Una luce nella notte – Monica Vagni

Le parole riecheggiavano nella mente di Sofie come tanti piccoli aghi conficcati nel cranio .
Si erano spente nella notte, come se le avessero dato giusto un po’ di tregua per dormire. Ma quando si era fatto giorno, l’avevano svegliata. Aveva aperto gli occhi di scatto, come una bambola.
Solo dopo diverso tempo, riuscì a riaddormentarsi.
Avvertì un freddo mai provato prima, che la fece svegliare nuovamente di soprassalto.
Gli occhi spalancati, la mente annebbiata. Davanti a sé vedeva solo una distesa incolore, da cui cadevano cristalli di ghiaccio appuntiti come diamanti.
Si alzò velocemente sprofondando nella neve. Il contatto con la pelle nuda gli provocò un’intensa fitta di dolore.
Perché si trovava proprio nel luogo che aveva appena sognato?
Si guardò intorno spaesata. Non le restava che camminare.
All’ orizzonte, in lontananza, il profilo di un bosco si estendeva scuro e guardingo.
Si avvicinò sempre di più alla vegetazione. A differenza del resto del paesaggio, il bosco non era un lembo di terra ghiacciato, poiché inspiegabilmente una parte della neve si era già sciolta, come se da quella terra che alimentava gli alberi si fosse sprigionato del calore che aveva risvegliato la natura addormentata.
Quando ebbe attraversato tutto il polmone verde, si trovò davanti a un cancello dalle trame gotiche .
Era possente e dalle dimensioni enormi, simile alla grata di una gigantesca gabbia.
La linea che lo divideva dal cielo era soltanto un punto lontano e sfocato.
Poco più in alto di lei, c’erano una serratura e un chiavistello.
Non aveva nessuna chiave per arrivare dall’altra parte.
Era bloccata lì, senza alcuna via d’uscita. Cominciò ad urlare e a battere i pugni contro quel cancello che sembrava indistruttibile in preda alla cieca disperazione.

***
Parole che ferivano come coltelli. Luke le aveva pronunciate in un momento che non era in sé, ma, quando gli tornò nuovamente la ragione, il suo orgoglio gli impedì di rimediare. Non che volesse del tutto, perché questo significava dimostrare di avere una parte sensibile, quella parte di sé che odiava perché più volte era stata annientata.
Non riusciva a zittire quel pensiero che l’aveva svegliato, come un tuono rumoroso, nel cuore della notte.
Era consapevole del fatto che Sofie pensasse che fosse un uomo senza cuore che coscienza. E in fondo, un po’ era anche vero.
Cercò di riprendere sonno, e, quando finalmente ci riuscì, sognò per alcuni brevi istanti una distesa ricoperta di neve, dove all’ orizzonte non si vedevano nient’altro che rovine. Non era la prima volta che sognava quel paesaggio.
Dopo aver avvertito una sensazione di freddo che si espandeva in tutto il corpo, si accorse di essere realmente in quel luogo .
Cercò di svegliarsi del tutto, ma le palpebre sembravano più pesanti del solito e gli arti erano semi paralizzati. Nel vano tentativo di alzarsi, cadde a terra a faccia in giù. Il viso contro la neve, quella sensazione tagliente e dolorosa seguita da un intorpidimento generale.
Ci vollero alcuni secondi perché i suoi occhi si abituassero all’ambiente circostante.
All’ orizzonte, rovine di vecchi palazzi nella bufera, in contrasto con la trama scura della notte.
Notò un timido filo d’erba sbucare da sotto la neve. La scostò e vide così che la coltre bianca ricopriva quello che doveva essere un paesaggio verde e florido.
Rise ad alta voce. Una risata amara e malinconica, sul punto di spezzarsi. Sapeva dove si trovava.
Percorse diversi metri in piena tempesta, prima che il peggio passasse lasciando spazio all’inizio di una foresta di piante alte e verdi, guardiani che aprivano la strada verso un universo sereno e dall’aria surreale. Foglie secche si erano depositate sul terreno, formando uno spesso tappeto colorato che si intravedeva da sotto lo strato di nevischio ghiacciato.
Luke rivolse lo sguardo a quel cielo scuro, dove le cime delle conifere si stringevano formando un rosone da cui filtrava un cono di luce lunare.
Dapprima flebile, poi più imponente.
Una luce nella notte.
Proprio nel punto illuminato, semi coperta dalle foglie, intravide una chiave.
La prese tra le mani, esaminandola con cura. Era laccata di nero, con ricami in superficie fini e dorati. Una di quelle antiche chiavi che di solito aprivano forzieri o angusti passaggi segreti di vecchie case maledette. Luke aveva constatato che era calda, come se fosse stata esposta al fuoco per diverso tempo.
Si chiese che cosa potesse aprire una chiave del genere in un posto come quello.
La luce era ancora lì a squarciare il buio. Sentì un torpore tremolante che si muoveva lentamente e che pareva dirgli “forza seguimi!”
Luke seguì quella luce che lo guidava attraverso il bosco.
Vide così in lontananza un cancello altissimo, la porta d’entrata verso un altro regno.
Non era a conoscenza di quell’accesso.
Dall’altra parte oltre il buio, l’eco di una voce chiara e limpida.
Sofie.
Non sapeva da quanto tempo fosse lì a urlare a squarciagola, cercando qualcuno la sentisse.
Ora gli era chiaro a che cosa servisse la chiave.
Ebbe l’impulso di arretrare. Che cosa ci faceva lei lì? All’improvviso si sentiva in preda al panico, con il respiro corto e la bocca secca .
Emise un suono rotto, simile a quello di un animale strozzato.
“Sofie, questo luogo è lo specchio del mio cuore, dove si nascondono molte insidie. Non dovresti essere qui, perché è pericoloso.
Il gelo è ormai perenne, perché niente è in grado di far sciogliere il ghiaccio.
Qui fa freddo, perché sono io che lo voglio. Il mio cuore risponde alla mia volontà, che è quella di fermare questa luce che hai portato.
Perché questa luce può di nuovo spingermi oltre, far tremare tutto.
Se sei riuscita ad arrivare fino a qui, è perché hai superato il limite. E io ti devo fermare.”
“Chi c’è?” fece lei dall’altra parte.
Non ebbe il coraggio di rispondere.
La fronte era imperlata di sudore, il battito accelerato .
Aveva preferito rimanere in quel silenzio angosciante, piuttosto che farle sapere che anche lui era lì. Era sempre stato un codardo.
Le parole cominciarono nuovamente a riecheggiare nella sua mente, martellanti e affilate, ricordandogli di quanto fosse vigliacco. Corse via da quel cancello che lo divideva da lei. Non ce la faceva a rimanere un minuto di più.
Il freddo si intensificò, ricoprendo nuovamente tutta la vegetazione. Luke notò che la chiave stava perdendo lentamente tutto il suo calore, e con sé il suo potere. Non ebbe però il coraggio di gettarla.
La voce di Sofie divenne sempre più distante, mentre tutt’intorno il paesaggio si sgretolava lentamente.
Quella luce nella notte, che era penetrata nel suo cuore e che aveva in parte riscaldato la gelida corazza che lo ancorava ancora al buio, sarebbe sparita nel silenzio così come era apparsa.
Sarebbe stata solo il ricordo di un flebile tepore, ma dagli effetti troppo intensi perché continuasse ad esistere.
Non sapeva se avrebbe mai avuto il coraggio di spalancare quelle porte. Non sapeva nemmeno se, quando sarebbe tornato nei freddi meandri del suo cuore, ci fosse stato ancora qualcuno dall’altra parte. Pensò a quante cose non aveva mai detto a Sofie, e di quanto, ancora una volta, era stato meschino nei suoi confronti. Lei che aveva l’unica colpa di avergli voluto bene.
Avvertì una sottile nostalgia, che si mescolava tumultuosa ai suoi pensieri.
“Sofie, forse un giorno ci rincontreremo proprio qui e ti dirò quello che non ti ho mai detto”.

Monica Vagni

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