Fama – Luca Vellani

Dicono che non esista nulla di più emozionante per un attore che vincere un oscar; questo non posso dirlo. Ho appena ricevuto dalle mani di questa bambola bionda, che mi guarda con occhi languidi, questa statuetta. Sorrido, la soppeso, non credevo fosse così pesante. Me la aspettavo fredda, ma il suo calore mi sorprende. Mi tocca andare in scena. Tra i flash dei fotografi e il brilluccichio del premio, inizio il discorso. Le parole partono dal petto e si arrampicano fuori dalla bocca. Non ho bisogno di pensare a quello che dico, non ho neanche preparato un discorso e neanche so quello che dico. Sono una marionetta svuotata della sua anima. Mi commuovo elencando i miei innumerevoli e falsi sforzi per essere qui. Fasciato dentro un vestito senza personalità, un po’ come me stesso. I miei occhi sfavillano e incrociano quelli di qualche bella puttana in prima fila. Ora arrivano i ringraziamenti. La miglior performance è a questa premiazione; peccato essere il protagonista. A non provare più nulla ci si abitua, l’ansia prima che venga letto il nome del vincitore per me non esiste, il battito accelerato, la sudorazione e la bocca felpata sono solo dei ricordi. Fa parte del gioco, la fama e il successo immeritato hanno un prezzo. Il mio è stato quello di essere svuotato di ogni mio sentimento per essere pervaso da quelli dell’arte. Nella scena devo essere euforico, felice? Beh, potete scommetterci che sarò più esaltato di un cazzo di bambino di cinque anni che riceve il trenino elettrico da Babbo Natale. Devo incazzarmi? Divento tuonante come il cielo in tempesta. Così funziona, non decido io: l’arte chiede, io faccio. Ho preso una sola decisione nella mia vita e sono qui. Un automa in smoking, ma sono qui, brutti figli di puttana.

Nella mia vita non ho mai scelto nulla. I miei genitori, operai, avevano deciso che non avrei dovuto seguire le loro orme. Quindi ho dovuto frequentare le migliori scuole della città, frequentare i salotti giusti. Diventare uno di loro, ma così non funziona. La puzza di merda da dove vieni te la porti dietro. Già all’asilo era emarginato. Crescendo impari a fottertene del giudizio di snob rottiinculo, ma i segni te li porti dentro, vedi quanto il mondo è ingiusto. Cresci e vedi la sofferenza di due anime che si rompono il culo per darti quanto più possibile, ma il barato da colmare a suon di denaro è ampio. I debiti aumentano e la tua inadeguatezza anche. Finisci per trovarti solo, con una famiglia devastata e il culo a terra. Arrivato al traguardo delle medie, avrei voluto andarmene, visitare il mondo e capire da me la mia strada, ma i miei, ormai ridotti ad occhiaie e rughe, mi obbligarono ad andare al liceo dicendomi che sarebbe stato il modo migliore per scegliere l’università. Io non pensavo neanche di proseguire gli studi e quei due, povere piccole persone, già mi vedevano dottore. Devo ammettere che anche gli anni del liceo passarono; ho sempre fatto il minimo indispensabile sia nello studio che nel rapporto con i compagni, ma un paio di buoni amici riuscii a cavarli fuori. Decisi di iscrivermi a legge. Dopo pochi giorni da questa decisione mio padre morì investito mentre tornava in bici dal lavoro. Era ormai buio e un bastardo, forse ubriaco, lo centrò in pieno. Il mio vecchio cadde fracassandosi tutte le ossa. Il suo sogno di vedermi laureato si spense su quel selciato. Lasciai l’università per aiutare mia madre ad estinguere i numerosi debiti. D’altronde non potevo fare altro è stata solo colpa mia. Andrai anche io in fabbrica. Cucivo scarpe. Tutto il giorno a bucare il cuoio e infilare quei maledetti fili. Sapevo di sprecare la mia vita, ma alla fine cosa avrei potuto farci? I soldi non nascono sugli alberi. Iniziai a fumare e bere. Alla fine uno deve scegliere come avvelenarsi l’anima e rendere le giornate meno noiose. Contavo i giorni trascorsi in quel buco di merda, come un carcerato. Poi finalmente fui libero. Mia madre morì d’infarto. Le piacevano gli psicofarmaci; oltre al cervello ti fottono alla grande tutto l’organismo. Il giorno dopo il funerale, in un’assolata giornata di giugno mi licenziai.
Passai qualche giorno al bar. La barba ormai incolta e i vestiti quasi animati di volontà propria. Ero lì a godermi i primi raggi di sole della giornata con la sigaretta tra le labbra e la birra appoggiata al tavolino di plastica azzurro. “Un’ottima giornata per cazzeggiare”. Avevo la mente vuota e la testa leggera. Rimasi a fissare la schiuma che tentava di arrampicarsi sulle pareti di vetro. Poi arrivò lei. Mi sfilò davanti con quelle gambe lunghe e abbronzate, un vestitino azzurro aderente nei punti giusti che sottolineava quel culo marmoreo. “Mi ci vorrebbe proprio un giro con una come lei”, i capelli castani svolazzavano. Cambiò direzione come se fosse avesse letto nella mia mente. Pensavo solo a quelle due enormi tette sode che mi ballonzolavano incontro. Cercai di darmi un contegno guardando un punto indefinito dietro lei, ma sicuramente lei si era accorta di come la avevo appena mangiata con gli occhi. Mi diede una lunga occhiata e sparì dentro al bar. Continuai a vuotare il mio bicchiere e a riempiere il posacenere, quando lei riapparve. Si sedette difronte a me. Ero interdetto ed eccitato, forse già si notava. Mi fisso. La fissai, cercando di non guardarle la scollatura. Le sue labbra rosse facevano contrasto con i suoi occhi e il suo vestito verde. Rimanemmo a fumarci le nostre sigarette in silenzio. Mi mandava occhiate di sfida. Decisi di rompere il silenzio: “Qualcosa non va, bambola?”. Tenendo la sigaretta in bilico su quei due canotti carnosi, mi rispose: “La gente come te mi fa proprio incazzare. Potresti conquistare il mondo e invece sei qui a ubriacarti”. Su questo avrebbe potuto anche aver ragione, nel recondito faceva incazzare anche me, ma non aveva il diritto di parlarmi così, neanche se fosse stata la più figa del mondo. “Beh tu non stai facendo qualcosa di diverso da me. Potresti avere gli uomini più belli e potenti del mondo e invece sei in questa bettola con uno scappato di casa come me”. “Ti devo dare in parte ragione. Io possiedo gli uomini più belli e potenti del mondo. Io ho il potere di decidere le vostre misere vite. Non cercare di ucciderti per provarlo; ti do una dimostrazione”. Alzò una mano. La mia gola si strinse la birra, che avevo appena buttato giù, mi schizzò fuori dal naso. Iniziai a tossire per cercar di prendere aria, ma quella maledetta non voleva riempire i miei polmoni. In pochi secondi devo aver assunto quattro o cinque colori differenti, poi lei abbassò la mano e l’aria mi riempì il torace come un pugno. “Provare a morire mi mancava nella mia lista di “Cose da fare”. Ti avrei creduto anche sulla parola” tossii fuori, mentre lei mi guardava sorniona e beveva dal mio bicchiere. “Cosa ne dici di fare uno scambio? Ti farò diventare l’attore più di talento di questo secolo. Ti darò la fama, tutti ti invidieranno e vorranno emularti. Diventerai l’emissario dell’arte, farai emozionare le donne più belle del pianeta che cadranno ai tuoi piedi. Questo mio dono ti riempirà di così tanti soldi che dovrai trovare nuovi modi per spenderli e non berrai più birra scadente”. “Tutte belle parole, ma ogni cosa ha un prezzo. Cosa vuoi la mia anima?” ero allettato della storia dei soldi e della fama, ma si sa che al mondo le inculate sono dietro l’angolo. “Esattamente, ma vedrai che per te non cambierà nulla. L’unica controindicazione è di non provare più sentimenti. Non proverai più l’ansia di sentirti come se stessi sprecando la tua vita. Quel senso d’inadeguatezza quando al semaforo ti si affianca il macchinone pieno di figli di papà. L’odio che provavi per tutti quegli stronzi dei tuoi compagni di classe scomparirà. Cosa ne pensi?”. Tutto mi faceva urlare: “Lo voglio”. Fanculo a tutto. A quelle puttanate che la gente s’inventa per nascondere una vita misera e da perdenti. Ero pronto a diventare capo della mia vita, pronto a diventare un vincente che avrebbe rivoluzionato il mondo. “Va bene accetto” risposi. Mi toccò la mano. L’ultima sensazione che sentii dentro me fu il terrore. Sentii scavarmi dentro e poi più nulla. Quella bambola mi stampò un bacio sulle labbra e se ne andò lasciandomi solo con il suo rossetto e quel profumo dolce addosso.

Da quel bacio a ora tutto è successo così in fretta. Quel giorno, tornando a casa, un produttore di Hollywood mi fermò proponendomi una parte nel suo prossimo film. Dicendomi che ero quello giusto e di essere stato folgorato sulla via di Damasco. Di lui mi ricordo solo i suoi numerosi anelli, uno per ogni dito, e il tanfo d’alcool del suo alito. Avrei dovuto provare gioia, incredulità, qualcosa e invece nulla, ma sinceramente non m’interessava. Con quella puttanella forse avevo fatto un ottimo affare e poco altro contava. Da quella piccola parte tutto è iniziato portandomi su questo maledetto palco. Pian piano, però, l’essere vuoto ti pesa. Diventa un sacco che si riempie e te lo devi trascinare dietro sempre. Esci a fare due passi e dovresti essere felice di sentire i raggi del sole che ti accarezzano. Invece senti solo il vuoto. Questo dovrebbe farti sentire triste, il non poter essere felice dico, ma anche in questo caso non senti nulla. E tutto questo riempie il sacco, quel fardello che devi portare e che nulla può alleggerire. Molti miei colleghi la nascondono dietro ai soldi e la chiamano: Fama.

Luca Vellani

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