A piccoli passi – Maria Fezzardi

Dopo quattro piani di scale Isabella infilò le chiavi nella toppa e armeggiò un poco con la serratura, prima di capire il gioco esatto di spinta del polso e lieve trazione della maniglia necessario a che la porta si aprisse. Era stanca del viaggio e un po’ stordita dalla solitudine e dalla novità, la porta che non si apriva la spazientì quasi, ma poi pensò a quando le sarebbe accaduto di ritornare una sera a casa, al buio, e di infilare quelle stesse chiavi in quella stessa toppa, con mani che avrebbero organizzato senza nemmeno pensarci quella strana danza che adesso le sembrava tanto difficile. Fu un pensiero rassicurante, come già rigonfio della melanconica pace che avrebbe sentito un giorno riguardandosi indietro fino ad oggi, come un assaggio del sapore più buono che avrebbe avuto sentirsi a casa ricordando quando ancora, quello stesso posto, casa non era. Era come un fascio di luce a illuminare il tempo che sarebbe venuto, che le mostrava una se stessa accoccolata nella propria orma e serena, in un mondo che adesso le dava le spalle, che non la guardava negli occhi e di cui non sapeva fidarsi, un mondo in cui nemmeno riusciva ad aprire la porta di casa.
Entrò e si guardò intorno: pareti bianche e spoglie, piastrelle opache e calpestate dell’usura, un tavolo esile in bilico su un paio di sedie scompagnate, un divanetto privo di entusiasmo relegato in un angolo, un cucinino affumicato dagli esperimenti culinari di qualcuno e tre finestre strette.
Con un sospiro stanco Isabella poggiò a terra le sue valige e in un silenzioso brivido si rese conto, per l’ennesima volta nel corso della giornata, che era sola, sola con le lacrime dentro gli occhi che spingevano una sull’altra al vetro scuro delle pupille, per vedere quel poco che avrebbe dovuto essere casa. Dalla mano inerte le scivolarono a terra le chiavi, Isabella abbassò lo sguardo su di loro come da una distanza siderale, avvertendo l’immenso iato vuoto di mondo che si era scavato tra i suoi pensieri e i suoi piedi, come se la giornata l’avesse allungata all’infinito e stiracchiata fino a farla sottile. Ebbe la sensazione che ci sarebbe voluto parecchio tempo perché i suoi pensieri potessero afferrarsi davvero ai suoi piedi, così coraggiosi e lontanissimi, in quella casa strana in quella terra straniera.
Scrutò il pavimento per ritrovare le chiavi e i suoi occhi si impigliarono in una macchia del tempo che aveva eroso il colore già scialbo nello spigolo di una piastrella, e mentre percorreva l’orlo della macchia, con gli occhi scesi in quel pianeta sconosciuto, le s’infilò un sorriso all’angolo della bocca e le rotolò fino in gola, nel breve accenno di una risata che sembrava un sospiro: quella macchiolina somigliava terribilmente a un pulcino un po’ sghembo. Isabella si sorprese di quella risata e si chiese come era arrivata così in fretta dal pulcino fino alla sua bocca, attraverso quella distanza che sembrava così incolmabile. Inclinò la testa da un lato per guardare meglio e di nuovo il sorriso le distese le labbra: ora, con la testa così china, anche lei sembrava un pulcino sghembo.
Povero pulcino, certo che era sghembo: si era alzato molto presto ed era uscito di casa molto impaurito, aveva fatto tutto in modo molto impaurito a dir la verità, però lo aveva fatto e lo aveva fatto da solo, aveva preso un aereo e attraversato chilometri di pavimenti opachi e sconosciuti per arrivare su una piastrella molto lontana, dove parlavano una lingua diversa dalla sua e dove non c’era nessuno che conoscesse per beccare un po’ di grano o saltellare giocando a mondo. Era molto impaurito è vero, però adesso sapeva che pur con la paura in gola si potevano fare salti molto lunghi per il mondo e che non era necessario che la paura se ne andasse perché arrivasse il coraggio. Potevano stare insieme, la paura e il coraggio, una dentro gli occhi e l’altro nei piedi; perciò dopotutto andava bene che fosse sghembo, stanco e un po’ triste.
Isabella raccolse le chiavi e si diede ad esplorare in modo cauto il poco resto dell’appartamento: un bagno angusto e una camera da letto con delle coperte che le facevano venire l’orticaria solo a guardarle. Era uno strazio ma non c’era altro da fare, non disfò nemmeno le valigie, lo avrebbe fatto domani, dopo aver lavato tutto il lavabile. Era un buon piano: cancellare a fondo prima di riscrivere. Si fece la doccia in punta di piedi continuando a guardarseli come se fossero eroi, poi si mise a letto.
Le venne l’orticaria e le venne fame, ma non ebbe la forza di alzarsi e di cercare nella valigia qualcosa da mangiare. Si addormentò tardi e si svegliò mugolando di sconforto al suono della sveglia, con il mal di testa e la punta del naso intirizzita dal freddo: bilancio negativo, un vero schifo. Così si alzò, si vestì in fretta, un velo di trucco allo specchio e fuori, l’unica cosa a cui prestò attenzione furono le scarpe. Erano le sue, quelle di una vita, quelle che aveva messo sempre e che l’avevano vista spensierata e dinamica. Era un pensiero assurdo, uno dei tanti di quel tipo che le fosse venuto di fare da quando era partita, ma averle indosso adesso, mentre si comportava in modo così sbiadito e anonimo, la faceva sentire come se ci fosse a guardarla qualcuno che la conosceva davvero e che sapeva che sotto agli strati di silenzi timidi e sguardi persi c’era ancora qualcosa di bello che si sarebbe potuto trovare. Si sentì sciocca: aveva lasciato indietro le persone e si era portata dietro gli oggetti e ora pensava agli oggetti come se fossero persone, non doveva essere una cosa molto sana da fare, avrebbe fatto meglio a trovarsi degli amici, e in fretta.
Guardò l’orologio, anche lui familiare, diceva che c’era tempo: era uscita di casa in anticipo per non fare tardi e avrebbe potuto fermarsi a fare colazione, ma non se la sentiva di entrare in un bar, ordinare un cappuccino e una brioche, sedersi, versare lo zucchero sulla schiuma del latte e poi affondarlo nel caffè con il cucchiaino e girare aspirandone l’aroma tiepido. Il suo stomaco diede una strizzata dolorosa e Isabella si ricordò che non aveva mangiato più dal pranzo del giorno precedente: un tramezzino al volo, seduta in bilico sulla valigia, alla fermata del tram. Ma non se la sentiva proprio. Si sentiva in bocca il gusto deciso e vivido del caffè, quello sì, la granella precisa dello zucchero e la sensazione del latte che si smontava sfrigolandole soffice contro il palato, ma non si sentiva in grado di entrare in un bar e ordinarlo. Di trascinare il suo corpo, come un bambino capriccioso, in un luogo luminoso e caldo, in cui non avrebbe potuto godere di quel miraggio per via del numero spropositato di stimoli ed emozioni contrastanti che le sarebbe venuto addosso. Ci sarebbero state troppe cose nuove e paurose tra cui non avrebbe avuto la forza di suddividere le proprie energie, aveva forza e compattezza solo per affrontarne una alla volta. Entrare in un luogo affollato di persone sconosciute. Parlare una lingua che non era la sua. Sostenere lo sguardo delle persone che la guardavano mentre cercava un posto libero in cui sedersi da sola. Godersi la colazione senza sentire la mancanza di casa. Piangere per la nostalgia e poi dover spiegare, sempre in quella lingua che non era la sua, che andava tutto bene. Pagare senza confondersi con la moneta nuova. Uscire senza inciampare sui gradini. Era troppo. Decisamente troppo per andarselo a cercare. Tanto avrebbe dovuto farlo comunque a pranzo e di ritorno dal lavoro per andare a fare la spesa.
Lo stomaco le diede un altro pizzicone affamato e Isabella pensò che la fame era una cosa reale, non come quelle sciocchezze che la spaventavano. Decise comunque che il caffè poteva aspettare e si incamminò verso la biblioteca in cui aveva trovato il suo impiego prima di partire.
La accolsero le nuove colleghe, educate ma decisamente fredde, poi il direttore della biblioteca, un uomo anziano dai capelli canuti, se la prese con sé e le spiegò l’organizzazione delle sezioni, la disposizione degli scaffali, le diciture delle etichette, i termini delle scadenze, gli indici degli archivi, gli elenchi dei prestiti, lo scorrimento delle prenotazioni e una miriade di altre cose che Isabella avrebbe voluto scrivere e che invece si rassegnò a scordare e domandare in futuro. Così al termine della giornata uscì, con la testa affollata di cose senza ancora un posto e si sentì lei stessa, perdutamente, una cosa senza ancora un posto, una cosa di quelle che si dimenticano. Le venne voglia di casa e capì che casa era ogni posto in cui si desidera tornare, anche se lo si desidera poco o di malavoglia. Lei non voleva realmente ritrovarsi a litigare con la porta o a guardare con disgusto il divanetto unto, ma sentiva che voleva tornare in quel posto e che, al dì la di quella porta dispettosa, era già incastonato un piccolo nucleo della sua identità, un germoglio puntiforme di casa, un granello fertile nella deserta distesa dell’ostile, una massa microscopia dalla gravità travolgente, che la richiamava con un tiepido invito di raccoglimento.
Andò avanti così per qualche mese: rimbalzando tra il desiderio di fuggire da quelle quattro mura, che non credeva sue, per raggiungere posti altri e migliori, e la voglia assurda ma reale di ritornarci, per starsene in pace con se stessa, a leccarsi le ferite voraci che la vita le aveva inferto ma che, a pensarci, era poi contenta di essersi procurata. Era feroce vivere, a volte era faticoso, a volte fastidioso, ma era fervido e in definitiva forte. Era come spalancare all’improvviso le finestre da un buio soffocato su un giorno estatico di luce, faceva male agli occhi, ti veniva da chiuderli, ma era irresistibile e liberatorio e non potevi più farne a meno.
Per qualche tempo Isabella aveva mangiato molto poco e coltivato il suo stomaco attanagliato dalla fame come termine di paragone e sprone, per ricordarsi quali erano le cose vere e importanti e quali erano invece quelle soltanto immaginate dalla paura e rese enormi dalla solitudine. Aveva trovato naturale che il suo corpo prendesse una forma fragile e sottile, perché era così che si era sentita dentro. Essere magra e minuta le dava la sensazione di essere meno dispersa, più concentrata in uno stesso punto e più compatta, allo stesso modo in cui lo era il piccolo nucleo nascente e magnetico della sua casa. Ma poi era venuto il sole e il tempo maturo per guardarsi allo specchio e capire che qualcosa le stava sfuggendo di mano: un giorno si ricordò che le era piaciuto immensamente mangiare, nella vita, prima di partire.
Una mattina scendendo in strada incontrò il fratello di una della sue colleghe, che aveva conosciuto ad una mostra promossa dalla biblioteca un paio di giorni prima. Il pomeriggio della mostra Isabella era stata molto tesa per via dell’evento e poco disposta a darsi spazio per le novità e per pensare a farsi degli amici, ma quella mattina, quando lui la salutò con entusiasmo e la invitò per un caffè, sentì all’improvviso una vertigine di sollievo, come se le avessero tolto dalle spalle un cappotto pesante e umido che si era scordata di avere messo. Si ricordò all’improvviso di quando si era detta che avrebbe fatto bene a farsi degli amici, aveva scordato di farlo; e si ricordò di quella mattina in cui aveva escluso dalle possibilità l’idea di entrare in un bar per un cappuccino con brioche, non lo aveva mai più fatto. Di colpo gli strati di indifferenza con cui aveva sepolto i desideri che le sarebbe costato fatica inseguire si strapparono, in un’onda cosmica che sapeva di ricordi e caffè. Isabella si guardò l’orologio, un po’ largo sul polso magro, c’era tempo per un caffè, per quanto riguardava il coraggio, lo avrebbe trovato, bastava cominciare a camminare.
Il ragazzo la portò in un bar con le vetrate ampie e lo zucchero tenuto in zuccheriere comuni invece che in bustine. Parlarono un poco, serenamente.
“Allora non è tanto che sei qui.” chiese ad un certo punto lui.
“No, solo qualche mese, sono arrivata in gennaio.”
“E come stai? Voglio dire: come ti trovi, come ti senti?”
“Sola.” disse lei, e rise.
“ Giusto. Normale.”
“Mi è mancata tanto la sensazione di sentirmi a casa ecco, ma adesso va meglio, un po’ alla volta mi sto ambientando.”
“Sai cosa penso io a proposito di questo?” chiese lui, Isabella scosse la testa e arricciò le labbra incuriosita.
“Che un posto non è davvero tuo fino a quando non ci hai pianto forte o fatto l’amore – o al limite finché non ci hai cantato sotto la doccia, ma questo vale solo se lo hai fatto con molto sentimento. Dipende da che tipo di persona sei. Io, se potessi, farei tutte e tre le cose insieme.”
Isabella rise di nuovo.
“Non ridere, è una cosa seria. Ci hai pianto forte?” chiese lui. A lei venne da ridere di nuovo, ma cercò di trattenersi per non farlo rimanere male.
“No, lo ammetto no. E nemmeno ci ho fatto l’amore o cantato forte sotto la doccia.”
“Visto? Beccata!”
Isabella rise alzando le mani con aria colpevole, godendosi la sensazione dimenticata del caffè caldo che le lambiva lo stomaco e quella del torpore nelle palpebre che si gonfiava come una bolla, espandendosi in un ultimo spasmo di sonno prima di esplodere e sparire. E davanti alla sua tazza, con il caffè sepolto sotto il latte montato, pensò al pulcino tutto sghembo che aveva imparato a saltare, pensò alla luce forte che faceva male agli occhi ma che non volevi smettere di guardare, pensò che aveva tanta paura ma non voleva smettere di camminare, a piccoli passi ma con coraggio, con le sue scarpe amiche e il suo piumone nuovo, la sua fame profetica e i suoi quattro piani di scale che però permettevano alle sue finestre strette di lasciar entrare una luce libera che non avrebbe mai sognato, con i suoi libri che la facevano addormentare sul divano e i suoi caffè. Con tutte quelle sue cose che, senza che lei se ne accorgesse, avevano penetrato tanto a fondo la sua tristezza da trasfigurarsi dall’altra parte di essa.
Persino la sua collega, la sua collega fredda e scorbutica con questo fratello delizioso che, sotto la doccia, faceva l’amore piangendo forte e poi cantava.

Maria Fezzardi

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