Tempesta – Manfredi Cartocci

Certe tempeste colpiscono nei punti cechi dei modelli di previsione, e quando cessano, lasciano nel silenzio che le segue il tempo di cercare di capire cosa ci volevano dire. E’ un po’ come quando i professori a scuola, quelli bravi, dicevano: “ora smettete di prendere appunti, quello che sto per dire lo dovete capire, non imparare a memoria”. Poi, dopo aver ascoltato, cerchi di digerire quello che le orecchie hanno mangiato. A volte senti parole che sei in grado di digerire solo molto tempo dopo, ma quando le capisci, sei contento che qualcuno te le abbia fatte mangiare. La vita fa così: quando ti vuole insegnare qualcosa ti fa smettere di prendere appunti, ti fa uscire dalla tua routine, accelera un po’, cosicché sei costretto a correre per starle dietro. Quando si ferma ti pieghi in due, puntellandoti con le mani sulle gambe, e cerchi di riprendere fiato, mentre ti sembra che l’ossigeno non ti basti per vivere un altro secondo. Quando ti sei un po’ ricomposto ti guardi intorno, e cerchi di capire dove sei finito. La tempesta arrivò, ed io ovviamente non ero pronto. O meglio, ero pronto a buttarmici dentro, ma non avevo idea di cosa ci sarebbe voluto per non annegare. Del resto, a vivere si impara vivendo. Aveva sembianze insolite stavolta, la tempesta. Indossava anche una maschera da studentessa universitaria, ma non calzava gran ché.
“Chi sei? Tu che non riesci a riparare la tua personalità dietro una figura. Cerchi anche tu qualcosa di cui non conosci il nome?”
In un paio di settimane la tempesta ci portò vicini, così vicini da non riuscire a metterci a fuoco, così vicini da bruciarsi, l’uno con la realtà dell’altra. E si strappavano le maschere, con la violenza del vento, rimanevamo veri, piano piano. Consumavamo l’amore, o quello che noi ritenevamo tale, con l’avidità con cui si beve nell’arsura estiva. Tutto sembrava nuovo, unico, mai vissuto e mai più rivivibile … “gli dei ci invidiano, perché ogni momento per noi è unico”. E ci sembravamo infiniti, immersi nel nostro “noi”, signori dei nostri giorni e del nostro tempo, a cui era così facile dare un senso. La realtà era distorta, cambiata, fugata … eravamo un dolce sogno che naviga nel cuore della notte, sospeso fra le lenzuola ed i cuscini. Un sogno che toglieva il sonno, un sogno a cui mi aggrappavo così forte, così spaventato che potesse scapparmi; un sogno che mi faceva anelare le notti, le nostre notti, con una brama che non avevo mai conosciuto.
La realtà è unica solo quando è molto vicina, altrimenti è un po’ come ci piace in quel momento. Le nostre di realtà però, erano un pavimento di vetri rotti su cui camminavamo scalzi. Ci eravamo incontrati in un fazzoletto di terra in cui di cocci non ce ne erano, ma prima o poi era inevitabile doversi spostare. Quando le nostre piante si posarono nuovamente sulle schegge aguzze, la realtà suonò la sveglia. A quel punto ci venne istintivo pensare che la fine dell’idillio fosse colpa dell’altro.
E ci sentimmo traditi, abbandonati, ignorati. Tutte parole che ci rimbalzarono in testa, ci fischiarono nelle orecchie, e ci riempirono la bocca per un’estate. Di tutte le attenzioni che la nostra pochezza ci aveva impedito di riservare a noi stessi, incolpammo l’altro. E ci sentimmo piccoli e insulsi, inadeguati. Il corollario di quell’esperienza ci parve essere che saremmo potuti stare bene insieme, se le nostre realtà fossero state diverse.
La tempesta cessò, lasciandoci carponi ad armeggiare attorno a pezzi troppo rotti per ricongiungersi. Qualcosa andò avanti … qualcosa no. La sensazione di non aver capito cosa la tempesta mi voleva dire, mi rimase addosso. La vita mi portò altrove, e per un po’ certe cose sembrarono sepolte dallo scorrere del tempo, ma spesso la brace sotto la cenere è più calda di quanto si possa pensare. Una tempesta non vive due volte. Se si ripresenta, non è mai cessata.
Il dubbio più grande ora è: posso capire ciò che la tempesta aveva da dirmi, se non è ancora cessata? La risposta è incastonata nei suoi venti, che ora lambiscono le mie coste, sbattono le mie bandiere, mutano i miei deserti.
Quanto ancora potremmo beneficiare dell’energia della tempesta per riordinare le nostre vite e le nostre realtà?
E mentre la guardo, fra i bagliori dei lampi ed il rombo dei tuoni, fantasticherie mi assalgono: sono forse le persone con cui sei riuscito a sognare, le migliori per forgiare la realtà? Si può forse parlare di abbandono, se dopo tutto è ancora lì davanti ai tuoi occhi?
Ci sono forse tempeste che non si possono capire da soli, perché parlano al plurale?
Certo è, che la tempesta parla solo quando ci sei dentro.

Manfredi Cartocci

One thought on “Tempesta – Manfredi Cartocci

  1. Sergio ha detto:

    Sublime e sconvolgente come una tempesta

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