Vetro fragile – Maria Elena Benedetti

Ti mancava l’aria là dentro, così sei uscita.
Hai camminato un po’ sulla sabbia fredda, mentre i tuoi tacchi neri sprofondavano come se volessero mettervi radici; poi, ti sei fermata, lo sguardo verso il mare e le spalle date al mondo.
Osservavi le onde e ti perdevi fra i loro lenti movimenti: andavano e venivano, ma soprattutto, prendevano e portavano; inghiottivano momenti e ti rendevano ricordi.
Hai chiuso gli occhi e improvvisamente hai rivisto quei due corpi affiorare in quell’acqua scura.
La sua schiena bianca, le sue spalle un po’ tonde, le sue scapole appuntite.
Lei rideva, un po’ gli sfuggiva, un po’ lo cercava.
 La sua catenina d’oro che le s’impigliava fra i pizzi, l’acqua fredda, la pelle salata.
“Fanculo il freddo, sarei rimasto in acqua sedici ore; il tuo corpo mi dava tutto il calore di cui avevo bisogno.”

Dipendesse da te, rimarresti sempre un po’ di più, un po’ di più rispetto ad ogni fatto, ogni parola, ogni numero.
Lui però è così, come le onde: va e viene, prende e dà.
Hai aperto gli occhi; sapevi che, girandoti, avresti intravisto fra le maschere quelle sue spalle, quella sua schiena.
Non l’hai fatto.
Hai continuato a guardare il mare, e hai visto il faro.

La sua luce t’illuminava, ma andava a intermittenza.

L’aria non ti veniva ancora; anzi, adesso non ti sentivi nemmeno più; eri lì, fisicamente parlando, ma ti sentivi “fuori dal luogo”, sospesa, estranea a te stessa.
“Eva odiava sentirsi sospesa a metri e metri da terra; la straziavano i dubbi, le incertezze, gli spasmi al cuore e tutto quello che riusciva a rendere instabile la sua emotività.”
Hai sorriso, ripensando a tutti i quaderni in cui l’hai scritto.
Un incipit perfetto per un libro a cui però non riesci a dare forma.
Quanto ti piace parlare di te in terza persona, nasconderti mentre ti sveli; e ti chiami Eva, perché in fondo lei è così simile a quella che vorresti essere.

Ti suona bene, ti sembra il sinonimo di “forte”.
E’ stata quello che tu non sei stata mai: la prima donna.

Continuavi a non sentirti, a allora hai fatto quello che fai ogni volta che cerchi di riprenderti te stessa: hai cercato di sentire il tuo sangue.
Il polso sinistro stretto nell’altra mano, sempre di più, fino a percepirti il battito; ci sei, sei viva, sei tua.
Lasci la presa e ritrovi quel nero sulla pelle chiara: l’inchiostro che resta, il tuo segno indelebile.

Sentivi il bisogno di romperti, di spezzarti in mille frammenti per liberarti da quella morsa che ti opprimeva.
Guardavi fissa il mare, le mani serrate alla transenna e i piedi piantati nella sabbia; canticchiavi sottovoce, rovistavi fra i ricordi e le paranoie peggiori.
Niente, tutto inutile: non riuscivi a toccare il tuo punto di rottura.
Era come se la tua volontà fosse incapace d’imporsi su te stessa: avresti voluto piangere, urlare, battere i piedi, ma nulla sembrava farti scattare; tremavi a malapena sotto il vento freddo.

Hai acceso un’altra sigaretta, e sei stata a fissarla mentre si consumava all’aria.
Con le dita giocavi con il mozzicone che ti era rimasto in mano; lo stringevi, lo ruotavi, facevi scivolare lentamente il filtro fuori dalla cartina, come un serpente che abbandona la sua vecchia pelle.
Avevi provato anche questo: “fare la muta” per cambiare, allontanarti da una vecchia te per ritrovarti di nuovo; ma due tatuaggi, svariati piercing e un taglio radicale non ti erano bastati.
Allora hai iniziato a chiederti se davvero ti sei odiata così tanto da non sopportarti più e da voler arrivare a non assomigliare più a quella di qualche mese fa; se veramente credevi di poter scappare da te, da tutte le tue paure, cambiandoti.
Sapevi bene però che cambiando te stessa non avresti cambiato la realtà dei fatti: l’anoressia restava, la perdita restava, la rabbia, la paura, la mancanza restavano; soprattutto, tu restavi.

Nonostante questo, speravi ancora che cambiando saresti riuscita ad affrontarti meglio; magari ti sarebbe sembrato di combattere qualcosa di estraneo a te, e quindi di non tradire la tua natura.

Sarebbe bastato l’amore, non quello di altri, ma il tuo – per te.

Maria Elena Benedetti

***

Mi chiamo Maria Elena Benedetti, ho 23 anni, frequento la facoltà di Scienze Politiche, e da sempre amo scrivere; ho iniziato con racconti sulla scia di Harry Potter quando ancora ero una bambina, per non fermarmi più.
Crescendo ho iniziato a costruirmi un’identità fra le pagine e l’inchiostro, ed è così che è nata Eva Prima.
Eva Prima è la firma che appongo alla fine di ogni mio racconto, è la ragazza attorno a cui ruotano gran parte dei miei racconti; Eva Prima sono io, o meglio, è quella che vorrei essere.
È proprio con questo nome che nel 2013, tramite la piattaforma Lulù, ho dato vita al mio primo progetto: “Lettere a D.”, una raccolta di lettere che mi ha permesso di ritrovare me stessa.
Era una sera di marzo, faceva freddo, fuori pioveva, ed io mi allagavo dentro.
Così ho preso la penna in mano, ed ho iniziato a mettere su carta quello che mai avevo avuto il coraggio di dire; poi, piano piano, da uno sfogo personale è nato qualcosa di più.
È questo quindi che mi spinge a scrivere: la mia emotività, l’essere estremamente ricettiva in mezzo a un mondo che a volte è di una violenza disarmante.

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