Ballata del cavaliere errante – Manfredi Cartocci

 

La luna d’argento da mille ammirata, sovrana del cielo sulla terra è stagliata.
La notte comanda ai fievoli astri, di percorrere tosto la volta stellata:
è la danza del cielo, del pensiero fraterno, che lascia isolata la fissa Polare.
Una stella fugge dal magnifico disegno, senza meta la vediam vagare,
per poi scomparire nell’abisso siderale.
In un rado bosco dai legnami muschiosi, la vita gode della sua pace notturna,
pochi esseri animano il sottobosco, ed il silenzio fa d’ogni fruscio un tuono.
Eppure qualcuno attraversa, in piena armonia con essa, la quiete silvana:
un cavaliere conduceva il suo destriero color nebbia fra le fronde,
cauto era il suo procedere, ma mai incerto, e nella scintillante armatura,
coperta da un mantello d’orso, si celava un fine.

I calzari affondavano nell’umido terreno, impastando gli aghi d’abete. L’autunno era ormai inoltrato, ma si era fermato alle porte di quel bosco, che manteneva inalterata la sua veste di smeraldo. Il cavaliere respirava profondamente, l’aria fredda trasportava il profumo della resina di quei nobili sempreverde, un odore che non ricordava di aver percepito prima di allora. La luce lunare celava certi contorni, valorizzandone altri, così masse di vegetazione oscura si alternavano a fronde luminose, cariche di perle di rugiada. Era uno spettacolo di rara e complessa bellezza, niente di simile tornava alla mente del cavaliere, che pure tanto aveva viaggiato. Gufi dall’aspetto austero e spettrale lo adocchiavano, lo osservavano per un po’, per poi tornare a scrutare altrove; il bosco seguiva il cammino del cavaliere, come se fosse interessato a dove egli stava andando, o addirittura, come se la selva avesse in mente una meta per lui. Il cavallo seguiva docilmente il suo padrone, che ne teneva le redini con la mano destra, mentre con l’altra scostava le fronde innanzi a sè. Al chiarore lunare, il manto grigio del destriero rendeva impossibile coglierne gli esatti contorni, facendolo sembrare una piccola nube fra gli alberi. Il cavaliere si soffermò in un tratto dove i torreggianti abeti lasciavano libera la vista del cielo, ad ammirare la candida sovrana della notte e la sua corte, che tanto gentilmente illuminavano quel lungo cammino che si apprestava a percorrere.
In quell’immobile attimo, in cui la presenza di cavallo e cavaliere si erano fatte quasi inconsistenti, tanto il bosco li aveva accettati, il dolce rumore di un minuto corso d’acqua li raggiunse, distogliendoli dalla contemplazione siderea. Il cavaliere si voltò verso il suono, incuriosito; il destriero invece mosse subito qualche passo, superando il suo padrone che ne lasciò le redini. I sensi del cavaliere si persero in quel suono, tanto che quasi lo poteva vedere, quasi lo poteva toccare. Il rumore si faceva più vigoroso, aumentava man mano che il cavaliere poneva attenzione; una piccola cascata pareva ormai ai suoi sensi.
Un canto cominciò ad accompagnare lo scrosciare dell’acqua, un canto che aveva in se il fascino dei primordi, di quei tempi che esistono solo nei racconti. La melodia parlava della luna, degli alberi, del vento che li accarezzava e della tenera vita che si intrecciava sotto di loro. Il cavaliere prese a camminare, attratto da quell’incantesimo di suoni, e in breve, dietro agli alberi, cominciò a vedere un argenteo specchio d’acqua. Al centro di esso sgorgava un getto che, levatosi di qualche piede, ricadeva su se stesso in mille zampilli di luce. La melodia come l’acqua sgorgava dal centro di quella pozza brillante, fatta dalla luna specchio delle sue brame. D’un tratto, nella massa d’acqua apparentemente informe prese a scolpirsi una sagoma: presero forma i capelli e la testa, poi il collo e pian piano venne su dall’acqua, che oramai era un piccolo laghetto, una figura di sfuggente bellezza. Ella levò un dito verso il cielo, e l’acqua che formava quel dito e quella mano presero a cambiarsi in carne ed ossa. Durante la metamorfosi, seguitò a cantare, e la melodia si faceva sempre più concitata: passata era la narrazione degli sfocati tempi remoti, e la storia recente era un frequente alternarsi di strofe, ora pompose, ora dolenti, ora pensose, ora ridenti. Pallida pelle in candidi manti, capelli d’argento e, ovunque, polvere di diamanti. La dea, o almeno questo il cavaliere pensava che ella fosse, proseguì il canto fin quando la sua figura non fu del tutto solida; quando il canto cessò, l’acqua attorno fu rapidamente assorbita dal terreno senza bagnarla affatto. Il cavaliere si perse in quel verde sguardo, chiaro come un prato, profondo come la foresta. Intorno ad ella sbocciavano fiori, sua aveva fatto la luce lunare, tutt’intorno echeggiava il suo splendore.
-Benedetto, viandante, benedetto sei dalla luna e dal bosco- disse con voce che pareva provenire da un sogno – Io sono Panor, la custode del bosco, ed esso ti ha condotto da me-
-Salute, oh figlia della luna e custode del bosco, e benedetto sia esso che mi ha condotto al tuo cospetto, così che io posso godere ora della tua beltà- rispose il cavaliere con un profondo inchino.
– Sono Odranur, figlio di … –
– Figlio di Odraur, discendente della casata dei lupi del nord- terminò Panor per lui.
Il cavaliere rimase interdetto, curioso del perché una dea si preoccupasse di chi lui fosse.
– Al vostro servizio- concluse con un lieve inchino e porgendole le mani.
-Sono lieta di sentirtelo dire, Odranur figlio di Odraur, perché il bosco, e dunque io, necessitiamo d’aiuto. La luna e le stelle avevano visto, ormai tempo fa, profilarsi all’orizzonte i prodromi di una minaccia; ma con essa era stato predetto anche dell’altro: un guerriero sarebbe giunto da nord, e zanne avrebbero combattuto zanne, le fiere si sarebbero date battaglia, in uno scontro che il bosco non ricordava dal tempo in cui i grandi spiriti giravano liberi per Eiritania. Ed infine il nemico è giunto: una strega, figlia di una delle più cupe e corrotte discendenze di Matdar, ha messo piede nelle mie terre per piegarle al suo malvagio comando. Fino ad ora sono riuscita ad arginare le sue arti oscure, ma il suo potere è grande e già ad est il bosco comincia a risentire della sua malsana presenza- disse la custode del bosco.
-Mi offri un avversario degno dell’epica dei bardi, oh divina, ma come può un povero avventuriero difendersi dalle stregonerie di tale demonio?- domandò Odranur perplesso, ma non scoraggiato.
– Tu sottovaluti il bosco, cavaliere: mille sono gli occhi che vedranno per te, niente avverrà senza che tu lo sappia. La tua avversaria fugge il giorno perciò trai vantaggio da esso, ma è la notte che ci svelerà il vincitore. Ora porgimi la tua spada, così che io possa donarti il mio personale aiuto- affermò Panor, e Odranur estrasse la spada per porgergli l’elsa. La custode del bosco levò una mano per prendere l’arma, e non appena l’ebbe toccata la pallida mano s’illuminò lievemente. Pose il ferro in orizzontale ed alzò l’altra mano verso il cielo, le dita tese come a voler afferrare qualcosa. La mano si illuminò, sempre di più, quasi fosse un’altra luna; ne passò il palmo sulla lama, dall’elsa alla punta, e il metallo vibrò e s’illuminò anch’esso. L’incanto durò ancora qualche istante, e tutto pareva fermo, fisso in contemplazione di tale prodigio. Poi la luce si affievolì, svanendo riassorbita dallo splendore di Panor.
– Che la luna possa renderti chiaro il cammino, e che la sua luce sia da monito ai tuoi nemici, Odranur figlio di Odraur. Adesso va, e compi il tuo destino- così parlò la custode del bosco e dettò ciò, la sua figura cominciò ad essere inghiottita dalla luce che emanava, fino a scomparire in un lampo di perla. Un attimo dopo lo spazio si era fatto vuoto e oscuro, Odranur aveva ancora negli occhi l’immagine di Panor, ma quando fu nuovamente in grado di vedere, si rese conto che la sua spada era innanzi a lui, conficcata nel terreno. Fece per estrarla, ma non appena le sue dita sfiorarono l’elsa sentì un brivido percorrergli il braccio. Si bloccò un attimo, lo sguardo fisso sulla spada, si fece coraggio. Impugnò saldamente l’elsa e la liberò di scatto dal terreno; la lama si illuminò tanto che Odranur dovette distogliere lo sguardo, ma lentamente si rese conto che lui stesso era il padrone di quella luce. Fece sì che si affievolisse un po’, per poi rinfoderarla soddisfatto.
Sentì qualcosa smuoversi dentro di lui, qualcosa di primordiale e istintivo; quel qualcosa lo turbò un poco, e gli fece tornare alla mente certe storie che aveva sentito nei tempi dell’infanzia.
La luna era sfilata nel cielo e ora si accingeva a baciare l’orizzonte, le stelle andavano via via sparendo, disturbate dall’arrivo del crepuscolo, rosso araldo del giorno nascente. In questo chiarore surreale, Odranur legò il cavallo ad un albero e si sedette a terra, appoggiando la schiena allo stesso; qui si lasciò andare ad un sonno profondo, al termine del quale avrebbe iniziato la ricerca della sua avversaria.

Gli occhi del bosco da Panor destati, portano nuove al guerriero sopito
Gli arborei guardiani presto allertati, tendono l’orecchio al muover nemico
Attenta è la strega alle sue prossime mosse
Fiutato ha il pericolo che da nord le proviene,
Di tanti altri guerrieri ha reso le spoglie rosse
Ma dal giudizio di questo ancora si astiene.
Del grande lupo delle lande gelate, che a Matdar negò l’accesso al nord
Teme i denti e le zanne affilate, che a nessun sortilegio si piegano.
Lontano è però quel tempo,dimenticato il bestiale legame
Di quando l’uomo in un lampo,entrava nel selvaggio reame.

Quando Odranur si destò, immagini gli affollavano la mente. Zone di bosco a oriente, una fiera si spostava veloce nell’oscurità, ghigni, cupe risate, un’ombra si allungava sulla quiete di quelle terre.
Pose la fronte su quella del cavallo, come era solito fare per dargli ad intendere che aveva da dirgli qualcosa di importante: – Attendi qui, questa battaglia non è per te- detto ciò lo svincolò dall’albero. Il sole era alto e faceva risplendere la verde volta che sovrastava il cavaliere, mentre egli cominciava a muovere verso est, alla caccia della sua rivale. Più si avvicinava ai luoghi che gli erano stati mostrati nel sonno, più sentiva sussurri sfiorargli la mente, soffi di vento suggerirgli la via. Ad un certo punto però, dopo molto che camminava, vide che era entrato in una zona in cui gli alberi sembravano soffrire una presenza molesta: molti di quei magnifici sempreverde, che non temevano i geli degli inverni più rigidi, erano ora quasi spogli, e avevano i rami piegati e ritratti, come inorriditi. A quel lugubre spettacolo faceva da cornice la luce soffusa del tramonto, e le ombre, sempre più vaste e scure, iniziavano a farla da padrone.
Certi rumori cessavano, altri cominciavano ad affacciarsi al mondo; un bosco si assopiva e se ne destava un altro, la fresca luce notturna sostituiva l’invadente bagliore solare e prede e predatori del buio si apprestavano a vivere il loro giorno. Proseguendo sul suo cammino, Odranur cominciò a percepire che intorno a lui non c’era più quella premurosa attenzione che il bosco aveva posto sui suoi passi fino a poco prima; gli alberi avevano un aspetto sempre più tetro e sofferente e una nebbia scura andava addensandosi. La tensione era salita nel cavaliere, e quando se ne rese conto, il cuore aveva già preso una rumorosa frequenza, il respiro si era già fatto corto, i muscoli contratti, pronti ad esplodere.
La coltre nebbiosa si faceva quanto mai più fitta, rumori sinistri provenivano da ogni direzione, ma Odranur non si lasciò suggestionare: un momento prima che il buio diventasse completo, un ultimo flebile raggio di luna ricordò al cavaliere di avere nel fodero la risposta a quella malvagia oscurità. Sguainò la spada, e tramite essa la luna tornò a splendere in quella zona di bosco. La levò sopra al capo, pronto a calarla su qualunque minaccia.
– E così, Panor ha scelto il suo campione- sibilò un’inquietante voce femminile. Odranur si guardò attorno, girò su se stesso, ma non vide nessuno. Fece splendere la spada più che poté, cercando di sondare lo spazio circostante, ma senza risultati.
-Un figlio del nord, un sangue di lupo. Che Matdar possa esultare quando ti strapperò il cuore!- gridò la stessa voce, fattasi però più grossa e minacciosa. Odranur cominciava ad essere infastidito da questa diffusa conoscenza della sua identità, e quell’epiteto: “sangue di lupo”, svegliò in lui gli stessi turbamenti che erano stati destati dalla luce della spada prima del suo riposo nel bosco.
-Fatti vedere, vile essere, e affronta la mia spada!- urlò il cavaliere scuotendo la notte.
-Tanta fretta di morire, piccolo uomo?- domandò la strega con voce flebile.
-Non preferiresti cogliere la possibilità di salvarti? Scappa dal male, scappa da questo bosco, torna al tepore della tua casa- disse la maligna con celata inquietudine.
-Il tepore di casa … ho lasciato il tepore di casa molto tempo fa, in cerca di cause a cui asservire il mio valore. Se ora scappassi, con che onore tornerei alla mia casa?- rispose il cavaliere con risolutezza, conscio del fatto che probabilmente, l’onore era cosa sconosciuta alla strega.
– Che brutta cosa la presunzione. Avresti potuto raccontare ai tuoi posteri di aver incontrato una strega … e di essere sopravvissuto. Il tuo freddo cadavere sfamerà i vermi tra non molto, come tu hai scelto- sentenziò la strega.
– Le tue parole cadono nel vuoto, orrido essere, ed il loro veleno non mi sfiora. Fatti avanti ora, la mia spada ti aspetta- replicò Odranur con tono provocatorio.
– Orrido essere – ripeté lentamente la strega. Un fruscio davanti a lui, passi nel sottobosco, Odranur fletté le gambe, pronto all’assalto. Dagli alberi però, illuminata dalla spada, comparve una donna. Era vestita di nero, l’abito era lacero, gli occhi bui, i capelli di pece. Era giovane, o così sembrava, di carnagione scura e alta poco meno del cavaliere. La donna levò le mani avanti a se mostrando le lunghe unghie nere, indietreggiò di qualche passo e fece per urlare, ma dalla sua bocca uscì un alto ruggito felino. Si voltò e scomparve nel buio, dando inizio al duello.
Rumori di foglie, arbusti, ramoscelli spezzati, tutto intorno a lui … poi silenzio. Odranur respirò profondamente, la mano armata serrata sull’elsa tanto da sbiancare, il cuore così irrequieto da far tremare il petto. Da delle folte fronde alla sinistra del cavaliere, balzò lesta una poderosa belva nera; candidi artigli, occhi di fuoco e zanne di ghiaccio. Odranur si voltò di scatto e oppose la lama ai mortiferi unghielli della belva, evitando che lo ferissero, ma finendo comunque a terra a causa dello slancio soverchiante della fiera.
Si rialzò in un lampo, giusto in tempo per puntare la spada contro la bestia evitando che gli si scagliasse addosso. Si studiarono per un po’ spostandosi lateralmente, Odranur tentò un affondo, ma la belva si ritirò rapida, per poi tornare all’assalto gettandoglisi addosso. Di nuovo il cavaliere si difese con la spada, ma stavolta non riuscì ad evitare che la feroce nemica gli cadesse addosso. Richiamò le gambe al corpo per proteggere l’addome dagli artigli della bestia, il ferro ancora opposto alle zampe anteriori della ferina assalitrice. Quella gettò un ruggito agghiacciante, e Odranur riuscì a scrollarsela di dosso girandosi su un fianco appena un momento prima che gli azzannasse la faccia. Menò la spada in ampie spazzate mentre si rialzava, ma la belva si era già portata a distanza. Era sicuro di aver ferito quelle micidiali zampe con la spada, ma non notava alcun segno di dolore nella fiera, che si preparava ad un’altra carica. Scattò verso di lui e spiccò il salto, Odranur tentò di prenderla in controtempo con un affondo al muso, ma non si era reso conto che la belva non mirava a lui, ma proprio al suo braccio armato. Con una zampata al polso la bestia strappò via di mano la spada al cavaliere, finendogli poi addosso e facendolo cadere all’indietro. Il terreno era in discesa, e Odranur rotolò per qualche metro, cadendo in un lieve dislivello. La caduta lo stordì un poco, la lieve ferita alla mano non produceva pena sufficiente a risvegliarlo da quel torpore, grazie al guanto che aveva assorbito quasi tutta la furiosa violenza degli artigli nemici. Restò per qualche attimo disteso nel sottobosco, cercando di capire se era ancora tutto intero. Quando tornò a mettere a fuoco, si rese conto che si trovava fuori dalla coltre di fumo creata dalla strega, ed un raggio di luna lo colpiva dritto in faccia. La fissò per lunghi, lunghissimi istanti, e ancora qualcosa si smosse in lui, nel profondo. Vide un lupo, fra gli alberi, grande e maestoso; si aggirava guardingo, scrutando qua e là. Quando Odranur incrociò il suo sguardo, un brivido gli corse lungo la schiena; il lupo dal canto suo, si voltò verso la luna per poi emettere un lungo e profondo ululato. A quel punto, l’antico legame di sangue che lo legava ad Odraugr fu definitivamente ridestato: Odranur si lasciò andare all’istinto bestiale, e cominciò a tramutarsi in lupo.
L’armatura e le vesti gli erano scomodi, li tolse con istinto rabbioso. Sentì la pelle tirare, mentre un fitto manto di peli la copriva. Cominciò a incurvarsi in avanti fino a cedere alla gravità, ma quelle che appoggiò a terra non erano mani, bensì zampe. Gli odori acquisivano nuovo spessore, sfumature inedite, significati più profondi. Si leccò le zanne, fiutò il fetore della belva nemica, ed un selvaggio furore gli crebbe dentro.
-Non avere paura piccolo nordico! Non ti farò soffrire a lungo- sibilò la strega, mentre lo cercava freneticamente nel sottobosco. Quando però Odranur ricomparve, era diventato tutto ciò che la strega non avrebbe mai voluto vedere. Innanzi alla scura belva non stava più un prode cavaliere, ma un grosso lupo dal manto folto, le fauci serrate e le zanne in bella mostra, che ringhiava minaccioso all’avversaria. L’espressione della malvagia fiera tradì una paura che la strega non riuscì a controllare, una paura antica che le derivava dal suo oscuro retaggio. Mentre la megera era attanagliata da tale terrore, Odranur era sempre più preda della furia che gli derivava dalla forma di lupo. Mosse qualche passo avanti per provocare la strega che, ritrovato un po’ di coraggio, gli si scagliò addosso decisa ad ucciderlo e ad esorcizzare l’ancestrale paura. Ne scaturì una lotta furibonda, in cui le due belve si scambiavano graffi e morsi, si avvinghiavano l’una all’altra per poi dividersi ed assalirsi nuovamente, in una danza mortale che le vedeva rotolare, correre e colpirsi fra gli alberi del bosco. Nessuno dei due sembrava avere la meglio, nonostante lo scontro estenuante li avesse portati ai limiti delle loro possibilità e fossero entrambi malconci. La fatica pervadeva i due sfidanti, annebbiandone la mente che si faceva sempre più cedevole all’ira. I movimenti convulsi e rabbiosi dei duellanti portarono nuovamente lo scontro nella zona di bosco già corrotta dalla presenza della strega; qui, mentre Odranur indietreggiava dopo aver contenuto un assalto della sua nemica, fu tradito da una contorta radice che usciva dal terreno facendo arco e perse l’equilibrio il tempo che fu sufficiente alla strega per ferirlo a morte con i venefici artigli. Il manto ventrale del lupo si tinse di rosso, e mentre rotolava spinto dall’impeto dell’assalto nemico, sentì sulla schiena una sensazione di freddo e rigido. Si rese conto che era passato sopra la sua spada, che aveva perso precedentemente durante lo scontro, quando ancora combatteva in forma d’uomo. Si rimise a stento sulle zampe, la ferita era profonda ed il veleno della strega già lo stordiva, disturbandone i sensi. La maligna intanto si preparava a lanciare l’attacco finale, correndo lesta contro l’avversario. Quando però si trovò a passare sopra la spada di Odranur, la lama liberò tutto il potere che Panor vi aveva infuso, liberando un bagliore di luce lunare che accecò completamente la strega, la quale cominciò a lanciare urla agghiaccianti.
L’occasione era creata, la strega era vulnerabile, ma Odranur si reggeva a malapena sulle zampe: il costato sanguinava, il veleno si propagava ovunque. Il cavaliere sentì una mano posarglisi sul dorso, accarezzarlo, ed un melodioso sospiro sfiorargli l’orecchio destro. Voltò il muso e vide Panor accanto a lui, radiosa come la luna piena. La custode del bosco si chinò accostando le labbra al suo orecchio: -Il valore della discendenza di Odraugr è andato oltre le mie aspettative, è evidente che il tempo non ha eroso l’antica forza che la contraddistingueva. Ora và, Odranur figlio di Odraur, e compi il tuo destino-.
Detto questo, Panor passò una mano sul muso del lupo, ed Odranur tornò a vedere nitido. La custode del bosco scomparve come un profumo portato via dal vento, ma le sue parole restarono vivide nel guerriero.
Nuova forza scorreva nel lupo, un nuovo ardore lo scuoteva; davanti a se, il suo destino si dimenava ancora per il dolore che quel bagliore divino gli aveva inflitto. Odranur decise di non farlo attendere e si gettò alla carica, azzannando con ferocia inaudita l’oscura belva alla gola. Quella emise gemiti strazianti mentre si dimenava, tanto che Odranur fu tentato più volte di lasciare la presa, solo per far cessare quei rumori che sembravano farlo impazzire, tanto erano alti ed empi. Ma la virtù fu più salda della paura, ed infine la fiera malvagia si accasciò a terra morente. Esalato l’ultimo respiro, la belva rivelò la sua vera forma, tramutandosi in un’orrenda vecchia. Anche Odranur tornò alla su forma umana, ma assieme alle sembianze di lupo, lo abbandonò anche la forza elargitagli da Panor. Era nudo, il petto lacero e sanguinante, intorno alla ferita erano evidenti i segni del veleno. Si trascinò fino alla sua spada, cercando poi di far leva su di essa per rialzarsi, ma infine giacque a terra inerte.
Mentre ‘l male operato dalla strega andava dissolvendosi

Il bosco osservava in ansia il suo protettore, per vederlo muoversi
Tutto sembrava invocare un intervento
O attendere almeno un provvidenziale evento
Ma immobile era l’aria e la selva tutt’attorno
Immobile era Odranur, e di niente adorno.
Nel fatal momento, quando quasi Gun lo prese
La luna tornò a splendere tra quelle fronde offese
Panor, la custode del bosco, tornò a calpestare quei sottoboschi straziati
Prese in braccio il corpo nudo del suo protettore, dagli occhi ormai sbarrati
E lo portò nel luogo suo più sacro, dove la luna aveva la sua immagine terrena.

In quel magico luogo, che mai nessun uomo aveva veduto, Panor si accingeva a compiere un prodigio.
Odranur era là, al confine della vita terrena, dove Gun reclamava la sua essenza, l’etere il suo spirito, ed il caduco mondo le sue effimere spoglia. Ma Panor era fermamente decisa ad impedirlo.
-La luna tratterrà il tuo spirito e la tua essenza, figlio di Odraur, mentre io estirperò il veleno dal tuo corpo. Il sangue di lupo ti ha permesso di sopravvivere, ora io ti salverò, come tu hai salvato il bosco-.
Mentre diceva ciò, nella minuta radura in cui si trovavano giungevano quattro ruscelli, che lentamente andarono formando un limpido e cristallino stagno, in cui la luna si specchiava. Panor s’inginocchiò, sdraiò Odranur ponendone la schiena sulle sue gambe, la testa retta dal suo braccio sinistro. Il corpo del guerriero cominciava a farsi freddo, ma il suo spirito era forte, Odraugr ne permeava l’essenza. Quando lo stagno si fu del tutto formato, l’immagine della luna era quasi più splendente della sua generatrice, ed un fascio di argenteo splendore si dipartì da essa per investire Odranur. La custode del bosco pose una mano sul petto ferito del guerriero, chiuse gli occhi e cominciò a recitare versi di una lingua che solo gli alberi più antichi ricordavano, parole potenti che quasi nessuno più poteva intendere.
Lentamente, il veleno cominciò a lasciare il corpo di Odranur, la ferita si rimarginò, ed egli fu salvo. Quando il rituale fu completo e Panor tacque, il riflesso lunare si spense, i quattro ruscelli si estinsero e lo stagno si vaporizzò in un istante, proiettando verso il cielo una densa colonna di gas argenteo. Panor levò lo sguardo avanti a se, e fra gli alberi intravide un grande lupo che la fissava intensamente.
-Ti sia reso onore, grande spirito del nord, e sia reso onore alla stirpe cui hai dato vita assieme a Deliandra. Che il sangue di lupo possa non estinguersi mai nella razza degli uomini, e che i suoi portatori siano sempre tenuti in grande considerazione- proclamò la custode del bosco.
Il lupo parve aver inteso quelle parole, e puntato il muso verso il cielo, lanciò un profondo ululato che penetrò a fondo nella trama del bosco, dopodiché si allontanò scomparendo tra gli alberi.
Quel suono, ancestrale richiamo della notte, riportò Odranur alla coscienza di se. Il cavaliere, dapprima stordito, si rese conto d’esser nudo al cospetto di Panor. La custode del bosco lesse il disagio nei suoi occhi, e ne sorrise.
-Se ti preoccupi di questo, significa che stai bene- disse in tono serafico.
Odranur dimenticò un attimo l’imbarazzo, e la sua mente si riempì dei ricordi dello scontro, della strega che lo feriva, del bagliore, e dell’assalto letale che gli donò la vittoria. Gli avvenimenti successivi gli erano oscuri, le immagini si perdevano mentre lui era disteso a terra, morente.
-Mi … mi hai salvato mia signora?Certo, non può essere altrimenti. Il veleno mi aveva paralizzato, ero sicuro di essere stato chiamato a prendere posto fra i miei antenati- sussurrò il cavaliere, ancora debole.
-Non a me devi la vita, ma al sangue di lupo che porti dentro. Io ho solo estratto il veleno dal tuo corpo, ma esso ti avrebbe ucciso ben prima del mio intervento, se tu non fossi un figlio di Odraugr. Ad ogni modo, non parliamo più della morte, poiché stanotte essa è stata sconfitta in ogni sua forma. Questo bosco ti sarà per sempre debitore, Odranur figlio di Odraur, ed in esso sarai sempre il benvenuto- dicendo questo si alzò in piedi, aiutando il cavaliere a fare lo stesso.
-Che la tua discendenza possa essere benedetta, e che mai l’ombra della paura sfiori la virtù del tuo cuore.
Addio figlio del nord, che la luna possa sempre illuminare le tue notti di viaggiatore-
La benedizione di Panor parve riempire lo spazio intorno ad Odranur e fare eco, tanto che il cavaliere continuò a sentirla ripetersi a lungo. La custode del bosco protese le braccia verso il cielo, la luce lunare la investì, tanto da inghiottirla, tanto da celarne la silenziosa scomparsa, mostrata poi dal dissolversi di tale e brillante velo. Odranur volse istintivamente lo sguardo verso la luna, ed essa sembrava ricambiare. La fissò per un po’, nudo e solo negli accennati barlumi del crepuscolo nascente, fin quando non fu distratto da un familiare rumore di bisacce dondolanti. Il suo cavallo, carico della sua armatura, delle sue vesti e con la spada nel fodero della sella, lo raggiunse in breve, accostando il muso al braccio del cavaliere. Odranur lo accarezzò e cominciò ad aprire le bisacce per prendere i suoi indumenti, mentre pensava con gratitudine a chi le avesse riempite e lanciando, con la coda dell’occhio, fugaci occhiate alla tramontante sovrana del cielo.
Il sorgere del sole dichiarò solennemente il terminare di quell’avventura, ed Odranur volse lo sguardo ed il cuore verso nord. Salì in sella, spronò il destriero, e cominciò così l’ultimo viaggio: quello verso casa.
La notte giunse trovando il cavaliere impreparato, uscito da poco dal bosco e ansioso di calcare ancora le terre natali. Fitte nubi nascondevano la luna ed il buio era quasi completo, ma Odranur si ricordò dell’ultimo augurio della custode del bosco; afferrò saldamente l’elsa della spada e la sfoderò con vigore puntandola al cielo. Un filo di luce argentata nacque dall’elsa e risalì la lama, estinguendosi una volta arrivato in punta; un ardito raggio di luce lunare trafisse la scura volta, investendo la spada del cavaliere.
Fu questione di istanti, poi il cielo si richiuse, ma l’arma restò lucente e radiosa come non mai.
Allora Odranur seppe che Panor era con lui e spronò il cavallo al galoppo puntando la lama avanti a fendere l’oscurità, che si ritraeva pavida al cospetto del suo splendore.
I pochi che lo videro quella notte, raccontarono di un dio a cavallo che percorse fulmineo le pianure del nord, irradiandole con la luce dell’alba del mondo.

Manfredi Cartocci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *