Il fatto – Luca Vellani

Marco si trovò come uno spettro a vagare per casa. Il diaframma era ancora contratto dalle urla di poco prima e la sua rossa criniera appicciata alla fronte. Ora non ricordava neanche più il terrore che aveva vissuto poco prima. Quella paura intestina che ti morde dentro. “Ho già visto quel bambino” pensò tornando a letto. Si sdraiò nelle lenzuola umide e con le dita intrecciate dietro la nuca si sforzò di ricordare. Riuscì a recuperare piano piano qualche frammento, come relitti portati dalla corrente a riva. Vide una parete bianca con degli schizzi strani, gli sembrò ketchup rappreso. Sentì una strana sensazione, lo stomaco gli si torse. Sapeva che quello era sangue, ma non riuscì a ricordare di chi fosse. Si sdraiò su un fianco e lentamente scivolò nel sogno.

“Addio, mi avevi detto che ero forte, ma non è così. Scusa se ti ho deluso ancora” ora Marco legge quel biglietto. Ha tredici anni e stringe quella pagina di quaderno strappata con il messaggio scritto con una grafia incerta. Si trova in una stanza. Sa che non è la sua, perché questa è spoglia ha solo delle grandi mensole piene di libri e poi non c’è il poster di Superman vinto con il concorso a premi della TV. È la stanza di Giorgio, il suo migliore amico. Lui però non c’è, anzi non ci sarà mai più e forse per proteggersi da questo shock Marco lo dimenticherà. Il suo amico non ci sarà mai più, perché la notte prima ha impugnato la pistola del padre e ha premuto il grilletto. Quel ketchup sul muro era proprio il suo sangue. Guarda ancora quelle scritte blu e sa bene a cosa si riferisce, sente il senso di colpa strozzargli la gola e riempirgli gli occhi di lacrime. È colpa sua se Giorgio non c’è più. Se non avessero compiuto “Il fatto” o almeno non lo avessero taciuto, non sarebbe successo. La sveglia lo riportò alla normalità senza fargli ricordare altro.

“Voglio morire” come ogni mattina il primo pensiero di Marco è questo. Con movimenti ormai automatici si prepara, fa colazione e corre al lavoro. Solamente che oggi non è una mattina come le altre. Il mal di testa lo sta perseguitando e ha un peso sullo stomaco. Lentamente si ricordò del sogno e si vergognò di essersi dimenticato di Giorgio. Pensò a come sarebbe ora, già da bambino aveva quell’aria seria dietro a quei fondi di bottiglia dalla montatura nera. Sembrava già un direttore di banca. Pian piano realizzò il suo suicidio e sentì un rigurgito acido scalargli l’esofago. Corse in bagno. Vomitò e scoppiò in lacrime. “No, no scusa” sussurrò con il volto sfigurato dal dolore “Non volevo, perché ti ho fatto questo”. Per un tempo infinito pianse seduto sulle piastrelle azzurre del pavimento appoggiando la testa al water. Con lo sguardo perso nel vuoto, cercò di ricordare “Il fatto”, ma non ci riuscì. Il suo flusso di pensieri venne interrotto dal suono del cellulare e del collega che lo stava cercando. Dandosi un contegno sistemandosi il vestito e asciugandosi gli occhi pallidi. “Sono un vincente. Niente, neanche la morte mi può battere” Recitò il suo mantra guardandosi allo specchio e uscì dal bagno con passo sicuro.

Tornato a casa tardi, dopo aver scelto quale costosissimo piatto surgelato cucinare al microonde, si aprì una birra e si sedette sul suo divano nuovo in pelle color crema. Accese la TV, rigorosamente da cinquanta pollici, e si mise comodo stendendo i piedi sul tavolino e pensando: “Questi sono gli agi della vita. Una vita da ingegnere ti ripaga sempre”. Il cercare di riesumare dalla memoria “Il fatto” era qualcosa di lontano; sembrava che avesse dimenticato la morte del vecchio amico, ma, come colpito da un fulmine, tutto gli piombò addosso e rimase immobile con gli occhi sgranati e la bocca spalancata a fissare le immagini che passavano.

Questa volta si vedeva bambino, insieme c’erano Giorgio, riconoscibile dagli occhiali, e un altro ragazzo con i capelli neri pettinati con una riga in mezzo alla testa. Chi fosse quest’ultimo non riusciva a ricordarlo, ma era certo che presto tutto sarebbe stato chiaro. Marco si guardò e si vergognò per com’era, le cosce erano così grosse che sfregavano tra di loro e la maglietta a stento conteneva la sua pancia. A differenza degli altri due, bassi e piccoli, era un’enorme palla dalla carnagione bianca e i capelli carota. Ringraziò il cielo di essere riuscito, dopo numerose diete e sedute in palestra, a ottenere un fisico asciutto e tonico. Gli tornarono in mente i grandi sacrifici e la sua faccia, rimasta inespressiva, si mosse in un ebete sorriso di compiacimento. “Ho battuto ancora una volta il destino perché ciò che voglio lo ottengo” pensò proprio mentre i tre ragazzini imboccavano un sentiero che portava ad una fitta boscaglia. “Vi dico che è così” le parole del ragazzo con i capelli neri e il crepitare delle scarpe nella ghiaia bloccarono i pensieri di compiacimento di Marco. La sua controfigura bambina, con voce rotta dall’affanno, replicò con fare scettico: “Certo, come no, gli indiani in Toscana. Sai solo raccontare palle Andre”. “Sono andato ieri a esplorare il fiume e ho trovato l’accampamento. Forse non vuoi venirci perché hai paura Carotina?” lo schernì. “No, di certo il cagasotto sei tu Pinocchio, ma sappi che se è un’altra tua bugia, come quella cazzata degli alieni, ti riempio di botte”. Giorgio, cercò di stemperare con la sua solita calma: “Dai andiamo a vedere, possiamo giocare agli esploratori che cercano antichi tesori che ne dite? Poi se non troviamo l’accampamento comunque qualche altro cimelio, lo scoveremo”.

I ragazzi seguirono il sentiero in uno strano silenzio rotto solo dal mulinare del fiume. A un tratto, a Marco sembrò di sentire la frescura del corso d’acqua e anche qualche goccia sulle gambe. I tre amici costeggiarono la riva facendo attenzione ad ogni passo, perché una mossa sbagliata li avrebbe di certo messi in pericolo. Quando arrivarono a uno spiazzo, Andrea si bloccò di colpo e preso dal panico iniziò a urlare: “No, no! Non c’è più nulla” sentiva la voce del ragazzino rotta dai singhiozzi sempre più crescenti. “Vi giuro che era qui” continuò tenendosi il volto tra le mani e piangendo. Giorgio corse subito a consolarlo e avvolgendolo con un braccio gli disse: “Dai, magari hai solo sbagliato il punto. Non c’è bisogno di fare così; e poi vedrai che troveremo grandi tesori anche qui”. “Non è vero Marco?” domandò, ma il ragazzo era immobile con il volto rosso e i pugni stretti. Il suo io più adulto sapeva che stava per esplodere, proprio come gli succedeva quando sentiva il sangue battergli sulle tempie. Giorgio domandò ancora e qualcosa nel volto di Marco cambiò. Gonfiò il petto e sbuffò come un toro. “Sei solo una carogna bugiarda, Pinocchio. Sei un bugiardo e noi ti abbiamo creduto. Ci hai preso per stupidi?” iniziò a parlare con una voce cavernosa, una voce quasi estranea e con passi incerti si diresse verso i due ragazzi. “Ora la devi pagare, te l’ho promesso” con uno strattone allontanò Giorgio facendogli anche cadere gli occhiali e afferrò Andrea per i polsi, che iniziò a strillare. Le urla lo facevano sentire ancora più potente, per un attimo allentò la presa e, grazie alla sua agilità, l’amico si divincolò per un attimo, poi le sue mani piombarono sul suo collo. Andrea provò a far pressione sulle braccia di quell’animale, ma era troppo debole. Provò a parlare, ma non uscì neanche un filo d’aria. Il Marco adulto iniziò a pensare: “Non farlo, lascialo” per un momento pensò di avere qualche potere su se stesso bambino, ma le sue speranze crollarono vedendo la sua controfigura dirigersi verso il fiume. Ora le mani del Marco ragazzo erano le sue. Ebbe paura, ma sentì anche un senso di soddisfazione, di potere. Sentì i suoi piedi lambiti dall’acqua e vide che Andrea non scalciava più, il volto era passato da rosso a violaceo e gli occhi erano spenti. Come se fosse una bambola, lo scagliò nel fiume e rimase ad ammirare il corpo scomposto portato via dalla corrente.

Come svegliato da un incubo sentì i pugni di Giorgio sulla spalla sinistra. Si voltò a guardare l’amico, che si pietrificò all’istante. “Che cosa hai fatto?” balbettò cercando dentro di sé tutto il coraggio. “Ho punito chi cerca di prendermi per scemo, anzi che cerca di prendere per scemi entrambi” rispose prontamente e sentì la pressione nel cervello che diminuiva. “lo hai ucciso solo perché ha mentito. Tu, tu sei un mostro ecco cosa sei!” gli sputò in faccia la verità e Marco rimase in silenzio qualche secondo come se stesse accusando il colpo, ma, con uno strano sorriso che gli sfigurava il volto, disse: “Io avrò anche buttato Andrea nel fiume, ma tu non hai neanche provato a fermarmi”. “Ora il bugiardo sei tu. Io non ho fatto nulla, ora vado dalla polizia e racconto tutto” Giorgio provò ad allontanarsi dall’assassino, ma una morsa gli bloccò il braccio. “Avrò compiuto io il fatto, però tu sei mio complice. Non hai fatto nulla per bloccare la mia rabbia. Sei stato a guardare come una femminuccia. Sei complice, ora Andrea dorme con i pesci per colpa tua” quella voce cavernosa era tornata dal suo petto. Le parole incrinarono il coraggio del ragazzo che crollò in ginocchio e iniziò a piangere. Vedendo l’amico così distrutto, Marco riuscì a vincere l’animale che c’era in lui e a cacciarlo nella parte più recondita di se stesso e anche lui si sciolse in un pianto abbracciando l’amico. Rimasero così per alcuni minuti, poi Giorgio, asciugandosi le lacrime con il palmo della mano, domandò: “Come facciamo? Ci chiederanno di Andrea, ci hanno visti venire verso il fiume insieme”. “Diremo che stavamo giocando ed è caduto nel fiume, ora corriamo a dare l’allarme”. Si alzarono e prima di correre in paese Marco ci tenne a ricordargli: “Se tu dici qualcosa, sei nei casini quanto me”.

Marco si ritrovò incollato al divano con tutti i muscoli in tensione. Sentì un reflusso acido scalargli l’esofago, ma non riuscì a far nessun movimento e si vomitò sulla sua costosissima camicia di Armani. Ora ricordava tutto: la polizia si era bevuta la storia, d’altronde non era il primo ragazzino che perdeva la vita al fiume. Si sentiva svuotato. Un’anima nera e impalpabile. “Che cosa ho fatto?” si domandò affondando le unghie nella pelle del divano. “Il mostro sono io che ho ucciso i miei amici. Ho strangolato un ragazzino e fatto morire di sensi di colpa Giorgio. L’ho fatto penare facendogli venire gli incubi peggiori fino a fargli decidere di suicidarsi”. “Sono un mostro” piagnucolò e cercò di muovere gli arti, ma erano pietrificati. “No che non lo sei” sentì un sussurro, quella voce cavernosa gli parlava da dentro di sé “Lo sai bene che Andrea era solo un maledetto bugiardo e Giorgio un debole capace solo di sistemarsi quei fottuti occhiali”. Scosso dal terrore iniziò a dire ad alta voce: “No, no non è vero”. “Sì che è vero!” ora era la parte animale a strillare: “Vuoi dare del bugiardo a me, a noi? Guardati, hai una casa enorme così tanti soldi da non sapere come spenderli, hai successo con le donne. Sei un vincente e sai che i vincenti stanno con i vincenti. Come pensi che ti avrebbero ridotto quei due?”. Riuscì a muovere le mani tremanti e lentamente le portò al viso e iniziò a piangere come non faceva da quel giorno. La testa iniziò a pesargli e l’animale continuava a gridargli: “Vuoi la verità? Noi siamo uno squalo pronto a mangiare chi ci intralcia. Lo hai imparato da ragazzo e lo fai anche nel tuo lavoro. Hai successo perché sei vuoto dentro. Sempre freddo e distaccato. Tu sei il male, il male buono”. Marco s’infilò una mano tra i capelli cercando di riprendere in mano la situazione, ma iniziò a darsi delle pacche, sempre più energiche, sulla testa quando la voce continuò a ripetere in loop: “Noi siamo il male buono, accettalo e avrai il mondo in pugno”. “Zitto” urlò e ora le pacche erano diventati pugni. Si alzò in piedi e sentì la terra mancargli sotto i piedi e il mondo girare. Cadde sul tavolino di cristallo che esplose in mille coriandoli di schegge. Sentì degli aghi penetrargli nella schiena, nei glutei e nel collo. La voce rise e continuò a ripetergli: “Dopo il fatto tu credi di avermi scacciato, ma io ho lavorato con te, nel tuo cervello sempre. Sai perché? Perché noi siamo una cosa sola”. Come colto dalle convulsioni Marco iniziò ad agitarsi e a ripetere: “No, non è vero! Io non ho mai fatto del male a nessuno”. Urtò con un braccio il mobile e il pesante televisore da sessanta pollici gli cadde sul cranio e spense la voce.

Luca Vellani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *