Occhi verdi gusto desiderio – Maria Fezzardi

Occhi verdi. Occhi verdissimi e pieni di sole. A guardarli bene erano proprio occhi al sole: al sole nel senso di “gusto sole”, un po’ come se dicessi occhi alla menta o occhi al limone ecco. Aveva degli occhi al sole.
Mettevano voglia di seminare fiori, e non solo per poi vederne ondeggiare le corolle a festa, proprio mettevano voglia di infilare adesso le mani nella terra umida e affondarci dei semi o dei bulbi o che altro ne so, in effetti non avrebbe saputo da che parte cominciare, lei: era lui quello che sapeva come si facevano queste cose, lei era solo quella a cui quegli occhi gusto sole mettevano voglia di farle.
Le mani strette intorno alla tazza calda di caffè, Ambra si sentiva i polmoni grandi. Una mattina pungente e una tazza di caffè: la perfezione. E poi chiaro, gli occhi al sole. Ma quelli erano perfetti di per sé, non avevano bisogno della mattina pungente, o del caffè, e di certo non avevano bisogno di lei per esserlo. Bastavano a se stessi e la maggior parte delle volte non avevano tempo da perdere. Però, quando li aveva addosso, Ambra si sentiva una voglia strana di essere all’improvviso tutte le cose che si potevano essere. Forse non erano solo occhi al sole, erano anche occhi che instillavano desideri: occhi verdi gusto desiderio.

Desiderio numero 1: Guardami. Luce piana e silenzio, solo penne a scrivere e pagine di dizionario a frullare nella ricerca del segreto giusto. Teste chine sui compiti e tensione. L’orologio poteva anche tacere, ma era come se lo si sentisse: lo scorrere tangibile del tempo nel palpito ritmico dei cuori su e giù tra stomaco e gola. Forse Ambra avrebbe voluto portare una divisa, di quelle inglesi così eleganti e sbarazzine al contempo, con il colletto bianco e la gonna. Nel suo dizionario lei l’avrebbe trovato alla fine il senso giusto, e si sarebbe sentita fiera, ma il bello non sarebbe stato quello. Il bello era che uscendo nel sole, alla fine, soddisfatta, avrebbe avuto tutto il tempo quegli occhi a pungerle la nuca, a percorrerle la scriminatura, a bordeggiarle la fronte per scendere sul naso e sussurrarle alle labbra fino a far loro danzare un sorriso.

Desiderio numero 2: Desiderami. Buio questa volta, luci colorate a rotolare sulle pareti in mazzi senza ordine. Il sangue pompava la musica alla testa e da lì, come una scarica di vita, a tutto il corpo. Per questo desiderio Ambra aveva scelto un vestito nero, anche se la faceva sentire un po’ strana: non indossava mai il nero, ma questa volta sarebbe stato lui ad avvolgere le sue curve sottili e a seguirla nella musica. Ambra avrebbe chiuso gli occhi e lasciato che la passione le si arrampicasse su per le gambe, avrebbe abbandonato i piedi e le braccia e i fianchi al destino di fondersi con la musica e lo avrebbe fatto ad occhi chiusi. Si sarebbe concessa d’impazzire, di girare e sciogliersi, dilagare, di raccogliersi e slanciarsi e poi tornare, di saltare e ridere e, con la bocca aperta e il volto rivolto in alto, bere l’ebrezza di non avere pensieri. Poi si sarebbe fermata, quando fosse stata stanca o sazia di ballare, e nella precisione del gesto rapido delle palpebre avrebbe aperto gli occhi. Netta. E lì: occhi verdi a guardarla, incollati, per una volta rapiti.

Desiderio numero 3: Afferrami. C’era il sole, di solito per gli occhi verdi era meglio con il sole, non so se fosse per via del gusto simile che avevano, oppure se il gusto gli occhi lo avessero preso a forza di starci, al sole, ad ogni modo era così: quando si trattava degli occhi verdi era meglio che ci fosse il sole. Ambra stava sbagliando, a volte capita, no? Senza volerlo, ma avrebbe sbagliato. E sarebbe stata arrabbiata e piena di tristezza, eppure troppo invischiata per correggersi. E non era importante quale fosse l’errore, Ambra ci si sarebbe rinchiusa. Perché a volte ci costruiamo delle corazze, per difenderci, me poi ci rimaniamo incastrati dentro e tutto quello che ci riesce di fare è aspettare. È così che funziona: rimaniamo incastrati e aspettiamo. Aspettiamo che qualcuno venga a tirarci fuori. Aspettiamo qualcuno. Che venga a riprenderci. E così, nel sole, lui sarebbe venuto. E avrebbe mandato i suoi occhi prima, come bucaneve, a dirle che sarebbe venuto. Nel sole li avrebbe visti, occhi che nelle distanze e nei silenzi restavano sempre di una verità così trasparente da essere disarmante. Li avrebbe visti raggiungerla, occhi che trattenevano il respiro, con le pupille dilatate su di lei come sull’esplodere di una meraviglia, bucando in silenzio le coltri della sua nausea per assorbirle il profilo. E poi avrebbero parlato. Intorno alla nera bocca della pupilla che la cercava, l’anello sottile dell’iride si sarebbe stretto per sgridarla, ma con tono buono. Avrebbe detto: “Dai piantala ora. Smettila. Non lo vedi che ti fai del male? Lo sai che non è quello che vuoi. Lo sappiamo tutti e due. Torna a casa adesso, torna a casa.” E lei sarebbe tornata, assolta, nel sole. Era questo pur sempre un desiderio: di allontanarsi ed essere cercata, di cadere ed essere trattenuta, di perdersi ed essere salvata.

Desiderio numero 4: Stringimi. Per mano, di corsa. Non si vedeva esattamente dove, dunque bisognerebbe pensare che non fosse importante e in effetti non lo era, era però importante il fatto che la visione non fosse nitida mentre era nitida e salda la stretta di mano. Era importante la differenza abissale tra il nucleo caldo che accentrava in sé tutta la forza del desiderio e il mondo fuori che si sfocava in fresche righe dinamiche nell’impeto di una corsa. Si trattava di colore, questo bisogna capirlo, e di calore anche: c’era un colpo intenso e delineato di dita rosse di sentimento e c’era il vortice striato della vita che con tinte arcobaleno ti sfumava negli occhi le tracce infinite delle possibilità. C’era il pericolo e il coraggio, c’erano le rabbie e c’erano gli incontri, c’erano le offerte, le scelte, le frustrazioni e i sogni, c’era il mondo intero e c’erano le strade molteplici per cui avresti potuto scendervi, e sarebbe stato disarmante, se non fosse stato poi per quell’incisione precisa, quell’incastro deciso di due volontà che solcavano in corsa i timori, nella forza di due voli che convergano in un uno.
Forse era un folle modo, bizzarro desiderio, per trovare dove si era, perché c’era la tavolozza tutta dell’esistenza e certo metteva paura, ma, anche, questo era il bello: gli occhi verdi che ti offrivano il baratro delle loro pupille facendoti desiderare di avere paura, delicato controsenso, per poi tenderti una calorosa stretta di sostegno e dirti che il mondo era un posto buio certo, o forse non buio, ma confuso sì, appannato e vago, eppure ti sarebbe bastato stringere le dita sulla sue per sentire il meraviglioso appiglio che avresti avuto per affrontarlo.

Desiderio numero 5: Appartienimi. Eleganza. Un vestito lungo e i capelli raccolti, ai lobi due pendenti e forse, addirittura, un filo di perle al collo. Carezze di velluti e profumo di legno nel palchetto di un teatro. Corpi e voci sulla scena, sussurri lievi sparsi in platea. Ambra, la schiena dritta e il respiro commosso, avrebbe assorbito da ogni istante l’atmosfera così preziosa, e sarebbe stato un altro momento perfetto quando, sottovoce, quegli occhi così verdi le avrebbero chiesto di spiegar loro le radici del mito antico che si dispiegava negli atti. Le piaceva così tanto raccontare a quelle pupille curiose cose che non sapevano, era un evento raro. Gli occhi verdi erano quel tipo di sguardo a cui si domandano le cose aspettandosi che abbia le risposte, generalmente, non quello a cui si aveva il lusso di svelare qualcosa. E così tra i velluti e le eleganze, tra le voci e le danze, le antichissime storie di stirpi, di orgogli e arroganze, restava a lei il palpito di chi ancora possieda in segreto la perla più preziosa.

Desiderio numero 6: Vivimi. Il sole – sempre il sole sì, perché al sole gli occhi verdi erano più gustosi da avere addosso – un nastro di asfalto nero, lungo, molto lungo, un nastro di asfalto nero con in fondo il mare. Ma l’importante, nel desiderio numero 6, era l’asfalto, non il mare. Il dondolio dell’acqua, laggiù, serviva solo a rischiarare la direzione dei pensieri, l’asfalto invece serviva a poterci perdere il tempo. Finestrini bassi, forse inesistenti, ma sì chi se ne frega dei finestrini, l’importante, di nuovo, non erano i finestrini, ma piuttosto l’aria che vi entrava, lo schiaffo di vento compatto che arrivava in gola. E basta, tutto qui. Sole, asfalto nero lungo come tutto il tempo che vuoi, piedi nudi e musica. E di fianco, puntati sulla strada, gli occhi verdi. Con le loro mani sottili sul volante e la loro voce, un po’ roca, a volarle tra i capelli con il soffio rutilante del vento e a mescolarsi alla sua, poco intonata ma chi se ne importa, in un canto senza cure.

Desiderio numero 7: Sostienimi. Ovviamente sole, finestre aperte, luce luce luce a fiotti larghi. Questa volta il desiderio le aveva infilato dei pennelli tra i capelli, per tenerli raccolti e non lasciare che le ricadessero davanti agli occhi. Finalmente un posto suo, un posto da pensare per smettere le preoccupazioni, l’aveva desiderato tanto e gli occhi verdi avevano questo di bello, sapevano quello che volevi, lo sapevano chiaramente. Luce, pennelli, risate, le mani sporche di pittura a rincorrersi ed abbattersi fino a raggiungere i volti e giocando segnarli. Dipingevano. Niente di artistico, soltanto le pareti. Casa. Già, il desiderio numero 7 era a forma di casa. A forma di casa vuota da dipingere e arredare, da riempire e rendere adatta per una cuore. Forse per due. Forse per un cuore e un paio di occhi verdi. Perché c’era chi il cuore ce l’aveva sotto le costole, e chi sotto le palpebre. E quindi quattro pareti, un secchio di pittura e due incoscienti schiena contro schiena ad immaginarsi il futuro. Era importante questo però, che lo spazio fra quelle quattro mura non fosse troppo ampio, perché Ambra teneva tanto a sentire quelle spalle dietro le sue. Voleva rimboccare il passato con una fresca mano coprente di qualcosa che non era futuro, non ancora, ma poteva portarci, al futuro, e questo faceva paura. Perciò era onesto che lei lo potesse fare appoggiandosi alla forza di qualcuno e fra tutti gli appigli che aveva incontrato al mondo, gli occhi verdi parevano ora ad Ambra quelli più forti, quelli con le spalle più salde.

Desiderio numero 8: Credimi. L’attesa: questo era in effetti il cuore della questione. Non era poi fondamentale il fatto che lo avrebbe atteso preparando per lui la cena, oppure lavando i piatti con le braccia affondate fino ai gomiti nella schiuma, o cantando nel labirinto delle lenzuola stese. Era bella l’idea di aspettare, di mordicchiare i minuti fino all’ultimo, fino a sentirli cedere sotto i dentelli di una chiave che girando nella toppa torni a casa. Era bella l’idea di sentirsi bella, o donna, o stanca, per qualcuno. Bella l’idea di raggiungere l’isola della sera, ognuno con le proprie fatiche, e lì sollevare il velo opaco e lenirsi l’anima negli occhi stanchi, scambiarsi la poca luce che restava e rimanere a rimandarsela fino a moltiplicarla. Era un fatto che quegli occhi avessero luce, ma alcune volte la perdevano, andava seppellita nella polvere dei viaggi quotidiani e questo desiderio era per quei momenti: essere per quegli occhi, attenderli, accoglierli, raggiungerli, guardarli e moltiplicarne la luce.

Desiderio numero 9: Amami. Non lo ripeterò, ma c’era il sole. Poi un lenzuolo bianco, fresco, profumato. Bianco e luminoso. Il cotone in pace sulla pelle nuda. E un’altra pelle nuda sulla pelle nuda, accanto al cotone. Gli occhi verdi non si vedevano in questo desiderio, ma c’erano, loro c’erano sempre: l’ho detto, erano perfetti. Perciò stavolta in vista soltanto sole, cotone bianco e pelle nuda, e in particolare, di tutta la pelle, era importante un braccio: s’aggirava intorno alle spalle, protezione senza vincolo, braccio velato di virile ombreggiatura, abbandonato sul cotone bianco. Braccio che a guardalo avresti voluto vederlo padre, avresti voluto vederlo stringere, padre, l’involto tiepido di una vita nuova.

Desiderio numero 10: Eccomi. Straordinario specchio in cui cadevano le paure, meraviglioso attimo. Perfetto sospendersi del tempo, gradito pacarsi del lavorio del mondo quando svelle l’anima a colpi di rammarico. Lieve, soffusa, irradiante pace di sentirsi nell’esatta orma di se stessa, nel preciso disegno che voleva per sé.
E questa era la magia ultima degli occhi al sole, che sgranando il sentiero in mille passi di desiderio conducevano infine dove solo era la felicità vera: nel domandarsi di se stessi e non desiderare altro che se stessi.

Maria Fezzardi

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