SÌ, lo voglio! – Maria Fezzardi

Mi volto e li guardo tutti. Non uno ad uno, tutti insieme, come un muro che mi serra per sempre la via. Li guardo tutti e vorrei gridare, ma non posso e, anche se potessi non voglio, nessuno di loro si merita che io gridi, non adesso, non sotto queste volte altissime e antiche. Nessuno di loro si merita che io rovini tutto. Non mia madre così radiosa in questo mio giorno, che si è data da fare perché tutto fosse perfetto, sempre, nella vita e oggi e in effetti lo è, mamma, lo è senza dubbio, e non posso gridare adesso perché lei è qui, con il suo abito impeccabile e quel cammeo così aristocratico al collo. So che prima di uscire se lo sarà guardato almeno una dozzina di volte, fermandosi nella frenesia dei preparativi ogni volta che passava per caso davanti a uno specchio, ci avrà passato piano i polpastrelli guardando la sua immagine con sguardo assorto, per poi ridestarsi subito, scuotere la testa e riprendere la sua traiettoria con passo deciso, dandosi della sciocca per questa frivolezza. Non mio padre, che anche adesso mentre affogo tiene il mondo al suo posto solo con la postura ampia e dritta della sua schiena nelle spalle della giacca, come se tutto fosse semplice e diretto e bastasse dire “sì” e continuare a vivere, non lo merita per quel suo braccio a cui mi sono aggrappata con la forza di un naufrago alla deriva, non lo merita per aver avuto la forza di porgermelo e poi di sottrarlo perché è così che io ho scelto. Io. Ho scelto.
E non lo meriti tu Andrea, oh cristo non lo meriti. Ma io vorrei farlo. Anche se so che sei dolce e premuroso e forte, anche se adoro il tuo profilo e il tuo profumo. Però vorrei gridare. So che sono pallida, ho sentito il sangue defluire dalle mie gote mentre attraversavo la navata al braccio fiero di mio padre, mentre tutti sussurravano e sorridevano coprendosi la bocca con le mani, l’ho sentito squagliarsi nella pressione delle vene e so che non è tornato, mi sento la bocca asciutta come se fosse foderata di sabbia, e amara. Mi manca l’aria e mi gira la testa. Questo vestito è troppo stretto, sento freddo alla schiena, sullo scollo posteriore che mi piaceva tanto quando l’ho scelto. Mi sento una grave ruga di preoccupazione insediata tra le sopracciglia, che s’approfonda sempre di più perforandomi il cervello come un chiodo e indolenzendomi la muscolatura della fronte, eppure non riesco a scioglierla. Cerco di ammorbidire le labbra per dar loro una piega che almeno somigli a un sorriso, perché è questo che una sposa dovrebbe fare, sorridere, lo so nonna, lo so, ma davvero non ce la faccio, scusami ma devo tenerle serrate le labbra e dure, per impedire ai denti di battere.
So che ho un aspetto orribile e terrorizzato, odio avere questo aspetto, ho sempre odiato trasformarmi in questo micetto bagnato e impaurito solo perché non avevo il coraggio di fare quello che dovevo. Eppure lo guardo negli occhi, Andrea, così meraviglioso ed assorto, e leggo la sua incondizionabile serenità: quella che non ha avuto mai un dubbio riguardo al fatto che sarebbe stato questo il modo in cui sarebbe finita, quella pacifica distensione dei sentimenti che non si lascia turbare da nulla, mai, nemmeno dall’urlante angoscia che ho negli occhi, che devo avere perché sto per svenire o per piangere o per gridare, quella sua pacata compostezza di superficie che non vede oltre a quello che vorrebbe e non s’accorge, cristo com’è possibile che tu non mi veda, che sono terrorizzata. Quella sua beata ignoranza. Ti voglio così bene Andrea e voglio gridare ma non lo farò perché tu non lo meriti, nemmeno tu, per tutte le cure e le notti e gli abbracci e lotte che mi hai dedicato, per aver cercato di scalare le mie vette insieme a me, ma come puoi non vedere che sto soffocando, come diavolo puoi ogni volta restare sui tuoi binari e convincerti che io devo solo imparare e camminare in linea retta come sai fare tu così bene? Non sei cattivo Andrea lo so, sei un ragazzo così per bene a dir la verità, le zie non fanno che ripeterlo, ma non ti ha sfiorato mai l’idea che forse non è che io non riesca a camminare in linea retta come tu e i tuoi amici sapete fare bene, è soltanto che non voglio? Lo so che lui mi ama e che il viaggio di nozze è prenotato e se potessi chiudere gli occhi senza piangere o svenire riuscirei ad immaginarmi i camerieri eleganti del rinfresco che proprio adesso aggiustano le angolature dei tovaglioli e spianano con un colpo esperto le ultime pieghe delle tovaglie, ma a me non importa più di quel mare da cartolina e del colore della glassa su quei meravigliosi cupcake che ci saranno per dolce.
Mi volto di nuovo e li guardo, recinto implacabile di volti bianchi che ondeggiano in file di banchi e mi sospingono su per quei gradini che dovrebbero innalzarmi alla felicità suprema e io invece non vorrei che scendere correndo a perdifiato dovessi anche slogarmi un caviglia. Lo so Serena che mi hai invidiato tanto per questo passo, che sarebbe un torto a chi come te lo sogna da una vita un uomo che s’inginocchia con un diamante e chiede di esserti compagno, e non te lo meriti che io getti al vento il mio, ma io non voglio più farlo. Vorrei solo tornare ad avere un pigiama imbarazzate e 16 anni e a rincorrerti con un cuscino pieno di piume intorno al letto, con Carlotta che ride fino alle lacrime perché sei inciampata e sa che ti prenderò. Voglio tornare a sentirmi meravigliosa e perfetta perché sono scarmigliata e selvatica e non nonostante questo, come se il mio parlare ad alta voce e il mio commuovermi e tutte quelle cose che fanno di me quella che sono non fossero che piccoli inconvenienti da domare.
Sento lontanamente il vago suono di una voce arrochita dal tempo che recita la formula.

“Andrea, vuoi tu accogliere Sofia come tua sposa nel Signore, promettendo di esserle fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?”

Ma io non ho tempo di ascoltare adesso, del resto ne è rimasto poco e io ho visto Carlotta. Carlotta. Anche tu non lo meriti, mi hai chiesto troppe volte se ne ero davvero sicura e io troppe volte ho detto, cristo, ho detto “sì”, troppe volte perché adesso io possa farlo. Però tu lo sai. Ti guardo e so che mi hai vista, come sempre, nell’uragano del mondo tu mi guardi e sai, e questo fa più paura, perché io posso anche sbagliarmi su di me, ma tu no, tu non sbagli mai e se mi guardi e sai che vorrei solo scappare allora significa che davvero questo è il punto a cui sono arrivata. E di nuovo, con quella minaccia di destino che leggo scritta negli occhi di Carlotta che legge i miei, mi chiedo:

“Sì, lo voglio!”

Andrea, com’è possibile che tu non mi veda? Davvero prenderesti questo anemico cencio avvizzito dalla paura per tua sposa? Davvero lasceresti che un tale straccio di pallida comparsa ti facesse questo? Che ti dicesse un “sì” che non vuole dire per poi continuare a vivere, con la promessa di dimenticarsi chi era per lasciarsi domare dalla salute e dalla malattia vissuti insieme senza un sapore?

“Sofia, vuoi tu accogliere Andrea come tuo sposo nel Signore, promettendo di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarlo e onorarlo tutti i giorni della tua vita?”

Voglio andarmene da qui, devo andarmene adesso, cristo perdonami ma non posso farlo, non voglio farlo più, nessuno merita di vedere questo, ma io devo farlo. Perché all’improvviso mi rendo conto che tutte le ragioni che non ho avuto per dire di No non sono sufficienti a farne una per dire di Sì, all’improvviso mi rendo conto che la risposta, quella vera e sincera, ora, è No. Granitico e senza spiegazioni ma, come il granito, troppo pensante perché io possa ignorarlo.
Mamma, papà, io voglio andarmene.

“Sofia, lo vuoi?” mi concede il sacerdote, sporgendo al mio indirizzo uno sguardo interrogativo e un po’ scocciato.

Voglio andarmene: Sì lo voglio. Io voglio andarmene da qui, adesso. Che domanda assurda è? Mi sento come un grumo dentro che non si scioglie, che mi fa andare di traverso la vita. Vuoi tu prendere quest’uomo che non si accorge di come muori per tuo sposo nella gioia e nel dolore bla bla bla? E come posso saperlo? É davvero questa una domanda a cui si può dare una risposta senza tremare? Un giorno ho creduto di volerlo, un giorno ho detto di Sì, un giorno ho detto che oggi avrei detto di Sì, ma oggi non voglio dirlo più. E non ho altro tempo. Nel disco appannato che è diventata la mia vista ho giusto l’opaca percezione di qualcosa che finalmente, finalmente, si incrina, una reazione Andrea ma che bravo, nell’espressione paradisiaca di quello che, adesso lo so, non sarà mai mio marito. Odio i per sempre e odio i mai più, che poi sono soltanto facce diverse della stessa pesante moneta, li odio e non ci ho mai creduto. Eppure io, che ora non sono che la faccia sconvolta della medaglia di me stessa, so con assoluta certezza che non voglio dire “Sì”. Avanti Sofia non fare i capricci, apri la bocca, lo spazio per un cucchiaino soltanto, faccio veloce lo giuro, vedrai che poi starai meglio. No nonno, questa volta la medicina non la prendo, mi sono stufata di essere la brava bambina diligente che tutti adorate, di fare sempre quello che tutti si aspettano da me e dire di sì sì sì sì sì, d’accordo, annuire ed essere umile. No. Oggi mi tengo il mal di gola e di cuore e la nausea orrenda che mi ottunde il cervello.

“No!”

L’ho detto. Il mondo va in briciole, il vetro distorto della mia realtà si spezza e va in frantumi e con lui anch’io. Non sento il coro di voci in sospeso nell’orrore di questa mia sorpresa aspra, con movimenti spigolosi e disintegrati tra loro mi sollevo la gonna e di colpo vedo le mie mani come se fossero mie, come se fino ad ora me le avessero rubate senza che me ne accorgessi e adesso all’improvviso nel riaverle sentissi quanto mi sono mancate: mani sottili, mani bianche, mani senza la linea filiforme di un anello che sarebbe una catena. E mie, mie soltanto. Con queste mani che sono di nuovo mie mi sollevo la gonna e corro e adesso è vero, per dio è vero, sono miei questi piedi che scendono incespicando i gradini del santo patibolo dell’amore eterno che non proverò mai, e non lo sono più le scarpe lucide e perfette con le quali non avrei potuto correre. Sono mie queste lacrime calde che scendono e mi invadono e non vedo ma non importa, mio il respiro affannoso e il cuore impazzito e tutti sono tornati con me: il calore, il respiro, il cuore.
No no no no, non posso, mi dispiace ma non posso farlo, non voglio, sono una persona orrenda ma non mi importa, non posso farlo, non posso farlo, non posso. Forse è la mia voce e forse no, quella che geme dentro e fuori dalla mia testa e la meravigliosa orrenda verità è che non mi importa più. Voglio soltanto andarmene via. Sì, lo voglio!
Non so che gioia triste è questa, di sentire il corpo solo mio, solo, però mio. Non so che sollievo pesante è questo, di sentire tagliati tutti i ponti sui quali incontro le persone, sui quali faccio loro del male. Eppure sono, questa gioia e questo sollievo, ed io, anche io sono sì, e anche le persone, ma fuori loro, e io, sola, soltanto io, dentro le vacillanti mura di me stessa. Inebriante gioia, vorticante sollievo, nel ritorno al centro delle possibilità, all’origine delle strade tutte, resa dei conti, rosa dei venti, al nocciolo dei bivi crocevia dei sensi.
Sono, io, qui, e in questa mia folle corsa, che forse è una fuga e forse no, sono insieme a me la gioia e la tristezza, il sollievo e la pesantezza, e i ponti spezzati, le persone lontane a cui non faccio più del male, le possibilità, le strade. Tutte queste cose sono nella verità, ma più di tutto, io, qui, sono. E questo sono, lo sento, è un verbo al singolare. Prima persona: io: singolare.
È un’altalena il mio petto e mi sono scortecciata i piedi correndo per la strada senza le scarpe, mentre il trucco mi si disfa e l’acconciatura mi si accascia sulla nuca e sulle spalle. Arrivo alla macchina e non mi volto nemmeno, sono una persona orribile ma non mi importa. Apro il baule e con la mano che trema tasto sotto la fodera per recuperare le chiavi, le trovo, mi asciugo gli occhi con il dorso della mano sbavandolo di nero, bisogna struccarsi prima di andare a dormire o ti si rovina la pelle, sì mamma lo so, scusa. Mi sono asciugata gli occhi ma non è servito a nulla, sono già appannati di nuovo. Salgo in auto, metto la retro e non vedo nemmeno dove vado ma, non metterti in macchina in queste condizioni Sofia, farai un incidente, non mi importa papà, chissenefrega ok? Voglio andarmene da qui. Vedo altre auto intorno alla mia e le seguo senza pensare. Sono una persona orribile e non mi importa di niente d’accordo? Sorpresa! Non so camminare sui binari e non voglio farlo, non voglio imparare a chiudermi come un’abile contorsionista in una scatoletta trasparente da dove tutti possono vedere come sono brava. Perchè tadan: non sono brava, non sono brava affatto. E adesso è il momento che impariate voi una cosa: a lasciarmi in pace.
“Io sono fiero del mio volare, di questo eterno mio incespicare e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai! Ah. ah.”
Poi penso che sono pazza. Forse sono pazza, ho appena fatto una linguaccia mentre parlavo da sola. Ho cantato una frase di una canzone di Guccini, ho fatto una linguaccia e ho riso e la mia voce trema. Ho piantato un uomo sull’altare e non so dove sto andando. Sono pazza.
Accosto. Mi prendo la faccia tra le mani e piango. Non lo so davvero il perché, non stavo male con lui, ma non potevo sposarlo. Quando si prende una decisione si può sempre tornare indietro, ma quando invece è una decisione che prende te, allora sai che indietro non si torna e in qualche modo è un sollievo. Ho combinato una catastrofe e lo so, ma piuttosto del rauco attardarsi di una vita vuota è meglio alla fine l’urlo straziante di una vita vera. No? Non avevo altra scelta.
Mi guardo le mani tornate mie, aperte e inerti sul vestito così lucido e mi torna in mente la sensazione che ho provato il giorno in cui l’ho scelto: io non c’entro niente con questo vestito, cioè ci sto una meraviglia e non vedo l’ora di metterlo ma sembra così lontano da me. Adesso invece me lo sento così vicino, sono contenta di averlo. É stata una celebrazione atroce ma anche questa rimane una scelta che andava celebrata, in qualche modo, solo che nessuno potrà mai capirlo. Il corpetto mi avvolge il seno che si alza e si abbassa nell’affanno del pianto. Sto soffocando in un gorgo che mi sono creata da sola e in tutto questo riesco ancora a provare sollievo perché indosso uno stupido vestito bianco che, diavolo, mi sta una meraviglia e mi fa sentire meno squallida e meno sola, meno abominevole. Sono una persona orrenda e la verità è che non saprò mai concedere a nessuno più cura e dedizione, mai più attenzione di quella che ho dedicata a me stessa. Non troverò mai più la costanza, la forza, la speranza, per stare al fianco di qualcuno credendo in lui come ho creduto in me. Non amerò mai nessuno perché non posso farlo. Non potrò dare a nessuno quello che nella vita ho scelto per me stessa, strada facendo, giorno per giorno, passo dopo passo. Per cui non sarò mai capace di amare qualcuno: non posso amare nessuno più di quanto io ami me stessa.
La portiera di sinistra si apre. É Carlotta.
“Ciao piccola.”
Tiro su con il naso con un orrendo rumore di risucchio che farebbe infuriare mio padre. Chissenefrega.
“Posso?”
Tento di nuovo di arginare le lacrime con lo stupido fedifrago dorso della mia mano. Inutile. Carlotta si siede sul sedile accanto a me, non dice niente. Stiamo in silenzio per un po’, immobili, poi lei allunga un braccio per circondarmi le spalle. Quel gesto così consueto all’improvviso mi sbatte in faccia il colore così candido del mio vestito e l’eleganza rotta che emano e il dolore e la contrarietà che devo aver provocato. Tutto questo giorno e io siamo assurdi e ora quest’auto così innocua e questo anonimo ciglio di strada e Carlotta che mi abbraccia come se tutto quello che mi devasta l’anima non fosse successo.
“No!” grido, e mi ritraggo, armeggio con la maniglia per cercare di scendere ma non riesco perché le lacrime mi stanno accecando un’altra volta e il mondo mi si scioglie in bolle e onde. Carlotta si allunga di nuovo per cercare di aiutarmi e io perdo il contatto con la realtà e tutto mi sembra troppo difficile da capire: prima mi attirava a sé e ora che voglio andarmene mi aiuta ad allontanarmi? Che diavolo di senso ha tutto questo? Non lo capisco, sento solo le mie dita che finalmente si chiudono sulla maniglia e tirano ed eccomi in strada. Carlotta grida qualcosa, un auto mi passa a qualche centimetro sfrecciando nella sua direzione lontana a tutta velocità, facendomi ingoiare il singhiozzo strozzato che ho incastrato in gola. La sferzata dell’aria mi ridà ossigeno ai pensieri. Lo so che sei qui per aiutarmi Carlotta, lo so, lo penso con tutta la mia forza ma non riesco a dirlo. E lei non lo sa. Non può saperlo che sono come un animale ferito, come un animale ustionato, a cui puoi vedere l’anima pulsare e contorcersi attraverso la carne viva, un essere disperato a cui qualsiasi movimento, qualsiasi contatto non può fare che del male. Lo so che forse quel contatto voleva essere una carezza, voleva essere una medicazione, voleva essere una stretta di coraggio, ma credimi, adesso non è il momento, adesso, sulla ferita, anche l’amore fa male e al dolore si risponde con i morsi. Perciò non mi toccare e se puoi taci, ecco, così. Non volevo morderti, riesci a vederlo? Lo sai? Mi sei mancata.
Carlotta mi ha raggiunto, mi guarda fisso e mi circonda con le braccia, io mi ribello e lotto ma senza forza e d’improvviso mi accorgo che anche questa è una lotta che ho cominciato ma in realtà non voglio fare. E cedo.
“È inutile che mi mandi via. Tanto so che vuoi che resti.” dice. Ed è uno schiaffo. Anche Andrea lo sapeva? Che lo tenevo con me ma avrei voluto che se ne andasse? E se non lo sapeva avrebbe potuto capirlo e invece non lo ha capito. E io non ho trovato altro modo, meno devastante e codardo, che voltargli le spalle davanti a tutti. Carlotta mi abbraccia e io mi abbandono, il corpo intero scosso da singhiozzi antichi e da chilometri di spavento. Tremo, non oso pensare che prima o poi dovrò tornare ed affrontare quel muro di facce severe che chiederanno una spiegazione che non ho. Non so assolutamente dove diavolo mi trovo, ma qualunque posto sia c’è qualcuno con me, che mi prende tra le braccia e resta anche se gli dico d’andare.
Ho fatto una cosa tremenda eppure Carlotta è qui e io sento dolore sì, mi rammarico e sento dolore, ma sono disposta a sentirlo, perché questo non è che il nobile sigillo al mio far parte della vita, sono disposta a sentirlo perché questo significa che ho scelto. Ho smesso di sentirmi ogni giorno la muta mano che in silenzio soffocava la mia anima guardandola negli occhi, ho smesso di logorare la mia voce in un’eco infinita che non sapevo ascoltare. Una volta per tutte, ho smesso.
E ora sono un brivido, una danza, un fulmine, una lama, sono l’attimo di apnea in cui nasce il vento degli oceani, sono l’istante vuoto in cui la corsa si ferma e la rotta si inverte, una freccia di sguardo puntata in alto, che lega per sempre il cielo e la terra, si inchina alle strade del destino e smette di chiedere, smette di piangere, sospende il giudizio e prega.
In un sussurro di ruvida meraviglia, un singulto, un singhiozzo, un sussulto, ecco muore sulle mie labbra il passato e sulla soglia della mia vita esplode d’improvviso il futuro, solo il futuro, tutto il futuro e i gradi del possibile, trecentosessantatrecentosessantatrecentosessantagradi, gradini, grani.

Maria Fezzardi

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