Il destino del solitario – Elena Fiorentini

Era un pomeriggio innegabilmente gelido. All’orizzonte vedeva solo rami, arbusti ed enormi pini. Un ambiente del genere non poteva che essere così in quella stagione, ma anche se per qualche scherzo climatico non lo fosse stato, la ragazza che camminava con passo lento sul sentiero lo avrebbe sentito comunque tale. Probabilmente il vero freddo derivava da dentro di lei.

Lizbeth aveva intrapreso il percorso nel bosco solo da poche ore. Camminava su un sentiero che proseguiva dritto fino alla città, o almeno di questo era sicura fino poco tempo prima. Qualcosa doveva essere andato storto perché avrebbe dovuto essere già giunta a destinazione.
Le risultava tuttavia difficile credere di potersi essere persa, dal momento che considerava il bosco come la sua casa. Fin da quando era solo una bambina, si era addentrata così tante volte in quell’oscurità che avrebbe giurato di potervi vagare raggiungendo la meta anche ad occhi chiusi, ascoltando i soli rumori che aveva intorno ed il suo istinto.
Sua madre ovviamente non aveva mai accettato la cosa, il bosco la spaventava, lo pensava inospitale e pericoloso: non voleva che la figlia vi entrasse. Non lo voleva adesso né tantomeno lo avrebbe voluto molti anni prima.
Lizbeth ricordava alla perfezione la solita frase che le veniva ripetuta come un mantra: “Sto andando a fare delle commissioni cara, vai a giocare con le figlie del panettiere. Quando loro madre sarà libera vi insegnerà a cucire. Vedrai! E’ un’ottima sarta”. Ma lei costantemente replicava “Mamma perché non posso andare a giocare nel bosco?” la donna si incupiva e le ricordava di non entrare nel bosco per alcun motivo. Non era un posto per bambine, e neanche agli adulti era raccomandabile addentrarvisi se non in gruppo. “Il sentiero principale è a malapena visibile non parliamo di quelli secondari! Sei così piccola e indifesa, quando io non sono a casa devi stare con le tue coetanee e i loro genitori, questo fanno le brave bambine”.
Ma Lizbeth anche quando era uno scricciolo, era vispa e curiosa, impossibile pensare che avrebbe dato ascolto alla madre. Così, quando la donna ignara si allontanava, lei correva come un razzo verso gli alberi.
C’era cresciuta tra quei rami. Gli animali erano suoi amici ed i rumori che molti avrebbero considerato sinistri, lei sapeva riconoscerli come indizi. Qualche volta erano animali che spezzavano rami mentre si nascondevano nelle tane, uccelli in cerca di cibo, insetti svolazzanti e lepri frettolose.
Una volta, quando aveva 9 anni o poco più, si perse nel bosco e rincasò poco dopo la madre. La donna disperata stava già per allarmare tutto il paese della scomparsa della figlioletta. Inimmaginabile la gioia quando la manina di quel pulcino bussò alla porta, gioia a cui seguì un’ira indicibile quando a Lizbeth sfuggì detto “mamma non mi ero mai attardata prima di oggi, forse mi sono allontanata troppo, ma non mi ero persa”, per questo la donna capì che la figlia le aveva disobbedito altre volte.
Anche adesso che la non-più-piccola di anni ne aveva 19 continuava ad addentrarsi nel bosco e ad evitare la compagnia di suoi coetanei. Girovagava percorrendo sentieri che non conosceva ma che immaginava, le farfalle glieli avevano suggeriti e lei non poteva fare a meno di ascoltarle. Imparò molte strade tra cui una che portava diretta alla città dove quello stesso giorno si stava recando. Questi erano i motivi per cui perdersi nel bosco lo pensava impossibile.
In quel gelido giorno d’inverno tuttavia, per la prima volta nella vita, non sapeva dove fosse finita. Le farfalle non potevano aiutarla perché non c’erano, non era la stagione, non avrebbero potuto sopravvivere con tanto freddo e ghiaccio. La neve si era sciolta non molto tempo prima ed ogni piccolo avvallamento nel terreno ospitava specchi di acqua congelata. I coraggiosi fili d’erba sopravvissuti sembravano piccole spade di ghiaccio e dai rami pendevano cristalli luminosi. Quando il sole filtrava tra i rami la vista era molto piacevole: sembrava di vivere in una natura fatta di micro specchi, ma quel giorno era grigio. Talmente grigio che nel bosco sembrava calata una notte prematura.
Nonostante fosse forse il caso di preoccuparsi, Lizbeth era sicura che il cammino per giungere in città non era ancora molto lungo. Il suo intuito non l’aveva mai tradita prima di allora, le aveva sempre suggerito gli svincoli adatti anche se a volte erano difficili da percorrere. Dopotutto era ormai l’unica del suo paese che entrava nel bosco in solitudine e nessuno le diceva più niente, si fidavano tacitamente del suo giudizio.
Fu dopo due ore, quando la notte stava davvero minacciando di avvolgere tutto che iniziò a mettere in dubbio sé stessa. Guardando avanti vedeva solo alberi, altri alberi e ancora alberi. Dietro, ai lati, e addirittura in alto non vedeva nient’altro se non rami e ghiaccio.
Il bosco, il luogo che l’aveva sempre sfidata e stimolata, che le aveva tenuto compagnia e che le aveva mostrato il percorso per diventare adulta, per la prima volta la stava attaccando con armi da cui lei non aveva difesa e nessuno poteva aiutarla.
Calò l’oscurità. In preda ad un principio di sconforto si accasciò contro l’unico albero che sembrava essere vagamente asciutto e attanagliata da una stanchezza immane si addormentò.
Sognò sogni piacevoli e colorati. C’erano le farfalle insieme a lei, erano così belle nei loro vividi colori blu, rosa, verdi e arancioni. Alcune lasciavano delle scie di brillantini. Le rincorreva ridendo e scansando con rapidità i rami pieni di foglie giovani e delicate che le carezzavano il viso e le braccia. Arrivò fino ad una radura piena di fiori e illuminata dal tiepido sole primaverile. Non esisteva solo nei suoi sogni, era il suo luogo preferito. Lo aveva scovato in passato e da allora vi si era recata molte volte. Lì albergava la sua felicità, era la sua conquista, le ricordava che nonostante gli ammonimenti ricevuti aveva fatto una bella scoperta con le sue sole forze e contro ogni pronostico.
Improvvisamente lo scenario del sogno cambiò, il freddo pervase la radura e il ghiaccio ricoprì i fiori, le farfalle e Lizbeth stessa.
Si svegliò.
Non era nella radura, ma accovacciata contro un albero. Le sembrò il più freddo che avesse mai toccato. La notte doveva essere passata perché tra i rami filtrava una lieve luce. Alzandosi trovò conforto nell’idea di arrivare alla radura. Ma mai pensiero fu più fallace.
Il freddo era parte di lei, gli arti le rispondevano a malapena. Non aveva mai prestato ascolto a chi le diceva che il bosco era pericoloso e che affrontarlo in solitudine poteva essere fatale. Aveva sempre fatto il contrario dei consigli, non conosceva il freddo così come glielo avevano descritto; quello che viene da dentro, che attanaglia le ossa e i muscoli, fino ad arrivare allo spirito. Dopo ore di cammino anche gli occhi sentirono quel freddo e iniziarono a trasudare gocce di disperazione, ma l’aria era tanto fredda che le lacrime le si ghiacciavano sul viso.
Contro ogni aspettativa raggiunse la radura. Un piccolo spiraglio di calore dentro di lei le ricordò che avrebbe dovuto esserne felice. Da quel luogo conosciuto sapeva come tornare a casa. Si disse che avrebbe riposato solo pochi minuti, anche questa volta avrebbe sfidato la sorte che condanna i solitari. Si sdraiò sul terreno ghiacciato e alzò lo sguardo verso il timido sole nascosto dietro alle nuvole grigie, poi chiuse gli occhi. Non sapeva per quanto tempo li aveva tenuti chiusi, ma quando li riaprì qualcosa di freddo le annebbiò la vista. Neve. Provò ad aprirli di nuovo e ci riuscì, giusto in tempo per vedere per l’ultima volta lo spettacolo dei cristalli di ghiaccio che lentamente ricoprivano gli alberi, il terreno, e il suo corpo abbandonato in quella radura.

Elena Fiorentini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *