che una carezza. Inspiro profondamente, riempiendomi la gola e i polmoni. Brucia, ma non ho proprio voglia di tornare a galla.
Qualcuno grida il mio nome. È una voce lontana e assordante insieme. Mi sento afferrare per le spalle e vengo trascinata fuori. Apro gli occhi.

«Azure! Azure! Dio, Azure, svegliati!». Il viso di mia madre è a non più di dieci centimetri dal mio, segnato dalla preoccupazione. Mi rendo conto solo dopo diversi istanti di cosa succede: mi sono addormentata. Di nuovo. Nella vasca da bagno. Sospiro, a metà tra l’infastidita e il rassegnata.
«Non può andare avanti così…» mi dice la mamma con gli occhi lucidi. È spaventata. «Ci ho messo minuti a svegliarti» singhiozza «pensavo… pensavo stessi male!». Mi volto, giocherellando con la spugna. Non mi va né di consolarla né di darle spiegazioni. Si asciuga gli occhi con la manica della vestaglia: «Vestiti, ti aspettano di sotto.» Giro la testa di scatto. «Chi? Chi c’è?» abbaio impanicata. La bella donna sulla porta, a cui non assomiglio per nulla, esita un attimo, poi fa per uscire e sussurra: «Fai veloce.»

Esco rapidamente dalla vasca, spruzzando non poca acqua schiumosa sul pavimento. Mi avvolgo nell’asciugamano e dopo aver dato un paio di colpi di spazzola ai capelli vado in camera mia, interrogandomi ossessivamente su chi abbia avuto l’ardire di venire a casa mia in uno dei miei periodi da fantasma. Scivolo veloce in un paio di jeans e agguanto il maglione bordeaux che è sul pavimento da ieri sera. Lascio i capelli, adesso di una strana sfumatura biondiccia dopo l’ultimo colore, a ricadermi sulle spalle. Non mi guardo allo specchio, che ormai da tempo è coperto da un pesante tendaggio rosso: qualsiasi cosa vedessi, non mi piacerebbe.

Mentre scendo al piano inferiore e le mie sneakers producono tonfetti ovattati sul tappeto che si srotola sulle scale, mi risuona nella testa la musica del sogno. Cerco di non pensarci.
Dalla cucina arriva la voce di mio fratello Christian, rientrato oggi da una settimana in Guinea per lavoro, che parla in tono concitato con qualcuno che invece non si sente da qui. Strano: di solito è molto – fin troppo – pacato.
Quando sono sull’ultimo gradino mi spunta davanti Luce Dremory, e basta questo a gelarmi a mezz’aria. Lei. Qui. Perchè mai? Non ci si può considerare proprio “amiche”. Siamo nella stessa classe di Comunicazione. È rappresentante degli studenti con Allegra e suo fratello Miles. Ed è la copia femminile del mio tormento umano. «Ciao, Azure» si rivolge a me con un sorriso, ma qualcosa mi lascia intendere che la sua presenza non è dovuta alla semplice voglia di una chiacchierata. Piuttosto, sembra volermi dire qualcosa di importante. Mentre la osservo, con gli occhi un po’ più bassi rispetto ai suoi, tremo. Ha troppo in comune con suo fratello. Eppure, non lo eguaglierà mai.

La saluto con un cenno della mano. «Buonasera, Luce. Come mai qui?» chiedo, a voce volutamente leggermente più alta del solito, per coprire la nota d’ansia che vuole affiorare. Lei cambia espressione, il suo volto si fa più perplesso. «Azure» dice, in tono quasi colpevole «è da tre settimane che manchi da scuola. Nessuno ti vede, nessuno ti sente. Nemmeno Allegra ha saputo dirmi nulla. I professori hanno iniziato a chiedere, e noi abbiamo inventato che eri via con i tuoi e credo che per qualche giorno se la siano anche bevuta ma ora sono diventati pressanti. E ascolta, io gli avevo detto di non venire, gliel’avevo detto, ma non ha voluto sentire ragioni, è da un sacco che ci pensa. Scusa…». Io sono immobile e credo di avere in viso un’espressione non comune, da come Luce mi fissa. Sposto lo sguardo in modo interrogativo sulla porta della cucina e poi di nuovo sull’avvenente accenno di donna di fronte a me. «È lì», annuisce.
Sono sfinita. Le gambe mi cedono.

Lei mi sorregge. È incredibilmente forte, per quanto esile. «Lasciami». La mia voce è dura, ma non per scortesia. Si stacca da me. Mi dirigo verso la cucina da cui sbuca Christian, come se le vibrazioni che la mia angoscia diffonde mi avessero annunciata. Socchiude la porta, e mi poggia le mani sulle spalle. Per un nanosecondo, la mia mente ritorna nuovamente al sogno. «Non devi, se non vuoi» mi rassicura. Lo guardo e mi sforzo di sorridergli. Io voglio. Lo desidero dal profondo, dal secondo in cui è scomparso. Mio fratello mi scompiglia i capelli e mi pizzica le guance, comprensivo. Poi va con Luce in salotto.
Aspetto qualche secondo prima di entrare, ma quando varco la soglia e convergo tutte le mie forze nell’unica, finta volontà di non alzare lo sguardo, tutte le prospettive vanno in frantumi. Tutti i singoli paletti che mi sono posta sono abbattuti dalla sola consapevolezza della sua presenza.

Mikael mi segue con lo sguardo mentre mi avvicino lentamente alla penisola di pietra lavica che occupa parte della stanza. Siedo di fronte a lui, che fa per spostare il suo sgabello accanto al mio. «Non ti muovere», lo fermo. La mia voce è poco più di un rantolo. So perchè voleva avvicinarsi: una volta gli ho detto che preferisco stare di fianco alle persone, per non sentire addosso il peso del loro occhio giudice. Osservo il suo riflesso nella lucida lastra scura del tavolo. Esplodo silenziosamente.
Non provo a trattenere l’emozione, come non ci ho provato quasi un anno fa, in quell’atroce domenica di aprile. Nel bene e nel male, volevo che vedesse tutto di me.
Lui impreca, poi si alza di nuovo e lo sento armeggiare al microonde. Poco dopo, mi mette davanti una tazza fumante. «Mezza tazza di latte, un cucchiaino di miele… È giusto, no?» chiede, anche se ne è più che sicuro. Non posso fare a meno di alzare lo sguardo, un po’ interdetta, e riaverlo negli occhi dopo tanto tempo e tante speranze, non in foto né sotto forma di parole, ma in carne e amore – il mio, unico, univoco – è una stretta al cuore. Mi costringo a guardarlo negli occhi. «Te lo ricordi…» singhiozzo mezza allibita, ingoiando le lacrime. Sorride amaramente. Sembra voler dire qualcosa, ma annuisce in modo flebile. Ero convinta che avesse dimenticato tutto, i grandi momenti e i piccoli particolari. Forse qualcosa gli è rimasto. O forse è un caso.
Bevo qualche sorso di latte bollente, ma nemmeno questo mi aiuta a distendermi. Cerco di emergere dal mio caos interiore; sto soccombendo a me stessa. Aspetto. Non so cosa. Non so perchè.

Non è forse l’annichilimento di se stessi una grande dimostrazione di necessità?
Abbiamo bisogno di ciò che ci annulla per realizzarci nell’infinito che siamo sempre in potenza di diventare.

Un fruscio, come di pagine accartocciate spiegate, rompe il silenzio. “Caro compagno, amico, fratello – mia trinità essenziale – perchè mi uccidi?” legge. Di colpo sollevo lo sguardo. Tra le mani ha diversi fogli stropicciati, di quelli celesti che uso per le brutte copie e per le lettere. Nella mia stanza sono sparsi ovunque. Non ho il tempo di chiedergli come e perchè li abbia avuti, che riprende a sputarmi addosso i deliri di una notte trascorsa tra caffè e pensieri, non molto tempo fa. Ricordo benissimo la fatica di mettere per iscritto la tempesta che mi sconvolgeva e tutte le lacrime che hanno bagnato la carta, e il disordine dentro e fuori; ricordo i pugni al muro e il sangue e le urla, e Christian che entra e mi abbraccia e dice che passa tutto. Ricordo che avrei voluto svegliarmi, e che non potevo, perchè era tutta realtà.
“E dimmi, dove andrò se il sole non sorge e la stella mia è oscurata?”, continua. È stranito, ma non sorpreso. Come se si fosse aspettato di leggere certe cose, o come se non fosse la prima volta che lo fa.

Una domanda si fa spazio prepotentemente nel mio cervello, bucando le nuvole della confusione e sfidando il ciclone di sentimenti che infuria. «Come le hai avute?», sibilo attonita, e lui alza gli occhi al cielo. «Speravo ti fossi tolta il vizio di porti tutti questi problemi… E invece no. Sei ancora la solita, insopportabile, meravigliosa Azure» mormora, alzandosi in piedi. Lascio che si avvicini. Si inginocchia, mi sfiora il viso con la mano gelida. «Ero terrorizzato dalla possibilità di trovarti diversa». Sembra sincero. Mi scappa una risatina amara, quasi cattiva. «Oh, lo sono. Sono diventata esattamente ciò che tu non volevi che fossi» ribatto; tiro su la manica del maglione, scoprendo l’avambraccio sinistro. Non abbassa subito lo sguardo: che strano! Una volta era curioso di esplorare i sentieri bruni che si inerpicavano sconnessi e paralleli ai solchi verdastri delle vene, perchè erano la via per arrivare al mio cuore e alla mia testa. Adesso sembra intimorito. Non può non scapparmi un’altra risata, stavolta un po’ più forte. Posa gli occhi sulla pelle scoperta, e si riprende: vede qualcosa che non si aspettava di vedere. Studia il disegno nero che occupa lo spazio dall’incavo del gomito al polso: un arcobaleno di sette sfumature di nero, a sorvolarlo due avvoltoi. Mi fissa, interrogativo. Non ne coglie il significato. «Sai, Mikael, c’è sempre quacosa pronto a minare la nostra felicità» spiego.

La porta si apre: è mio padre. Non dovrebbe essere qui, ha il turno serale oggi. Fulmina Mikael con lo sguardo. «Tu e tua sorella fuori da questa casa. Ora» ringhia. Lui fa per controbattere, ma Luce spunta alle spalle del capitano Maloney, impassibile. «Mikael, vieni», lo trascina per un braccio. Lui oppone resistenza solo per pochi secondi, appena il tempo di avvicinarsi a me e far scomparire il tatuaggio sotto la lana bordeaux della manica. Vorrei abbracciarlo, ma non riesco. Mi sento fiacca, stremata. Aspetto che sia lui a salutarmi, ma non lo fa. Avverto il bisogno logorante di contatto, senza riuscire a placarlo. «Vattene, Dremory», sibila falsamente placido Christian, che ha affiancato mio padre. I gemelli lasciano la stanza, lei visibilmente dispiaciuta, lui con fare indecifrabile.

Christian torna nel salotto, lemme. Si rimette a sedere al piano, e suona una bella canzone italiana.
Mio padre si mette seduto dove fino a pochi minuti fa stava Mikael. Ha in volto un’espressione funerea, spaventata, e non tenta di dissimulare. In questo siamo molto simili. «Hai preso le tue pastiglie, sì?» mi chiede, nervoso. Annuisco. «E l’iniezione? L’hai fatta l’iniezione, stamattina?» insiste, e io non capisco dove voglia arrivare. Gli rispondo di sì, ma inizio ad agitarmi. Sbuffa. «Vai su e prepara una valigia. Prendi lo stretto necessario, al resto pensiamo io e Chris» ordina. Non sembra ammettere repliche. Esco in corridoio, mio fratello sta ancora suonando lo stesso brano. Una luce blu illumina l’ambiente a secondi alterni. Sbircio dalla finestra: una BMW nera, che rassomiglia a una volante delle forze dell’ordine per la civetta blu sul tettuccio, è parcheggiata nel vialetto d’ingresso di villa Maloney. Una scritta sottile che leggo a stento segna la portiera: Clinica Beaumont. Non è possibile. Corro in salotto per chiedere spiegazioni – per chiedere aiuto – a mio fratello. Inchiodo sulla porta: tre uomini in camice bianco siedono sul divano di pelle nera. Uno di loro lo conosco: è Thiago Navi, il mio terapeuta. Tutti stanno in silenzio. Nessuno accenna a volermi dare una spiegazione. La gola mi si chiude. Non respiro. L’ultima cosa che vedo è mio Christian che scatta dallo sgabello da piano per non farmi cadere. Poi vuoto.

Federica Nicosia

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