Quando vidi il gatto – Elena Fiorentini

gattotedescoIl vapore fluttuava fuori dalla tazza. Aveva la stessa consistenza del fumo di una sigaretta e saliva verso l’alto in una fuga coraggiosa confondendosi con l’aria. Abigail sedeva in solitudine nel bar a fianco della vetrata che serviva da parete. All’esterno le ultime ore del pomeriggio invernale correvano veloci, pari passo con i businessmen vestiti con giacche scintillanti che monitorati dai suoi occhi passavano davanti alla vetrata.
Pochi minuti prima aveva scorto in fondo alla strada un affascinante gatto soriano appollaiato su un muretto, era lui il vero oggetto della sua attenzione. Lo guardava stiracchiarsi e leccarsi il pelo, mentre ogni tanto lanciava uno sguardo disinteressato alle persone che gli passavano davanti; era tanto distratta da quella creatura che a malapena si accorse che qualcuno le aveva parlato. Le servì qualche istante per capire che alle sue spalle un uomo si stava rivolgendo a lei.
“Cosa scruta all’orizzonte una ragazza con la sola compagnia di una tazza di tè?”
“Se stai parlando con me, posso dirti che osservo la perfezione.”
“La perfezione… esiste davvero qualcosa da definire tale?”.
Abigail non si era ancora voltata per osservare il suo interlocutore, e senza un motivo preciso e senza freno rispose: “Oh, sì…” un attimo di sospensione, “un giorno – quel giorno – mi ritrovai a passeggiare sul lungomare, poi sugli scogli. Non era una giornata molto bella in realtà, le nuvole coprivano tutto il cielo in modo delicato, ma non avrei saputo dire se fosse l’alba o il tramonto. Quando arrivai alla scogliera iniziò a piovere. Una pioggerellina leggera, che sembrava quasi incapace di bagnare i vestiti. Quando abbassai lo sguardo vidi un pescatore solitario con la pipa in bocca e un cappellino scozzese, poco più in là un gatto. Curioso! Nessuno gli ha spiegato – al gatto – che quelli della sua specie odiano l’acqua? Se ad infastidirlo non gli fosse bastata quella del mare, adesso aveva anche il cielo che gli piangeva addosso. Il pelo bianco e rosso era tutto bagnato. Ma a lui, evidentemente, non interessava. Lui non doveva rispettare un canone, lui faceva ciò che voleva – aveva la libertà di volere.”
Seguirono alcuni minuti di silenzio.
“L’immagine è interessante” disse l’uomo alle spalle di Abigail.
“Lo è” bisbigliò lei.
“Tuttavia non credo di riuscire a seguirti”.
A quel punto Abigail aveva iniziato a fluttuare con il vapore del tè. Non sentiva il bisogno di individuare il volto della persona alle sue spalle, lasciò invece andare le parole che teneva tra i denti.
“Hai mai provato a razionalizzare la ragione? – Come se fosse possibile impedire all’acqua di correre in discesa insinuandosi in ogni pertugio, afferrarla con le dita e deciderne la forma – Al massimo si può fare un elenco di priorità dei pensieri, ma proporrei di evitare di mettere le catene all’incatenabile. Gli uomini come quelli che camminano fuori da questo bar sono impegnati nel dare un motivo allo scorrere delle ore, vivono a metà tra la convinzione che esista un perché dietro ad ogni cosa e l’irrefrenabile tentazione di crogiolarsi nell’irrazionalità, di lasciarsi vivere. Non sanno che l’irrazionalità è intrinseca in loro, perché la coscienza non ha catene e spazia in un universo di parole e immagini, colori e forme, dove la ragione stessa non sa di non essere capo: è solo una parola, proiezione di volontà di controllo dello spazio e del tempo… e devo dire, anch’essi, non possono essere controllati.”
L’interlocutore di Abigail le chiese cosa questo avesse a che far con il gatto.
“Hai mai cantato?” chiese lei in risposta.
“Non oltre un karaoke con gli amici”.
Lei sorrise alla sua tazza e disse “Male, dovresti provare. Capiresti da dove deriva la vera perfezione del gatto. Quando iniziai a studiare canto fu perché volevo capire che significato avesse il piacere che provavo nel cantare contro il muro della mia stanza, in solitudine, senza mostrarmi. All’epoca non sapevo a cosa andavo incontro. Imparai la disciplina e la tecnica, i movimenti e le percezioni indispensabili per trasformare il corpo in uno strumento impeccabile e schematico – anche se condizionabile da variabili infinite –. Fu a quel punto che la ricerca della schematizzazione, lo scorrere delle ore e i gesti che dovevo fare, mi portarono fuori strada: la ragione portata dalla tecnica mi indusse a ingabbiare i pensieri che così si sforzavano di sfuggire all’astrattismo. I colori erano spariti. La mia mente viaggiava in bianco e nero: non avevo capito.” Sospirò e poi riprese “Non capivo che cantare non è una somma matematica. La passione è colore, non un susseguirsi di schemi da dover seguire”.
“Poi cosa è successo?” l’uomo non la capiva ancora, tuttavia intuiva che di li a poco lei gli avrebbe fornito il tassello mancante per mettere insieme ogni frase.
“Così smisi di cantare” disse lei, “passai anni a soffrirne e a vedere la vita come una serie di attimi che mi scorrevano davanti, in cui dovevo – dovevo – conformarmi. Come gli uomini là fuori, vedevo tra le mie mani le catene necessarie ad intrappolare qualsiasi cosa dentro un cuore razionale. Il non riuscirci era il mio fallimento.
A quel punto arrivò il gatto.
In queste creature meravigliose convivono la delicatezza e la letalità, la perfetta tecnica di respirazione che consente loro di fare le fusa con tutto il corpo, ma anche di respirare senza emettere un solo rumore. I gatti sono sinuosi e coraggiosi, compagni liberi, ma mai schiavi. Nel gatto convivono le regole e l’irrazionale libertà, nella sua perfezione non consentirà mai all’uomo di capire se egli è degno della sua attenzione o del suo affetto, non ha molto interesse per quello che gli succede intorno. Il gatto è forse un po’ egoista, ma funzionale a sé stesso.
Fu quel giorno – quando vidi il gatto – che, ad occhi chiusi, ricominciai a cantare, perché volevo farlo. Anche se ero sugli scogli con il mare davanti ed un pescatore ed un gatto come spettatori.”
Abigail si interruppe, il tempo sufficiente per accorgersi che l’uomo la stava guardando, poteva quasi percepire il suo coinvolgimento del racconto e la curiosità di udire le ultime conclusioni. La domanda infatti non tardò ad arrivare. “Sotto gli stimoli giusti trovasti la forza di esprimerti. Cosa è successo dopo?” le chiese.
Lei sorrideva, ed osservando il tè ormai freddo rispose. “Quando dopo la mia esibizione riaprii gli occhi, alcuni raggi di sole filtravano tra le nuvole, nel cielo venne dipinto un arcobaleno. I colori della musica, i colori dell’anima di chi canta. I colori della vita di chi vive secondo ciò che vuole e non secondo ciò che deve”.
“Capii che gli anni della disciplina erano stati indispensabili quanto fuorvianti. La musica non si può ingabbiare, la voce non è matematica: cantare è accettazione di sé stessi e libertà. Il corpo sa cosa deve fare, io devo solo seguirlo, così come lui deve seguirmi nel momento in cui gli assegno piccoli obblighi. Cantare è connubio della ragione e della costrizione con la libertà e l’irrazionalità. Il canto è la metafora della vita.”
Da quando Abigail tacque passarono alcuni minuti di silenzio, disturbati dal rumore di sottofondo della città sempre sveglia ed attiva. La giovane si voltò per scoprire finalmente il volto di chi l’aveva accompagnata in questo viaggio nella sua mente e nel recente passato, ma di fronte a lei non c’era nessuno. Il tavolo accoglieva una tazzina da espresso vuota, a dimostrazione che qualcuno vi era seduto fino a poco tempo prima. Vicino al piattino scorse un biglietto piegato a metà. Abigail lo prese e lesse:
Grazie per quello che mi hai raccontato. Sono uscito per andare a cercare ciò che voglio veramente e la mia metafora della vita. Non seguirmi, preferisco rimanere nell’ignoto. Un giorno se ci rincontreremo io ti riconoscerò e ti ringrazierò di nuovo per ciò che mi hai insegnato oggi.
Abigail mise in tasca il biglietto e sorridendo nuovamente uscì anche lei dal bar.

Elena Fiorentini

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