Donne che non muoion d’amore – Giada Tommei

Quando la sveglia trilla , qualsiasi persona comunemente inserita nel sistema dei 7 miliardi di abitanti del mondo ne ritarda il suono.
Non Agnese. Lei non ha nessun sogno da continuare, né del sonno arretrato che la costringe a letto. Agnese dorme così tanto che la sveglia, dagli orari mai definiti, la sorprende già in piedi ogni santo giorno.
Alle 09.30 di una immobile mattina settembrina, Agnese sorseggia un’abbondante tazza di caffellatte sfogliando noiosamente una rivista di moda, lettura di per sé inutile visto che seguire le tendenze non è mai stato suo gaudio. Accanto alle fette biscottate giace, abbandonato, il tappo del vino aperto la sera precedente. “Fattoria Wandanna, ottimo sapore”, come diceva Mauro.
A quel tempo, mentre lo osservava leggere con soddisfazione l’etichetta di un buon rosso, Agnese non avrebbe mai pensato che molti anni dopo avrebbe affogato in quel colore tutti i suoi dispiaceri. Doveva bere meno, il dottore l’aveva intimata; eppure non riusciva a smettere, ogni sera, di rifugiarsi nel caldo abbraccio dell’uva macerata. E pensare che la vera dipendenza non era dal vino, ma dell’ex marito: Mauro Tornabuono.
“E’ buono a poco e da me non torna”, rispondeva ridendo a tutte quelle pettegole che, ogni giorno, fingevano falso interesse per la sua situazione. Era una risata artificiale, quella di Agnese, che nascondeva dentro un dolore immenso, una ferita aperta, un ben comprensibile non capire.
Durante i 10 anni di matrimonio con Mauro quest’ultimo non mancava mai alla sera di sedersi sulla poltrona del salotto sorseggiando del buon vino. Mauro era un uomo imponente, barbuto e scuro: non solo nei colori ma anche nei lineamenti. Alle 21 in punto, ogni sera, apriva una bottiglia di vino e ne sorseggiava metà: l’altra metà, era per Agnese. In molti li sgridavano : “finirete per diventare due ubriaconi!”, ma i due erano felici e scolandosi la loro boccetta si raccontavano le peripezie della giornata scambiandosi riflessioni e pensieri. Ogni volta che lo sguardo di Agnese si posava sulla poltrona di Mauro ne vedeva ancora gli occhiali rotondi, troneggianti sul naso fiero, e la fronte spaziosa, mentre si corrugava e si allentava alla lettura del quotidiano, che seguiva il rituale del vino.
Mauro e Agnese si erano conosciuti a Pescia, al mercatino dell’antiquariato che ogni mese dona alla città un tono vintage. Si incrociarono per caso, davanti una bancarella di libri usati. Entrambi soli, si trovarono a contendersi l’ultima copia di Orgoglio e Pregiudizio, di una versione ormai introvabile. Come ovvio, il baldo cavaliere lasciò alla madama l’oggetto ambito e quest’ultima, per ricambiare la gentilezza, ardì di offrirgli una tazza di The al bar del centro. Parlarono molto quel giorno. Agnese ricorda ancora lo scorcio di Piazza Mazzini che osservava, tra una parola e un’altra, dalla vetrata della caffetteria. Il giallognolo grigiore dei palazzi, impregnati del sapore dei vecchi del posto, si scontrava bruscamente con il verde marcato delle montagne circostanti , dando una sorta di magia all’atmosfera. Piazza Mazzini, per Agnese, è sempre stata come il setting di un film degli anni 60: ancora oggi, al suo interno, vi respira un’aria del passato. Sarà per il pavimento di mattoni rialzati, per le attività commerciali con le tende da sole a caduta o per i bar dal bancone di rovere laccato, ma Agnese si è sempre sentita catapultata in un’era precedente, forse migliore. Lo scorcio del ponte del Duomo, quel giorno, rimbalzava dai suoi occhi alla giacca di Mauro, mentre quest’ultimo le raccontava del suo recente divorzio complimentando nel contempo i ben portati 40 anni della donna a lui di fronte. Mauro, rampollo di un’abbiente famiglia di Uzzano , riuscì a guarire Agnese da una sorta di sfiducia semi cronica che si era da poco auto-diagnosticata. Essendo un’anima melanconica, Agnese non si era mai accontentata di un amore qualunque per paura della solitudine: aveva sempre preteso una creatura a lei affine con cui gioiosamente svegliarsi la mattina, trascorrendo dunque molti anni senza un definitivo compagno. “Rimarrai sola come una vecchia zitella!”, la ammoniva sua madre. “Meglio sola che nevrotica come te!” avrebbe voluto risponderle. Agnese aveva aspettato e sperato. Si era goduta la vita nel frattempo, questo sì: aveva girato il mondo, conosciuto persone, coltivato profonde amicizie. Il giorno del suo 39esimo compleanno, tuttavia, spegnendo le candeline soffiò via anche quel brio che l’aveva dolcemente accompagnata in tutti quegli anni. “Si vede che il mio destino è questo”, aveva pensato. Quando Mauro arrivò nella sua vita fu come se qualcuno avesse riattivato la corrente elettrica in una stanza piena di candele, passando così da un flebile lume ad un potente fascio di luce. Per 10 anni godette di un amore travolgente, pavoneggiandosi di come le cose arrivano, per chi sa aspettare.
Un brutto giorno, ahimè, Mauro dimenticò di ricomporsi dopo un incontro amoroso con la farmacista del paese. Varcò la soglia di casa con una generosa quantità di rossetto rimasta a giacere sul pomo d’Adamo, rivelandosi ancor più fatalmente sbadato quando, subito dopo aversi massaggiato la giugulare, carezzò come di consueto la guancia della moglie. Da quel momento iniziò un fitto ginepraio di sfiducia e depressioni che portarono l’uno alla confessione e l’altra alla disperazione.
E così, dopo un forte sentimento, finì l’idillio dei due amanti di mezza età; la poligamia, che ognuno di noi naturalmente si porta dentro, aveva distrutto nella coppia di sposi il costringente legame di fedeltà giurata, dentro il quale la società ci lega ben saldi, spesso con l’unico risultato di renderci esperti nell’escogitare bugie. Agnese, donna dalla mente aperta, lo avrebbe quasi perdonato, il suo Mauro. “D’altronde nella vita si può sbagliare”, diceva. Ma cosa avrebbero pensato i riservati abitanti di Monsummano Terme, cittadina dove i due si erano trasferiti alla morte del padre di Agnese, se avessero scoperto che l’amore può essere così folle da saper perdonare? Non l’avrebbero mai risparmiata: il gesto di Agnese li avrebbe costretti a ripensare ai propri errori, magari chiedendosi come sarebbe stata la loro vita se avessero seguito il proprio cuore senza pensare ai giudizi degli altri. No, troppa felicità perduta: meglio non pensarci e urlare allo scandalo.
Mauro fece dunque le valigie e se ne tornò a Uzzano, mentre Agnese, presa da un raptus di rabbia feroce, afferrò il libro del loro primo incontro e lo scagliò con tutta la sua forza fuori dalla finestra.

Alle 09.45 di una immobile mattina settembrina, il caffellatte di Agnese ha ormai perso il suo calore. Per 15 minuti si era immersa in un vortice di ricordi. “Brrr” esclama, come per scollarsi di dosso le sensazioni. Da soddisfatta intellettuale impiegata al back office della biblioteca comunale Agnese divenne, nei 2 anni senza Mauro, una semi-alcolizzata serale senza più lode. La depressione l’aveva portata a perdere il suo posto e da allora non aveva più cercato nessun impiego. Non che le mancasse il denaro, ma certo stare a casa non la aiutava a recuperare quell’animo strambo e gioioso di un tempo. A vederla camminare per strada sembrava semplicemente assorta o in ritardo per qualche appuntamento: in realtà la sua energia allontanava inspiegabilmente gli altri, come se andasse in giro con un grande cartello con su scritto “Non aiutatemi”. 730 giorni di incessante dolore: “Non ve ne sarà uno di più” , impreca al cielo quella mattina. Agnese prende la rivista e la scaraventa al muro. Un tempo pensava che la felicità entra, se si lascia la porta aperta. “Non entra un bel niente, ecco!”. Si rivolge a se stessa sbraitando ad alta voce, ed ecco che il peggio pare essere alle porte.

Alle 11.00 di una immobile mattina settembrina, Agnese si infila un vecchio paio di Jeans e un maglione e si mette in macchina. Con Lei, solo un pacchetto ammezzato di Multifilter e l’accendino. Le chiavi di casa le lascia nella toppa, tanto non le serviranno più. Prima di arrivare a destinazione, si ferma alla Gem.a.Com per comprare un taccuino : sperava di terminare in stile il suo racconto.
Agnese, un tempo, scriveva bellissime storie. Ve ne era una, iniziata a 27 anni, che non aveva ancora terminato: parlava di un folle amore proibito a lieto fine dove , dopo anni di battaglie, la protagonista riesce finalmente a vivere la sua vita e la sua meravigliosa storia. Era senza dubbio il racconto più bello ma , da ormai 24 anni, mancava di conclusione.
“Perché la vita , in fondo, non è altro che……” : se solo avesse trovato una frase, una parola, qualsiasi cosa pur di finirlo.
Riavuta dal flashback tra gli scaffali del negozio, saluta velocemente l’agghindata proprietaria desiderando per un momento di essere lei. Poi risale in macchina e schiaccia il pedale.
Quando giunge a Borgo a Buggiano è quasi ora di pranzo: si sente l’odore di sugo uscire dalle finestre delle case li intorno e Agnese, per un istante, ne inala la fragranza. La stazione ferroviaria di Borgo a Buggiano è un luogo decisamente poco frequentato. Piccola e solitaria, come tutte le fermate “secondarie” di Trenitalia, pare vivere di animo proprio, come quegli individui che vengono lasciati a loro stessi. Agnese si sente proprio come le rotaie che sta osservando: immobile e inerme. Il treno delle 12.00, per Agnese, sarà di vitale importanza: come molti treni di passaggio varcherà veloce la stazione senza fermarsi, e lei sarà lì ad aspettarlo.
Si asciuga ai fianchi le mani sudate : “Stavolta il treno non lo perdo”, pensa sbeffeggiandosi. Fa un paio di lievi flessioni sulle ginocchia e batte i piedi al pavimento: il suono delle suole rimbomba per la silenziosa ferrovia, perdendosi in aria. “E’ solo una questione di precisione: un salto al momento giusto e nel modo giusto”.
Chissà come sarebbero state le facce dei suoi conoscenti e amici, il giorno dopo. “Oh, era una così brava persona, non ha mai fatto male a una mosca!”, avrebbero detto le arpie del supermercato. Il treno tarda e Agnese decide quindi di sedersi un istante su di un muretto. “Il taccuino!” pensa. Apre il fiammante quaderno nero e riscrive l’incompleta frase finale del suo vecchio racconto, rimasto nel cassetto del suo comodino con la speranza che qualcuno, magari, si sarebbe un giorno preso la briga di collegarlo a quanto stava per lasciar scritto: sperava di finirla in un attimo di sincera e ultima ispirazione, prima di chiudere gli occhi a se stessa. “Perché la vita, in fondo, non è altro che…”. Il solito vuoto torna ad offuscarle la mente.
Otto minuti di attesa: forse ci siamo. Una scossa di paura tramortisce per un attimo il suo corpo e la nuca comincia a frizzarle. C’è una forza misteriosa che pare ancorarla a quel muretto marmoreo, come a volerla proteggere o farle cambiare un’idea disperata. Agnese sente le gambe immobili: la sua natura gioiosa sta lottando con tutta se stessa per rimanere in vita.
Dieci minuti: Agnese si alza in piedi e si avvicina al binario. Si accarezza i polsi, come per salutarsi, mentre lacrime invisibili rigano il suo viso. E’ proprio in quel momento di pianto impalpabile che una ragazza volta correndo l’angolo della stazione, ansimante di fatica. Si ferma vicino ad Agnese, controlla l’orologio ed esclama ridendo: “Oh no, ma sono in tremendo….anticipo! Che testa che ho, non ne faccio una a garbo!”. La ragazza saltella, divertita dalla sua gaffe, mentre Agnese si dispiace silenziosamente per la scena alla quale,purtroppo, la malcapitata dovrà assistere di li a poco: la guarda per un istante, cercando di immaginarsi il suo volto terrorizzato.
Dodici minuti: in lontananza, ecco il fischio con il quale avrebbe salutato il mondo. Agnese, senza più saliva, si volta per un ultimo istante a guardare le guance rosee della ragazza: in quel momento, casualmente, i suoi occhi scivolano sul libro che quest’ultima stringe a se: “Orgoglio e Pregiudizio”.
Dopo un’iniziale incertezza, Agnese sobbalza: copertina gialla, costina ammaccata, macchia scura di inchiostro vicino al titolo. Non è un libro qualunque: è IL libro. Ripensa alla finestra e al suo braccio deciso mentre gettava il prezioso oggetto alla mercé dell’asfalto bagnato.
“Dove lo hai preso?” chiede tremante alla ragazza dalle guance rosee. Quest’ultima ,infastidita dalla domanda insolita, risponde indietreggiando: “Mia nonna lo ha trovato un paio di anni fa,per strada. Pioveva e non c’era nessuno a reclamarlo, quindi lo raccolse e lo portò a casa. Cercavo una lettura per il mio viaggio di oggi e l’ho casualmente preso dal suo vecchio scaffale prima di uscire. Può trovarlo nelle librerie, comunque”.
Agnese rise a crepapelle. Il libro che aveva acquistato quando ancora era se stessa era tornato a farle visita. Era tornato a mostrarle il suo vero volto: quello di una Agnese piena di vita, non di morte.
Il treno arriva, veloce ed impetuoso. Agnese fa un passo avanti e prende lo slancio. La ragazza dalle guance rosee urla in preda all’orrore, portandosi le mani agli occhi per non guardare.

Quando li riapre , non c’è sangue sul pavimento. Agnese è ancora li, in piedi, e scrive sul taccuino. “Perché la vita, in fondo, non è altro che …. Uno specchio. Lo specchio di te stessa dove, qualsiasi cosa accada, dovrai sempre cercarti e riconoscerti”. La ragazza corre via veloce, mentre Agnese ripone con cura il taccuino in tasca respirando a pieni polmoni l’aria fresca. Accanto a lei, il libro, caduto a terra nel momento di paura, giaceva trionfante. Lo guarda sorridendo, ma non lo raccoglie. Si avvia verso l’uscita e lo lascia lì, a due passi dal binario, sperando con tutta se stessa che la cara vecchia Jane Austen possa salvare altre vite dal sempre eterno “mal d’amore”.

Giada Tommei

***

Ho 28 anni, un passato-presente di esperienze variopinte e un futuro che mi spaventa e mi elettrizza. Faccio l’impiegata e scrivo racconti brevi: mi si potrebbe dire un’impiegata scrittrice, o una scrittrice che nel mentre si impiega. Sono una ragazza entusiasta e solare, ma la mia caratteristica principale non è questa: dietro una prorompente allegria, infatti, in me troverai sempre un perenne velo di melanconia. Sono laureata in Lingue e Letterature straniere e quando ascolto parole in lingua inglese è un po’ come se bevessi del latte caldo con una generosa dose di caffè: mi rilasso e mi attivo allo stesso tempo. Pratico meditazione, divoro libri e serie Tv come una buona nerd e racconto il mondo attraverso personaggi femminili gettando in loro i miei complessi, discutibili, empatici e nevrotici occhi. Quello che spero della mia esistenza è di vivere tranquilla ma con il perenne desiderio di mutare un tassello: perché è l’avere sempre uno scopo, che ti ricorda che esisti.

One thought on “Donne che non muoion d’amore – Giada Tommei

  1. Ciao Giada, mi piace il tuo racconto perché è mio… è denso, fradicio di quel sentimento di disperazione sorda che incontro, a tratti, nella mie giornate. Ci sono anche io nel climax di disperazione di Agnese che aspetta il treno, ormai quasi anestetizzata dal dolore cronico. Riconosco essere mio anche anche il risvolto grottesco del malessere, che diventa riso isterico quando è troppo da gestire col pensiero. E allora anche io trovo in un oggetto, in un ricordo o in una canzone, lo stimolo per la virata emotiva.
    Ti faccio i miei più sinceri complimenti.
    Callas

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