Il barone Von Cruiff 2
: Al compleanno del faraone Ramses II – Antonio Rispoli

Era l’ennesima notte da lupo mannaro e sul piccolo villaggio, sul quale si ergeva il maestoso castello del barone Van Von Cruiff, grandi nuvoloni neri oscurarono la luna. L’ululato di famelici lupi face rabbrividire un povero viandante che, non trovando riparo, vagava senza meta alla disperata ricerca di un qualsiasi posto, nel quale, sentendosi al sicuro, avrebbe potuto recuperare le forze.
Una nuova notte di terrore stava trascorrendo. Il barone Von Cruiff, sdraiato comodamente nella sua bara, dormiva serenamente fino a quando un ragno, suo servitore, si arrampicò sulla bara e cominciò a tamburellare sul coperchio con le sue lunghe e pelose zampe. 
Il barone, infastidito da quel rumore, sgranò gli occhi iniettati di sangue e, sferrando una manata sotto il coperchio della bara, la aprì con violenza scaraventando così il povero ragno vicino al muro.
«Chi è che mi disturba?» urlò il barone, che, infuriato com’era, per poco non aveva rotto il coperchio della bara.
«Sono stato io, signore» rispose il ragno, che nell’alzare una zampetta per farsi notare, si scollo dal muro e cadde con la testa a terra.
« E cosa vuoi?» chiese Van non curandosi delle condizioni del suo servitore.
Il ragno, stordito per la forte botta, non rispose e, mentre i suoi numerosi occhi roteavano senza sosta facendogli così girare la testa, si portò due zampette alle tempie cercando di riprendersi. Ancora confuso e barcollante si avvicinò al suo signore. Purtroppo, non riuscendo a stare in piedi, cadde e, andando a sbattere vicino a un’armatura, la fece cadere sulla bara. Per poco Van non fu colpito dall’affilatissima ascia.
«Che diavolo combini?» urlò il barone fuori di sé, poi, avvicinando l’indice alla lama dell’ascia, si tagliò. Notando che era molto affilata, a stento riuscì a mascherare il terrore che aveva provato al solo pensiero che sarebbe potuta andare molto peggio.
«Mi scusi, signore!» disse il ragno che, mortificato per l’accaduto, fece un inchino e andò a sbattere con la testa proprio sul tacco destro dell’armatura che, una volta urtata, cadde con tutto il suo peso sul povero barone.
Von Cruiff allora, preso dall’ennesimo attacco d’ira, scaraventò via l’armatura, ma per sua sfortuna l’elmo si sganciò e gli cadde sulla testa, procurandogli un bel bernoccolo. Il ragno, che si era ripreso dal forte colpo, vedendo quella scena a stento riuscì a trattenere le risate e, con le lacrime agli occhi, si portò le zampette alla bocca cercando di non farsi vedere per evitare ulteriori problemi. Sapeva benissimo che con il suo signore c’era poco da scherzare.
«Che hai da ridere?» chiese il barone tenendosi la fronte.
«Niente, signore!» rispose lui cercando di darsi un contegno.
Il barone, infastidito dal suo atteggiamento, decise di far finta di niente e, un po’ ammaccato, afferrò i bordi della bara per poi uscire. Sfortuna volle che s’impigliasse in un chiodo con la tasca dei pantaloni, infatti, appena fece per avvicinarsi al ragno, se li strappò facendo intravedere i suoi lunghi boxer bianchi con cuoricini rossi. 
Il barone Von Cruiff, imbarazzato com’era, cercò in qualche modo di coprire le sue vergogne, mentre il ragno, che già stava sghignazzando, appena vide ciò, non riuscì più a trattenersi e, buttandosi a terra, cominciò a ridere talmente tanto che iniziò ad avvertire forti dolori alla pancia.
«Perché quel maledetto chiodo è ancora lì?» chiese Van al suo servitore, fulminandolo con lo sguardo. Lo avrebbe strangolato con le sue stesse mani, ma erano tanti anni che era al suo servizio e,nonostante il suo cuore freddo di vampiro, provava ugualmente affetto verso quell’essere che rideva di lui.
«Mi scusi signore, provvederemo al più presto», rispose lui, mentre si voltava per non far vedere al suo padrone che lo stava sbeffeggiando.
«Che cos’hai da ridere?» disse Van, cercando di darsi un contegno.
«Niente, signore!» rispose il ragno, mentre si asciugava le lacrime.
«Non mi sembra che non ci sia niente» , guardandolo male, «comunque non ho tempo da perdere con le tue sciocchezze. Avanti va a prendermi un ricambio!»
«Sì, signore» e scappò via a eseguire gli ordini, terrorizzato da quello sguardo.
In seguito, dopo essersi cambiato ed essersi dato un contegno, si avvicinò alla finestra e cominciò a scrutare il cielo ornato dai grandi nuvoloni neri che presagivano una violenta tempesta.
«Bella serata, vero?» disse il suo servitore, che era ancora molto preoccupato al solo pensiero delle ripercussioni per aver svegliato il suo signore.
«Sì, veramente una bella serata anche se ammetto che spero non piova. Non vorrei bagnare il mio mantello di seta purissima.»
«Non succederà mio signore.»
«A proposito, come hai osato svegliarmi?» chiese il barone, ricordandosi del grave affronto avuto.
«Mi scusi signore, non era mia intenzione disturbare il suo sonno, ma non ho avuto altra scelta.»
«Che cos’è successo?»
«Oggi è il compleanno del faraone Ramses II…»
«E allora?» lo interruppe il barone.
«Lei è stato invitato e non ho potuto fare altro che avvisarla. I festeggiamenti si terranno nella grande piramide reale del faraone alle 3:00.»
«Maledizione! Odio andare alle feste, specialmente se sono quelle di quella mummia ammuffita. Ormai di reale in lui c’è solo il suo fetore.»
Mentre il barone si lasciava andare a quelle esternazioni, il suo povero servitore, avendo notato che alla finestra era giunta una carrozza volante trainata da una sfinge alata, cercava in ogni modo di zittirlo.
«Che diavolo vuoi?» chiese Von Cruiff, infastidito dal suo dimenarsi, ma lui non rispose e si limitò a indicare. Il barone allora si voltò un po’ stizzito e non appena vide la maestosa bestia, consapevole della pessima figura fatta, cercò di virare l’attenzione su un altro argomento, ma la sfinge senza battere ciglio lo afferrò per il colletto e, guardandolo dritto negli occhi, ruggì mostrando i suoi lunghi canini affilati. Dopo di che lo poggiò a terra e il barone, stordito dall’alito fetido di quell’essere, cominciò a barcollare fino a che non cadde su un’armatura che a sua volta cadde su di un’altra innescando un effetto domino. Effetto che terminò quando l’ultima armatura cadde, conficcando una lancia nel gluteo del povero Van e provocandogli un dolore talmente forte da farlo scattare in piedi.
«Tutto bene, padrone?» chiese il ragno fingendo preoccupazione, mentre in realtà si voltava per non far vedere che stava ridendo.
«Insomma» rispose il barone, che si alzò a fatica per poi avvicinarsi al suo servitore e prendendolo di petto «non potevi dirmelo che c’era la sfinge dietro di me?»
«Ci ho provato signore, ma lei non riusciva a capirmi» si giustificò lui.
«E certo, se tu me lo dicevi al posto di farmi tutti quei gestacci, forse adesso non starei così. Comunque mi sembra di capire che è venuto a prendermi, quindi andiamo.»
«Devo venire anch’io?»
«Certo, stupido inetto, nelle mie condizioni non posso sedermi e quindi tu mi sarai molto utile.»
«Sì, ma in che modo?» chiese il povero servitore, non capendo le sue intenzioni.
«Lo vedrai…» disse Van sghignazzando per poi prendere il servitore e poggiandoselo sulla spalla, salì sulla finestra e da lì s’infilò nella carrozza, nella quale vi erano altri invitati.
Appena fu dentro si avvicinò al suo posto e, consapevole del fatto che non poteva sedersi, prese il suo piccolo servitore e lo poggiò sul sedile per poi voltarsi e sedersi su di lui, non dandogli nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo. 
In seguito partirono e in men che non si dica giunsero in Egitto, dove ad aspettarli c’era il faraone che si era messo all’entrata della piramide per rendere omaggio a tutti i suoi invitati.
Il barone a quel punto si alzò e, vedendo il suo servitore spiaccicato come una gomma da masticare sotto la suola di una scarpa, lo sollevò per una zampa e, poggiando le labbra su quelle del ragno, iniziò a gonfiarlo fino a farlo diventare grosso come un pallone per poi lasciarlo andare.
Non lo avesse mai fatto, il ragno cominciò a volteggiare in aria schizzando da una parte all’altra a una velocità folle, fino ad andare a sbattere col sedere in faccia al faraone, che, colpito con una violenza inaudita, fu sbalzato indietro e sbatté la nuca a terra. Il ragno invece continuava a volteggiare e sperava che l’aria incamerata finisse presto.
«Tutto bene?» chiese il barone imbarazzato, mentre i servitori del faraone lo guardavano in cagnesco.
Ramses si alzò a fatica ancora molto scombussolato dal forte urto e, non volendosi innervosire, decise di non prendere in considerazione tale affronto e, dandosi una sistemata, continuò ad accogliere i suoi ospiti. Per sua sfortuna il ragno che lo aveva urtato nell’impatto aveva sparato una ragnatela che si era incollata ad una fascia in cui era avvolto e, continuando la sua folle corsa, lo stava spogliando senza nemmeno che se ne accorgesse.
A un certo punto, quando il barone si avvicinò al faraone, scoppiò in una fragorosa risate. Ramses non capiva il perché di tutto ciò, ma poi non appena abbassò la testa, vedendosi in mutande, cercò di coprirsi come poteva.
«Dai, non è niente» cercò di rassicurarlo Van, mentre ancora con le lacrime agli occhi non riusciva a smettere di ridere.
«Guardie, prendeteli!» ordinò il faraone, infuriato per la figura che gli avevano fatto fare.
In quel preciso momento due bestioni metà uomini e metà cani, armati di lunghe lance uscirono dalla piramide e con fare minaccioso, si avvicinarono a Van che, vedendo ciò, si trasformò in pipistrello e, afferrando al volo il suo servitore, batté in ritirata. I servitori del faraone non si arresero e iniziarono a inseguirli fino a quando non s’imbatterono in una violenta tempesta. Il barone si rifugiò in una nuvola pensando che non sarebbero riusciti a vederli, ma furono colpiti da un fulmine che li carbonizzò e caddero rovinosamente a terra. 
Gli inseguitori, a quel punto soddisfatti per la punizione che i due fuggiaschi avevano subito, preferirono non infierire, quindi tornarono indietro. I due poveri malcapitati, dopo aver ripreso conoscenza, tornarono al castello e una volta lì si lasciarono cadere entrambi nella bara.
«Non andrò mai più a una festa con te» disse Van visibilmente provato.
«La ringrazio, signore» rispose il ragno, per poi lanciare una sua ragnatela e, afferrando il coperchio, chiuse la bara.
«Buon riposo, signore.»
«Anche a te.»
Passarono soltanto una decina di secondi, il coperchio della bara fu scaraventato via e con lui il ragno, a cui seguivano le urla del barone che inveiva contro di lui.
«Come osi? Va a dormire in camera tua!»
Alla fine dopo l’ennesima nottata, nella quale il barone Von Cruiff, insieme al suo fedele servitore ne aveva combinate delle belle, poté riposarsi in santa pace, mentre il ragno, che era stato cacciato in malo modo, stava pensando a come fargliela pagare. Il ragno, ripensando a tutto quello che era successo, sorrise e capì che in tanti anni al suo servizio ormai gli voleva bene e non avrebbe mai potuto fargli del male. Questo pensiero gli balenò in testa per circa un secondo, infatti poco dopo, approfittando del fatto che il barone inconsapevole dei suoi piani si era addormentato, prese un pennarello indelebile e gli fece tanti disegni e scritte sulla faccia. Adesso non restava altro da fare che aspettare per godersi l’ennesimo scherzo che, solo al pensiero, già lo faceva ridere di gusto.

Antonio Rispoli

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