Voodoo – Davide Brioschi

Stramonio Plumbeo ha detto che stasera ci sarà plenilunio, quindi dovremo portare tutte le bambole. È giorno di Sabba e secondo Stramonio durante notti come questa i riti funzionano come dovrebbero.
Metto la mia bambola nello zaino. È beige, l’ho ritagliata da una di quelle borse di tela che ti danno al supermercato; tutto attorno al corpicino scorrono le cicatrici scure del filo che ho usato per chiudere nella bambola le sue interiora di cotone struccante. Sul petto ho cucito il contorno di un cuore rosso. Sulla faccia invece due piccole crocette marroni sono gli occhi di quello che Stramonio chiama «Ente Eterogeno». «Ente», ha detto Stramonio, perché è esattamente come noi siamo. «Eterogeno», perché deve la sua esistenza a noi esseri umani, che invece siamo «Autogeni», ci auto-generiamo costantemente.
Se siano stronzate da psicologia new-age o le follie di una professionista radiata dall’albo, questo lo sa solo Dio.
Di Stramonio sappiamo che è una psichiatra con una lunga carriera alle spalle che, oltre a esercitare la sua professione regolarmente in un paese lontano da questo, ogni domenica sera apre le riunioni del Deadly Nightshade Circle.
Ci riuniamo in una radura vicina all’ex fornace dove, almeno così dicono, si suicidò il custode. A pochi metri dalla fornace, circondato da un’inferriata di ghisa, c’è il cimitero in cui dagli anni ’80 non viene più sotterrato nessuno per mancanza di spazio.
Ancora mi chiedo con quale coraggio si sia stupita Stramonio quando ci hanno chiesto se eravamo dei satanisti.

Il Deadly Nightshade Circle non è spuntato dal nulla: come molti altri circoli è nato, secondo Stramonio, da «una stessa necessità condivisa da molti soggetti». La necessità in questo caso, per come la vedo io, è il dover fare i conti con qualcosa.
Abbiamo tutti un soprannome; che io sappia, nessuno conosce la vera identità dell’altro, eccetto quelli che hanno portato un amico e si conoscevano già da prima. Se si incontra uno dei membri al di fuori delle riunioni, si deve far finta di non conoscerlo.
Non ci sono rituali d’iniziazione in cui sgozziamo galline nere, leggiamo i fondi del tè e cose del genere, però abbiamo una regola per battezzarci. Il soprannome dev’essere innanzitutto qualcosa in grado di uccidere. Se è vero che, per dirla con Paracelso, «è la dose che fa il veleno» e quindi si può morire intossicati perfino dall’acqua, è anche vero che quello che intende Stramonio è «qualcosa che uccide a basse dosi».
Un’altra regola è che il soprannome sia qualcosa che esiste già in natura, qualcosa che non sia stato creato dall’uomo. Può essere una pianta, un fiore, un elemento chimico o un animale. Secondo Stramonio la letalità infonde coraggio. Crotalo Cinereo inizialmente aveva detto di volersi chiamare Chemioterapia Calva; Stramonio quella volta le disse che apprezzava il tentativo di sdrammatizzare la sua malattia, ma le regole valevano anche per lei.

Il viale che porta alla radura è bordato da enormi cipressi spogli. Il pallore lunare li fa contrastare col cielo ed è come essere circondata da milioni di fulmini scuri, lampi d’onice che ripercorrono al contrario il cammino dal cielo alla terra. I fossati oltre i cipressi gorgogliano di rane che si tuffano nel ristagno dell’acqua d’irrigazione dei campi.
In fondo al viale vedo quattro o cinque gigantesche lucciole arancioni volteggiare a mezz’aria: i primi membri sono già arrivati, con le loro lanterne. Io accendo la mia solo quando sono arrivata alla radura, mi piace sbucare dal nulla e far prendere un colpo a Crotalo.
Quando arrivo trovo Crotalo seduta su uno degli enormi tronchi di larice disposti a cerchio, parla con Digitale Purpurea del compito di questa settimana.
«Io l’ho trovato terapeutico», dice Digitale.
«Io l’ho trovato inutile», le risponde Crotalo. «Dovremmo parlare dei nostri problemi, non costruire una bambola che li rappresenta e ficcarle dentro degli spilli».
Le saluto, accendo la lanterna e mi vado a sedere sul tronco di fianco al loro.
Stramonio Plumbeo, vestita con una tunica sciancrata blu e arancione che le arriva alle caviglie, si siede sul tronco opposto al mio.
«Cominciamo la seduta di oggi», dice con quel tono di voce da rondine. Si sistema gli enormi occhiali rosa sul naso, si gira e sorride a un uomo che non avevo mai visto.
«Il Deadly Nightshade Circle ha un nuovo membro, vorrei che deste il benvenuto a Curaro Bastardo».
«Dio» dice Crotalo, «non potevo pensarci prima io a un soprannome così figo?».
Curaro accenna un sorriso che Crotalo naturalmente non contraccambia.
«Sarà Curaro a cominciare a parlare del suo Voodoo, poi a turno passeremo a tutti gli altri» dice Stramonio, ormai abituata al modo di fare di Crotalo. «Dicci Curaro, chi è il tuo Ente Eterogeno?»
«Mia figlia». Curaro tiene in mano la sua bambola, con la testa trafitta da tre spilli. «Vorrei che la smettesse di giudicarmi».
«Per cosa credi che ti giudichi, Curaro?» gli chiede Stramonio.
«Crede che io abbia ucciso sua madre. Non direttamente, ma lasciandola. È morta d’infarto due mesi dopo la separazione, perché secondo mia figlia le ho spezzato il cuore».
«Che idiozie» dice Crotalo, rompendo i pochi secondi di silenzio lasciati da Curaro prima di proseguire.
«Una pseudo-dottoressa laureata all’università di sailcazzo sosteneva che il mio tumore era solo un concentrato di rabbia dovuta al tradimento di mio marito.»
«E tu le hai creduto?» chiede Digitale Purpurea.
«Le ho spiegato che se davvero credeva che per uno come il mio ex marito mi sia fatta venire il cancro, allora doveva davvero considerarmi un’idiota. Me ne sono andata senza nemmeno pagarla».
«Mi sembra sensato» dice Curaro.
«Il tuo Voodoo chi è, Crotalo?» Stramonio sa che è una domanda retorica, ma la fa comunque.
«Inizia per T e finisce in umore, ça va sans dire» fa Crotalo. La sua bambola è trafitta da una ventina di spilli nella zona in cui una donna in carne e ossa avrebbe il seno destro.
«Vuoi parlarci di come hai posizionato gli spilli, o del tuo rito?»
«Non credi che parli già da sé, Stramonio?»
«Sì, capisco, hai ragione. D’accordo, allora passiamo a Digitale.»
«L’Ente Eterogeno, o come si chiama, di Cicuta Ustionante mi sembra bello tormentato però» continua Crotalo Cinereo, mentre guarda la bambola che ho in mano.
Io la guardo torva, non avevo molta voglia di parlare della mia.
«Cicuta, chi è il tuo Voodoo e perché hai posizionato gli spilli in quel modo?» mi chiede Stramonio. Cerca sempre di accontentare i capricci di Crotalo.
«Il mio Voodoo sono io» dico. Mi passo da una mano all’altra il cadaverino, attenta a non pungermi con gli spilli che lo trafiggono da parte a parte.
Stramonio accavalla le gambe e risistema gli occhiali, interessata. «Vai avanti».
«Ho trafitto gli occhi», spiego, «perché mi sembra di non essere ancora riuscita ad aprirli per vedere come stanno davvero le cose.»
«E il cuore?» mi chiede Crotalo, incuriosita non tanto dalla simbologia del posizionamento degli spilli ma dal fatto che io abbia davvero preso sul serio questo compito.
«Quello l’ho trafitto perché non riesco a piangere. Non l’ho fatto alla camera mortuaria, non l’ho fatto al funerale e nemmeno quando mi hanno restituito le ceneri».
«Hai fatto bene» dice Crotalo.
«A non piangere la morte di mio padre?»
«No, a cremarlo» dice lei. «È quello che voglio anch’io».
«Come mai Crotalo?» le chiede Stramonio, nel tentativo di contenerla.
«I vermi mi fanno schifo, tesoro.» E guarda in un punto distante e cupo nel bosco, arricciando il naso come se quei vermi già le stessero strisciando addosso.
«Coopera con l’inevitabile», mi dice Stramonio.
Annuisco in silenzio.
Ci provo a cooperare con l’inevitabile, ma credo che piangere rappresenti per me la sconfitta finale. Farlo significa: sì, tuo padre non c’è più. Così preferisco non pensarci.
«Devi collaborare col tuo lutto, Cicuta. Non puoi fingere che non ci sia: quello che ti dà la caccia non fa altro che diventare più forte se tu sei la prima a voler essere predata».
Stramonio Plumbeo è bizzarra, ma devo dire che quello che dice mi conforta, in un modo o nell’altro. Credo sia l’effetto che fa un po’ a tutti quelli del circolo.
«E il cappio da impiccagione attorno alla gola?» incalza Crotalo.
«Soffocamento emotivo» risponde Stramonio, prima che possa farlo io. «Cicuta si sta strangolando le emozioni».
Ha capito la metafora.
«Grazie Cicuta. Passiamo a Digitale, ora.»
Digitale Purpurea ha problemi a letto con suo marito. Il suo Ente Eterogeno è lui, una bambola con otto spilli nel pube.
Arsenico Fulminante ha una dipendenza da cocaina. Il suo Ente Eterogeno sono i narcotrafficanti. Ha fatto tante bambole, con una cannuccia ci ha soffiato dentro della coca e poi le ha decapitate. Dice che la decapitazione è il modo tipico dei narcos di regolare i conti.
Mocassino Acquatico ha una figlia disabile. Il suo Ente Eterogeno è Dio. La sua bambola ha un braccio e una gamba spezzati, attaccati al resto del corpo solo con qualche filo.
Elleboro Furioso è lesbica. Il suo Ente Eterogeno sono i suoi genitori, che non la accettano. Ha prima cucito insieme le sue due bambole, poi ha acceso una piccola pira nel giardino di casa e le ha bruciate. In mano ha solo due corpicini anneriti.

Finito il giro, Stramonio conclude la riunione del Deadly Nightshade Circle. La fila di lanterne si muove verso il parcheggio, dall’altra parte del viale alberato. Tanti fuocherelli si spengono e si accendono i fari di alcune macchine.
Sento una mano afferrarmi il braccio destro: è Crotalo.
«Ehi, Cicuta.»
«Crotalo», dico io. Nota il mio stupore: di solito nemmeno mi saluta dopo una riunione.
«Io ci ho fatto i conti da un pezzo ormai. Con l’inevitabile, intendo. È solo questione di tirare fuori le palle ed essere onesta con te stessa. Fatti un pianto. Quegli spilli ficcateli in una mano se ti può aiutare, ma dittelo: non è più con te.»
Io la guardo e sorrido, ma non riesco a dire nulla.
«Datti del tempo, ma non per far finta che sia ancora vivo. Datti del tempo per accettare quello che è successo, ma rimani attaccata alla realtà.»
Fa una mossa lasciva fingendo di sistemarsi dei capelli che non ha più da mesi.
«Sii realista come me: guarda che chioma!»
Rido di gusto, ma non so più se con la testa sono lì su quel viale o chissà dove.
Crotalo mi prende la bambola dalle mani.
«Cominciamo togliendo questi», e tira via gli spilli dagli occhi. «All’inizio metterai a fuoco le cose e ti faranno schifo. Poi capirai che sì, stanno semplicemente così.»
Per la prima volta, la vedo sorridere senza aver fatto un commento sarcastico.
Mi ridà la bambola.
«Collabora con l’inevitabile» mi dice.
«Collabora con l’inevitabile», mi ripeto io.

Davide Brioschi

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