Estremi Lontani – Manfredi Cartocci

Ancora tu, un tavolino e un bicchiere di rum. Una terrazza e una tazza di the. Un bar defilato e un cappuccino dolce. Ti sei vestito a caso perché non è rilevante, e hai trasportato il tuo pensiero dove eri persuaso lavorasse meglio. Ti sei trascurato perché non eri importante, non quanto quelle cose sfumate che ti volano in testa. E pensi a lei, chiunque essa sia. E quando è una donna, e quando è una passione, e quando è la tua vita. Poi, alla fine, la stessa sostanza. Giri il polso, allunghi il sorso, rimani a secco e cerchi un senso nell’epilogo del tuo bere. Potresti mai bere da un bicchiere che non si svuota senza annegare? Sai bene che se esistesse, l’unica possibilità sarebbe provarci, bere fino a soffocare e poi vomitare tutto. Perché avere come risultato finale il sapore degli acidi gastrici al posto del retrogusto soffuso del qualcosa che hai amato fino ad un attimo prima? Ma l’hai amato abbastanza se non arrivi all’acido? Amare a metà è come vedere un film già visto. Andare avanti, cercare un assoluto ogni volta, morire nel tentativo o proseguire con vera esperienza. Fare finta di aver imparato qualcosa è la menzogna più viscida che il nostro autocontrollo possa raccontare all’istinto. Ma vivere di testa o croce può diventare un effimero purismo.
Non è poi proprio la verità ciò che serve davvero.
Ancora lei.
Chi ti ha ascoltato l’ultima volta che hai detto la verità?
Maledetta.
Dimmelo su. Ti fai noia da solo quando fai questi discorsi, e culli quell’amara consapevolezza che ti serve altro.
Melliflua voce in vezzose vesti, torbidi pensieri e istinti onesti. Chi è? Non sapresti. Lei, ci parli spesso e le dai troppa confidenza, una confidenza che non ha bisogno di nomi.
Ti lascia un attimo in pace, ti guardi un momento intorno. La vita che ti circonda prosegue placida, ti ignora, riprendi controllo. Poi Lei si avvicina, si siede, e ordina. Non se ne andrà. Rimani con la bocca mezza aperta, inebetito.
– Signorina deve aver sbagliato tavolo – non ha senso, ma ci provi lo stesso.
Lei ti guarda male, un po’ seccata. Accavalla le gambe, picchietta sul tavolino con le unghie smaltate, accende una sigaretta. Adesso ti guarda con una nota di tristezza.
Ma che stai facendo?
– Io … -.
Mi fai bere da sola? Dai ordinane un altro!
“Comandi”, pensi fra te e te.
Siete tutti e due serviti, gioco di sguardi da cui cerchi di fuggire disperatamente, lei beve, tu lasci lì a evaporare. Lei sghignazza.
Scusa, non ti volevo interrompere.
Si protende verso di te.
Dicevi?
Aveva la capacità di chiedere cose facili con espressioni talmente indecifrabili che non avresti saputo cosa rispondere neanche se ti avesse chiesto l’ora.
Beh? Hai perso la lingua?
Incalza, la stronza.
– Dicevo tante cose, quale ti interessa? – rispondi evasivamente.
Lei torna seccata.
Lo sai a cosa mi riferisco. Quanto ancora vorrai far finta che io non sappia ciò che pensi? Quanto ancora non vuoi prendere consapevolezza dei tuoi pensieri? Come cazzo fai a vivere tenendo conto di una parte di te alla volta? Prenderai sempre la decisione sbagliata se non sai dare uno sguardo d’insieme!
Quello era il momento in cui smetteva di girare intorno alla preda e la azzannava alla gola. Poi mollava la presa, e la lasciava sanguinare. La mente sanguina, esattamente come il corpo, con emorragie talvolta tanto violente da lasciarti lì, paralizzato ed agonizzante, ad aspettare che cessino. La mente sanguina, ma fortunatamente c’è molto più sangue in testa che in corpo. Lei ti guarda, tu la guardi.
– La fai semplice tu. Ma fra quando non puoi, quando non devi e quando non riesci a guardare tutto il tuo orizzonte, praticamente puoi sempre tener conto solo di una parte di te. Diciamo anzi che le decisioni migliori riesci a prenderle quando questa parte è il più vicina possibile al tutto -.
Quindi ad ora è questo il tuo obbiettivo?
– Prego? -.
Andare verso una situazione che ti permetta di prendere in considerazione quanto più te stesso possibile in ogni circostanza.
Soppesi quelle parole. Sembrano così belle, così giuste, così limpide. Così semplicistiche … così crudelmente scevre della consapevolezza delle difficoltà.
– Si, qualcosa del genere – rispondi riprendendo un attimo fiato.
Interessante … e coma hai intenzione di farlo?
La stoccata ti prende in contro-tempo, ti spezza il fiato. Stringi i pugni.
– Sai che non è un qualcosa di pianificabile – ti giustifichi guardandola con rabbia.
Quindi il tuo piano è vagare senza meta sperando di incappare in luoghi ameni?
– Il mio piano è andare in una direzione. Posso scegliere la rotta, non ciò che troverò sulla mia strada. Questa … vita, o come la vuoi chiamare, è una storia che mi mette in difficoltà, in una dannata difficoltà. E sai perché? –
Illuminami.
– Perché è l’unica storia che non scrivo da solo. Ci sono altre due mani oltre alle mie, altre due dannate mani, che intessono trame e scenari, di cui ho obbligo di tenere conto. Di chi sono? Non lo so. C’è chi crede in Dio, chi crede al destino, chi crede al caso. Ma la mia non è l’unica penna, puoi starne certa -.
Sembri convinto di ciò che dici.
Mentre dice questo si appoggia sullo schienale della sedia, socchiude gli occhi e si concentra sulla sua sigaretta.
Tu rifletti, ti chiedi se sei convinto davvero di ciò che dici, o se hai accampato una colossale scusa a cui un po’ credi anche tu.
– L’ho detta grossa eh? –
Eh si, l’hai detta grossa.
– Eppure è questo di cui ho sensazione ora, che mi piaccia o no, e credimi, non mi piace -.
Dondola lievemente la mano fumante, disegna un otto con la punta cinerea della sigaretta.
Oscilli. Oscilli in modo preoccupante. Fra la convinzione e il dubbio, fra la volontà e l’inedia, fra la quiete e la tempesta. Cosa vuoi da lei? La quiete o la tempesta?
Pianti i gomiti sul tavolo e la faccia nelle mani. Ti stropicci gli occhi, congiungi i palmi e ci espiri sopra profondamente. La guardi negli occhi. Sono aperti. Entri. Hai i brividi, fa così freddo nella sua spietata sincerità. Eppure ha quel gusto di purezza che ti spinge a resistere.
– Sai che questa è una domanda senza risposta. Ho bisogno di entrambe le cose, e se ne può avere una alla volta. Una quieta e calda casa a cui tornare, o una fiera tempesta a cui provar le vele. Vuoi davvero chiedermi di scegliere, e dunque di mentirti? Come potrò mai sollevarmi da questa dicotomia? Sarebbe falso anche dire che non lo so. Ma lo so ora. Ora e per i prossimi venti minuti. Poi potrei aver cambiato idea -.
Perché parli come un saggio se sai di non esserlo? Inoltre non cogli il perché della tua inquietudine: non scegli, perché prendendo una, non sai quando avrai l’altra.
– Colgo invece, e questo ti dimostra ciò che ti dicevo prima: non so quando avrò l’altra perché le mie non sono le uniche mani che imbrattano le pagine di questa vita -.
Scacco matto sognatore, hai dimostrato una sensazione. Ride. Ce n’era bisogno? Se questo ti fa sentire meglio sta bene eh, di certo non dai fastidio a me. Ma c’è una cosa in cui invece ancora menti.
– E quale? – domandi privo della speranza di ricevere risposta costruttiva.
Quale magica rotta oscilla tra la quiete e la tempesta?Io credo nessuna. Diciamo che tu percepisci una rotta, ma non hai trovato una bussola che ti ci conduca. Ed hai percepito che seguire un po’ la quiete e un po’ la tempesta ti tiene su questa rotta, più o meno.
Allontani le mani dalla faccia. La guardi atterrito, arrabbiato, riconoscente.
Non preoccuparti, non è stupido ciò che fai. Tutti cercano il loro equilibrio. E’ che più sono distanti i due estremi, più è difficile trovarlo. Hai scelto due estremi interessanti, e hanno bisogno l’uno dell’altro. Non fare quella faccia, la troverai prima o poi. Ti darà la quiete e la tempesta.
Detto questo si alzò, si voltò, mosse qualche passo, si voltò ancora e disse distrattamente : Offri tu vero? Poi si voltò e scomparve.
Rimani intontito con la bocca semiaperta, in un’espressione da fotografia.
– Posso portar via? – chiede gentilmente un cameriere avvicinatosi in quel momento. Sposti lentamente lo sguardo su di lui, in quelli che sono lunghi momenti di incomprensione. Hai capito cosa ha detto, il tuo cervello comincia a produrre faticosamente l’ordine di idee di: prendere il portafoglio, estrarre i soldi, darli al cameriere. Ma la bocca prima ha altro da fare:
– Scacco matto – dici all’incredulo cameriere, che costringi a rimanere a guardare la tua folle faccia stralunata per quegli istanti necessari a dargli i soldi.

Manfredi Cartocci

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