Go kart – Luca Vellani

Pensate che le lacrime sul podio siano dovute alla commozione al pensiero: “Dopo tanti sforzi finalmente ci sono riuscito”? Certo questo potrebbe essere plausibile, ma non è la verità. Gli sforzi non centrano un cazzo. Se uno ama quello che fa il suo unico obiettivo è essere il migliore e che tutti si fottano. Chi è nato con il culo sul sedile non può non amare questo sport. Essere pilota di Nascar non lo scegli tu. Per esserlo devi avere un’ottima dose di pazzia e di attenzione. Essere pilota, in Texas, ti toglie quella maledetta etichetta da Cowboy e mandriano. Il tuo indossare il cappello, gli stivali e masticare tabacco fino a farti ingiallire i denti, non è visto come qualcosa da bifolco, ma è affascinante. Ogni donna del sud si concederà al campione di Nascar dell’anno. E forse anche la possibilità di scoparmi mezza America contribuisce al farmi piangere qui sul podio; con i miei capelli biondi incollati alla fronte e tutto il pubblico che inneggia il mio nome e mi acceca con quei maledetti flash. Nessuno saprà, a parte voi, il vero motivo della mia commozione; perché alzando quella coppa gelida e pesante torno a piangere come un bambino.

Per capirlo dobbiamo tronare a quando ero ancora un bambino, quando l’unico contatto che avevo con le macchine era quello di giocare con i modellini. La mia preferita era la Ford Gran Torino. Mio padre, che in officina chiamavano mani d’oro, giocava con me ogni giorno dopo il lavoro. Stringeva quei modellini tra le sue mani enormi e nere di grasso. Quello sporco, che s’insinua in tutte le fessure delle dita e non riesci a toglierlo, se lo è portato nella tomba.

In quelle giornate crescevano tre cose: l’amore per le macchine, la voglia di diventare pilota e la stima che avevo di mio padre.

Lo so, per tutti il padre, soprattutto da bambini, è visto come un eroe. Il mio iniziò a dimostrandomelo il giorno in cui mi chiamò in cucina, era un giorno torrido di luglio, mi fece sedere sulle sue ginocchia e mi domandò: “Smettiamola di giocare con stupidi modellini. Che ne dici di costruirci un bolide tutto nostro?”. Rimase in attesa di una mia risposta con quel sorriso che spuntava dal suo pizzetto nero. Non mi ricordo come reagii esattamente, ma come potete immaginare, non avrei potuto chiedere qualcosa di meglio. Passai tutta l’estate a guardare mio padre montare il nostro primo go-kart, il mio auto più grande fu quello di passargli gli attrezzi. Vedere nascere quella creatura cromata con le ruote piccole, ma spesse, mi faceva, giorno dopo giorno, accrescere il desiderio di provarlo.

Finalmente quel giorno arrivò. Come si accende il motore di un motoscafo mio padre fece ruggire la nostra bestia. L’odore di benzina e olio bruciato infestò subito tutto il garage e in pochi secondi arrivò al mio naso. Fu il mio battesimo del fuoco. Mi accomodai su quel sedile spartano con in testa un casco da bicicletta che mi era enorme. “A destra l’acceleratore e a sinistra il freno” fu l’unica raccomandazione di mio padre. Procedendo un po’ a singhiozzi uscii dal vialetto. Ci misi poco a capire come far viaggiare il nostro go-kart e a volte mi sembra che mio padre sia ancora lì, appoggiato allo stipite del garage con in mano uno straccio lurido che mi sorride soddisfatto come allora.

Passò qualche settimana o qualche mese, questo non lo so ma per tutti arriva il giorno della prima gara.

“Ti piacerebbe vedere quanto sei bravo? Alla fiera fanno questa gara di go-kart che ne dici?”, mi appoggiò il giornale locale di fronte come se a quell’età sapessi leggere. Annusai solo l’inchiostro di quel foglio. Sapevo che l’unica risposta che “Mani d’oro” avrebbe accettato sarebbe stata quella positiva, a me non importava così tanto gareggiare, sapevo già di essere meglio di tutti e non capivo molto il senso di questa cosa. Lo capii quando arrivammo alla fiera con il nostro pick-up, nel vano il nostro bolide tirato a lucido. La pista era in terra battuta delimitata da qualche covone di paglia. A pensarci non cambia molto da molti tracciati Nascar. In lontananza si sentiva l’armonica di qualche gruppo locale che faceva ballare la gente, ma non appena si accesero i go-kart tutto risuonò solo di quel rombo animale e un enorme polverone si alzò. Come dicevo lo capii non appena iniziammo a fare a sportellate cosa significava una gara. L’adrenalina che ti pompa le vene, la fame di supremazia e la voglia di vincere. Ci sei tu e la vittoria; in mezzo stronzi che devi superare. Arrivai terzo; imparai anche cosa vuol dire la sconfitta. Mi padre rimase in silenzio per tutto il viaggio di ritorno, non perché non sapesse cosa dire o cercasse il modo di consolarmi, ma semplicemente era il suo modo di dirmi che era fiero di me e io già lo intuivo. Quando rimettemmo il nostro bolide in garage sotto il telo, mi disse: “Tu hai la competizione nel sangue, ma domandati sempre questo: ti sei divertito?”. Non seppi come rispondere per tutta la giornata, non avevo smesso un secondo di pensare a vincere e lui lo sapeva. Mi diede un gran consiglio: “Domandatelo ogni giorno e se la risposta è negativa per più di una settimana, allora, cambia ciò che stai facendo”. Da quando guido la mia risposta è sempre stata affermativa.

Le gare diventarono sempre più frequenti e importanti. I successi arrivarono e “Mani d’oro” è sempre stato con me. Ogni gara la analizzavamo insieme e mattavamo a punto una strategia. Anche quando sono passato dai go-kart alle auto lui è stato al mio fianco e l’ultima parola sull’assetto era la sua. La sera in cui mi comunicarono che sarei passato alla Nascar, ormai cinque anni fa, tornavamo da San Antonio. Accostammo alla prima piazzola di sosta e tu iniziasti a urlare contro il deserto: “Senti fottuto mondo mio figlio diventerà il campione di Nascar migliore di tutti i tempi e tu non ci puoi far nulla per impedirloooo!” Urlava come una bestia famelica. Rimanemmo lì a fumarci un sigaro appoggiati al cofano della nostra auto in silenzio.

In quel momento ebbi la certezza che il tuo modo per dirmi che eri felice e fiero di me era quello: il silenzio.

Ora io sono sul podio e sono campione, ma tu non puoi essere sugli spalti a vedermi. Questo fottuto mondo ha deciso di farti assistere alla mia vittoria da un posto migliore. O così almeno mi auguro.

Luca Vellani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *