Random – Federica Nicosia

Me ne sto seduta a cavalcioni di un muretto, su a San Miniato al Monte. I turisti vanno via. Il sole si accomoda in grembo all’orizzonte.
L’ho scoperto un po’ di tempo fa, questo posto. Cercavo un punto che mi offrisse una visuale completa su Firenze e su me stessa, poi in un caldo e triste pomeriggio di maggio, girovagando e seguendo strade a caso, mi sono ritrovata qui. Da allora ci torno spesso.
A riempirsi gli occhi e il cuore del panorama rosso che avvolge la città, poco lontano, solo un altro essere errante. È concentrato su un foglio da disegno, appunta qualcosa a matita sul bordo. Scatta due o tre volte inquadrando un punto che non individuo e controlla il risultato sul display della fotocamera che tiene tra le mani, ed evidentemente è soddisfatto, perchè le labbra gli si incurvano in un sorriso. E ride solo per questo? Non è logico.

Si alza una brezza lieve, io poggio una mano sulla pila di fogli che ho in grembo: appunti, pensieri, incipit di storie che mai avranno un seguito. Mi manca l’ispirazione. Non so di cosa scrivere. Per tutto il pomeriggio ho buttato giù parole sciolte, frasi sconnesse, rime atone, senza mai arrivare ad un pensiero compiuto o comunque soddisfacente. Prendo in considerazione l’idea di lasciarli andare al vento. Poi mi dico che no, non li butto via. Son comunque figli miei. Afferro un pezzo di carta, e scarabocchio a caratteri cubitali una massima di Seneca: “Animum debes mutare, non caelum”. Nemmeno venire qui è servito: quello che mi serve non è una prospettiva diversa, ma la forza di volontà di esplorare altre vedute. Rassegnata, sistemo i fogli nello zaino, ma infilo la mia Bic verde e un post-it nella tasca della felpa. Non si sa mai, io ancora credo ai colpi di genio improvvisi. Però, lo so. Non è logico.

Faccio per andarmene, quando il giovane fotografo, parlando con marcato accento locale, mi fa: «T’ho visto, ragazza. Non sai che scrivere. Ti capisco, mi capita lo stesso con la fotografia: sembra che talvolta non ci sia soggetto adatto al mio obiettivo, o di non avere l’obiettivo adatto ai soggetti che mi capitano a tiro. Ma vedi, basta guardarsi intorno, che tutto trabocca di passato. E sono sicuro, sicurissimo, che se bene osservi il nostro cupolone, o il campanile laggiù, di certo potrai trovare qualcosa da raccontare. Tutto è favola.» Lo guardo. Non avrà che tre o quattro anni più di me, ma a stargli vicino emana aura di esperienza, o di gioventù non vissuta. Mi guarda con fare comprensivo, e una scintilla innaturale arde dietro le due pozze scure che ha per occhi. «Beh, sai, per una “straniera” come me non è proprio semplice. È una realtà molto diversa dalla mia terra, e poco ha a che fare con casa». Faccio spallucce. È vero. Ho vissuto per sedici anni in un paese che conta più o meno cinquantamila abitanti. Niente, rispetto a una metropoli del genere. «Non definirti “straniera”. Una straniera questa città non se la mangerebbe con gli occhi come fai tu. Una straniera non la esplorerebbe da quassù con la mente come fai tu. Non è la prima volta che ti vedo, e ti ho capita. Tu appartieni alla bella Firenze quanto me, che ci sono nato» replica, in tono quasi di rimprovero. «Io sono figlia del mondo. Ripudiata e illegittima, ma pur sempre sua figlia», sorrido amaramente di rimando. Il mondo nonostante tutto mi piace ancora. Mhm… Non è logico.

«Guarda un po’ qui» mi incoraggia porgendomi la macchina fotografica «magari c’è qualcosa che t’ispira». La prendo, ben contenta di avere un potenziale artista a supportarmi -e una scusa per cambiare discorso-. Rimango piuttosto impressionata dai suoi scatti: hanno quasi tutti soggetto umano. Una coppia che si ama all’alba, di spalle. Un bambino che si arrampica su un albero. Due ragazze che si scambiano un delicatissimo bacio. E me.
Se non avessi passato, per anni, ore intere davanti allo specchio, a studiarmi nei minimi particolari, a cercare di riconoscermi nella mia gabbia di carne, non riuscirei a ritrovarmi nella sagoma scura sullo schermo. Ma la silhouette curva della schiena, le gambe strette in un abbraccio molle e lo sguardo alto sono i miei. I miei. L’immagine è in bianco e nero: la mia figura pensosa si staglia contro il profilo antico di Firenze. È un’immagine banale ed emozionante insieme. Sollevo lo sguardo, non tanto per una spiegazione, quanto per la sorpresa. Lui sorride imbarazzato, si passa una mano tra i capelli. Sembra voler trovare parole di scusa o rammarico. «È davvero bella» mi complimento. Non se lo aspettava, dalla faccia interdetta che fa. «Tutto merito del soggetto» continuo in tono beffardo, ad anticipare una delle ruffiane e banali risposte che gli uomini usano per accaparrarsi l’approvazione delle donne. Scoppiamo a ridere entrambi, sinceri.
«In realtà c’entra poco con te fuori. Piuttosto, mi piace quello che non si vede.»
Alzo gli occhi al cielo: non so quante volte ho sentito queste parole, in tutte le versioni possibili. La storia del “non sei bella ma hai qualcosa che attira” me la ripetono tutti i ragazzi che incontro. Mentre penso che questo è l’ennesimo incontro non fatale, sussurra una frase che mi spiazza: «Tu sei triste». Non ha la sfumatura della domanda né l’intonazione del dubbio: lo sta affermando. È una verità. Non che io non lo sappia, certo, ma la gente di solito non te lo sbatte in faccia così. «Oh beh, grazie per avermelo ricordato!» ribatto ironica. Credo che non capisca che scherzo, quindi bofonchia uno «Ehm, scusa…» sottovoce e poi si mette a guardare verso l’orizzonte, tanto per non dover incontrare i miei occhi. È una situazione strana. Parlo con un tizio, che ho incontrato a caso, dei miei complessi esistenziali. Cosa diavolo sto facendo?! Non è logico.

Tendo la fotocamera a… non so come si chiama. Lui posa lo sguardo prima sulle mie mani, poi pianta i suoi occhi nei miei. La prende, ringraziando in un sussurro. La luce se n’è andata del tutto, e se non fosse per i lampioni che illuminano il sacro piazzale non vedrei oltre il mio naso. Anche se non ce ne sarebbe poi tanto bisogno, visto che quasi ci sfioriamo mentre parliamo. È vicinissimo. Il silenzio mistico che è calato su di noi insieme al buio è interrotto dal mio telefono che squilla. È Sulley. In realtà si chiama Anna, ma la soprannominiamo tutti così e non mi ricordo nemmeno perchè. È praticamente l’unica amica stretta che ho qui. Noto che l’ora in alto a sinistra sullo schermo segna le sette e mezza, e quindi io e lei avevamo appuntamento tipo mezz’ora fa a Piazzale Michelangiolo. Merda. Rispondo, e inizio a parlarle sopra per non darle il tempo di sbroccare: «Ehi Su! Sì, scusami, lo so. È che mi sono persa a…» La voce mi muore in gola a metà frase: a fare cosa. Lei mi sta aspettando. Perchè mi sono dimenticata di Anna? Per il ragazzo delle fotografie, che ora mi fissa a braccia conserte e sorriso esasperato in volto? Non è logico.

Devo andarmene. Voglio salutare il tipo -non posso nemmeno chiamarlo in qualche modo, non ci siamo presentati- e non so come fare. Quindi niente, gli tendo la mano, cercando di figurare un’espressione a metà tra il disinvolto e il grato. Lui la afferra e la stringe con decisione. Mentre raccolgo le mie cose, lui sfila un foglio dalla tasca del jeans e me lo porge. Riconosco subito la mia grafia, è una delle mie poesie. Sono perplessa, ma non posso far altro che convincermi di averlo perso una delle volte in cui sono venuta qui e che lui, avendolo ritrovato, abbia voluto gentilmente restituirmelo.
«Credo che ci rincontreremo», mi assicura. Poi si volta, e se ne va, silenziosamente come è arrivato. Solamente quando svolta in una traversina laterale lo sento recitare, quasi profetico «in una promessa d’alba perpetua…». L’ultimo verso della mia poesia. Non è logico.

«Comunque era proprio carino…» sento sghignazzare alle mie spalle. Mi volto di scatto: Sulley è appoggiata al muro su cui ho passato tutto il pomeriggio, sorridente e indagatrice. Sospiro: è così imprevedibile! Chissà da quanto tempo se ne sta lì. Mi guarda con un sopracciglio sollevato: «Allora?» sembra chiedere. Non è che abbia molto da dirle. Farfuglio qualcosa che in realtà non ha tanto senso, poi piagnucolo uno stizzito «Te lo spiego in camera». Già, dividiamo la stanza ed è fantastico avere lei che a fine giornata sopporta tutta la mia sfilza di lamentele e invettive. Anche perchè la maggior parte delle volte è d’accordo con me. Potrei raccontarglielo adesso, ma mi sento spompata, come investita da una scarica di adrenalina e da essa prosciugata. Non c’è un perchè, non ha senso. Non è logico.

Decidiamo di prenderci una schiacciata in centro. Scendiamo da Via delle Porte Sante e io sono completamente zittita. Non trovo la capacità di spiegarmi gli avvenimenti di oggio. Sulley scrive un sms al suo tipo. È una coppia che adoro, sembrano l’uno il satellite dell’altro, in un armonioso moto d’amore. Li invidio tremendamente.
«Ehi Fe, Camilla chiede se sabato esci» mi domanda lei, tirandomi furoi dalle sabbie mobili dei miei pensieri. Rispondo senza rifletterci -come al solito-: «Sì, ho un appuntamento.»
Mi guarda di traverso, poi invia a un messaggio vocale a Slazza: «Oh Cami, Fede ha deciso che passerà il pomeriggio fuori a giocare a nascondino con uno carino quanto vuoi ma che non le ha detto manco il suo nome e che poi diventerà la nostra nuova croce per quanto lei ne parlerà, quindi sì, segnala fuori» scimmiotta a metà tra lo scioccato e il divertito. Leggo sul suo iPhone la risposta di Cami: «hahahahaha noooo! vbb dai almeno cambiamo, dopo un anno a parlare di quell’altro..». Belle amiche! Sulley mi tira un pugno scherzoso e io la fulmino con lo sguardo: «Teste di cazzo!» abbaio. Effettivamente non posso dargli torto, hanno passato gli ultimi mesi a sopportarmi e farmi forza nella mia delusione per delle fantasie bruciate. Non sono nemmeno arrabbiata con loro, la testa ce l’ho da un’altra parte. A sabato, in un posto sconosciuto… Non è affatto logico.

Federica Nicosia

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