Campo di grano con volo di corvi – Mariapia Crisafulli

Ecco il campo di grano, è rimasto come allora, come adesso nei miei sogni: fitto e sgargiante si estende fino a toccare il cielo nella linea dell’orizzonte. Quando da bambina ci correvo spensierata, pensavo a quanto fosse bella la vita, a quanto la gioia costasse poco, data la sua semplicità. Mi mancano i miei occhi da bambina, così limpidi, innocenti… occhi capaci di cambiare il mondo, occhi che annegavano il dolore in lacrime di sorpresa e meraviglia: occhi pieni di speranza. Sono passati molti anni dall’ultima volta che l’ho visto di presenza, è sempre lo stesso, eppure mi inquieta: la sua calma, il suo silenzio… dov’è il vento? Dov’è il cielo limpido? Se chiudo gli occhi, vedo solo corvi volare sopra la mia testa, portandosi dietro una tempesta pronta a spazzare via tutto: visione di un dipinto lapidario e profetico. Scoprii quel genio di Van Gogh al liceo, e fu in quegli anni che iniziai a capire molte cose: la vita è bella, sì, ma la vera bellezza la si coglie solo in mezzo alle cose brutte, quando, come un raggio di sole, si fa spazio nel grigio delle nuvole e rischiara il cielo. Fu grazie a questa premessa che imparai a concepire il dolore come una costante umana: l’uomo è destinato a soffrire. Prima lo accetta, prima lo affronta e prima riesce a conviverci, a cercare e riconoscere il buono. E a proteggerlo. Crescendo iniziai a visitare il campo di rado, fino a non visitarlo più. Insieme alla mia famiglia fui costretta a trasferirmi perché mio padre aveva avuto una promozione e un nuovo incarico. Sarà che andai via con l’amaro in bocca, con una visione ormai distorta e insperata di molte cose… ma, dalla mia partenza, non ci fu notte in cui non lo sognai, quel campo. Era come se la sua immagine fosse un puzzle mancante di qualche tessera, e quella tessera era nascosta dentro di me, in un luogo remoto del cuore.
Mia figlia mi tiene stretta la mano; Marco, mio marito, mi cinge la vita. Li vedo sorridere e rilassarsi proprio come facevo io, un tempo. I pensieri mi stanno distogliendo dalla loro serenità, e io non voglio. Per fortuna mi scappa un sorriso spontaneo, fisso, a passo con il mio sguardo attonito. Per fortuna i miei pensieri sono a loro impercettibili. Appoggio la testa sulla spalla di mio marito, sempre pronta a sorreggermi, attiro a me Silvia e lascio scorrere via ogni tensione.
Ora sto meglio, sono tornata da loro con il corpo e con la mente. Sposto lo sguardo verso l’una e poi verso l’altro: Silvia mi somiglia molto, ha i lineamenti e il sorriso di suo padre, a dire il vero, ma il portamento e gli occhi sono i miei. Questo mi rende molto orgogliosa. Le mie amiche dicono che incomincia ad assumere anche aspetti del mio carattere; questo mi lascia più perplessa, devo dire. Io amo il mio carattere, ho imparato a conviverci, però per mia figlia vorrei un temperamento più mite, più rassegnato. Sì, rassegnato, che la aiuti a non porsi domande, a non affidarsi agli istinti, a non dover misurarsi con i misteri della vita, della morte… So che sbaglio a dire questo, così facendo le nego il diritto di crescere, di essere, di poter diventare, ma ogni mamma vorrebbe proteggere la propria creatura. Il mio desiderio più grande è che lei non soffra, che viva in un’innocenza perpetua che la preservi dalla crudeltà del dubbio. Prima accennavo al dolore, il dolore umano, quel senso di incompletezza, di smarrimento, di piccolezza che accompagna l’Uomo dalla sua comparsa sulla Terra. Un’inquietudine che io per prima porto addosso. Io voglio solo che mia figlia non conosca mai quel dolore, voglio che creda e basta: creda in Dio, nell’amore, nei valori, negli ideali, nel dono della vita… voglio che creda senza dubitare, senza chiedersi il perché delle cose. E spero con tutto il cuore che questo sia possibile. Quando guardo Marco finisco sempre per innamorarmene come fosse la prima volta. Quei suoi occhi da bambino hanno conservato la loro innocenza, nonostante siano già cresciuti da tempo e abbiano ancora tanto da raccontare. Lui, invece, è molto diverso da me: dietro il suo aspetto timido e pacato si nasconde una grande forza capace di compensare anche la mia. Io glielo dico sempre: “Sei tu la mia forza.” e lui replica che io sono la sua fragilità. Siamo una bella coppia, a vederci. Con lui ho come l’impressione di aver anestetizzato una parte del dolore: diventando il mio compagno, mi ha reso completa nell’amore dell’altro. Magari questo aspetto lo concederei a Silvia: se non soffrisse la solitudine, il senso dell’incompletezza, non scoprirebbe mai la grazia dell’amore. E lei merita di essere amata, in fondo tutti meritiamo di essere amati. L’amore, che lo si voglia o no, sta alla base di tutto, della vita stessa. Per esso, quindi, è lecito soffrire. Mi perdo spesso in queste riflessioni, nascono in me come pensieri spontanei ma poi finisco col dargli corda, fino a distaccarmi dalla realtà. Mia figlia, per fortuna, sa sempre come riportami al reale, e lo fa anche adesso, invitandomi a guardare il cielo con un’aria di stupore. Alzo lo sguardo e, ora, vedo davvero i corvi. Mi turbano, eppure non mi fanno paura. Riabbasso lo sguardo, ho qui con me la mia famiglia: il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Forse mi sbaglio, ma credo di star riuscendo a mitigare anche un altro aspetto del dolore: accanto a loro non mi sento più smarrita. Sarà che di dolori, oltre a quelli naturali, ne ho vissuti molti; sarà che è stato proprio grazie a questi che, ogni volta, ho ritrovato il coraggio di rialzarmi: è dal veleno che si ricava l’antidoto, mi dico sempre. Ma questa sicurezza, adesso, sta assumendo un volto nuovo, un viso dolce e sorridente che non è del tutto mio. Nella mia vita ho imparato ad apprezzare le piccole cose quali frammenti di cose più grandi, ho imparato ad apprezzarle perché gemme lucenti nella polvere, raggi lievi ma penetranti di quel sole che è la bellezza, la speranza racchiusa negli occhi di un bambino, come in quelli di un adulto rimasto tale. La mia Silva; il mio Marco. Prendo entrambi per mano e inizio a correre tra le spighe alte e lucenti, sfido il gracchiare dei corvi, sfido l’ombra dell’infinito che è il campo stesso. E mi sento grande, mi sento libera.
Ancora una volta questo campo riesce a scuotermi, a mettere in relazione emozioni e pensieri discordanti. Dopotutto mi ha accompagnato in ogni fase della mia esistenza: ha conosciuto la mia spensieratezza da bambina, il mio turbamento da adolescente e adulta irrisolta, la mia serenità di donna e madre innamorata, di persona felice anche se sofferente perché umana. Silvia, che stupida che sono, dovrei sperare che tu accolga anche queste ultime manifestazioni del dolore. Bambina mia, senza lo smarrimento non cercheresti mai il tuo posto nel mondo, non conosceresti mai il bisogno di stabilità, il coraggio di credere nel futuro e nei sogni, e rimarresti in una staticità che ti renderà ancora più infelice di quanto tu non possa esserlo per natura, e io fallirei nel mio intento di salvarti. Senza la piccolezza rischieresti di sbagliare irrimediabilmente, perché incapace di porti un limite. E non scopriresti mai il brivido di inseguire l’infinito, di ricongiungerti con qualcosa di più grande, il cui richiamo puoi trovare anche qui, in questo campo che sa di infinito, che ricongiunge il tutto, annientando la più profonda incompletezza, lo sconforto dello smarrimento. Forse, un giorno, ti dirò tutto questo, ti mostrerò come il dolore e la gioia sono due facce della stessa medaglia: l’uno aiuta l’altra a svelarsi, e questo è il vero senso della vita. Rido di gusto, mi rotolo a terra stringendo a me i miei affetti che del mio frenetico pensare non sanno nulla. Ho ritrovato la tessera mancante.

Mariapia Crisafulli

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