Il drago e la tigre – Daniele Viaroli

C’era una volta, nascosto nelle profondità del bosco, un villaggio di conigli, un luogo magico, in cui tutti vivevano in pace e armonia. Nonostante sopravvivere alle insidie della foresta, popolata da lupi, tigri e altri animali feroci, fosse un compito arduo, tutti collaboravano per far prosperare la piccola cittadina. Era una vita dura, di stenti, ma onesta e piena d’amore, in cui ogni coniglio dedicava l’esistenza alla protezione dei suoi simili.
Un giorno, però, le cose cambiarono. Alcuni abitanti, di vedetta lungo i confini, s’imbatterono in due cuccioli abbandonati. Mossi a compassione, decisero d’adottarli e crescerli all’interno del villaggio. Purtroppo i due piccoli erano molto diversi dai conigli, sia per natura che per aspetto, e ciò causò un grosso trambusto.
Il primo cucciolo, una bellissima gattina tigrata, era agile e scattante. Coraggiosa e dotata d’artigli affilati, mostrò subito la sua forza e fu incaricata di fare la guardia, compito che svolse con grande efficacia. Per questo motivo i conigli, estasiati, la amarono dal primo istante, affidandosi totalmente a lei per la difesa del villaggio.
Il secondo cucciolo, una minuscola tartaruga, era tranquillo e pacato, interessato solo a dormire e mangiare. Debole e paurosa, si nascondeva all’interno del carapace di fronte ad ogni pericolo. Per questo motivo i conigli, delusi, la guardavano con disprezzo. Per strada la additivano aspramente per la sua lentezza, accusandola di avere un cervello troppo debole. I conigli avrebbero voluto qualcuno pieno di virtù, come la gatta, e la tartaruga, accorgendosene, si sentì debole e incompresa.
Fu così che i due vennero cresciuti in modo diametralmente opposto. La gatta fu riempita di lodi e attenzioni, osannata come salvatrice. I conigli la ammiravano e la riempivano d’amore, mentre lei difendeva il villaggio dai predatori con forza e astuzia. La tartaruga, invece, venne emarginata sempre più. Debole e lenta non aveva modo di sopraffare gli aggressori, così i conigli presero l’abitudine di scaricare su di lei tutte le frustrazioni, accusandola d’essere una sciagura per la comunità. Ancora riconoscente ai conigli per averla salvata appena nata, la tartaruga non poté fare altro che rinchiudersi nel carapace e sopportare ogni angheria. Fu la gatta, in particolare, ad accanirsi su di lei per la sua inutilità. Lei, fragile e mortificata, si strinse ancora di più all’interno dell’armatura.
Il tempo passò e i due cuccioli divennero giovani. La gatta si rivelò essere una tigre e ogni giorno cresceva in dimensioni e forza. Le zampe si fecero più salde e le fauci divennero così possenti da poter stritolare un lupo. La tartaruga invece inspessì solamente il guscio, continuando a nascondersi di fronte ad attacchi e insulti. Imparò presto che se gli artigli rimbalzavano innocui sul carapace, le malelingue attraversavano lo scudo e le dilaniavano il cuore. Decise così di difenderlo all’interno di un’armatura d’indifferenza.
Fu in quel periodo che la tigre, grazie al ruolo di protettrice, venne scelta dai conigli come regina. Era la più forte e amata nel villaggio, non esisteva nessuno più degno. A nulla valsero i tentativi della tartaruga di candidarsi per la stessa posizione. I conigli la derisero ed elessero la tigre in un tripudio di gioia. In fondo la regina aveva il compito di proteggere e crescere i cittadini, come poteva farlo una debole e inutile tartaruga?
All’inizio il governo della tigre diede il via a un periodo di prosperità. I predatori, temendo i suoi artigli, giravano al largo dal villaggio e i conigli poterono crescere in pace. Poi qualcosa cambiò. La fonte primaria di cibo della tigre, i predatori sconfitti, venne meno, così la possente regina propose un patto ai cittadini.
«Cari amici e fratelli – disse – sapete quanto bene vi voglia e quanto ami combattere per voi. Però, per poterlo fare, ho bisogno di mangiare e mantenermi in forze. Per farlo c’è una sola soluzione.»
«Grande regina ci dica quale.» domandarono i conigli in coro.
«Da oggi in poi, ogni giorno, mangerò uno di voi per conservare la mia forza. In cambio proteggerò gli altri.»
«Ma questo è omicidio!» protestò la tartaruga.
«Se non siete disposti ad accettare il patto, me ne andrò e i predatori potranno attaccare il villaggio.» ribatté la tigre.
I conigli, terrorizzati all’idea di essere di nuovo indifesi e impotenti, decisero di sottoscrivere la proposta. Solo la tartaruga protestò contraria, ma nessuno prestò ascolto a un’emarginata.
Venne il giorno del primo sacrificio e i conigli decisero di consegnare alla tigre il più debole tra loro, ma la scelta fu ardua. A proporsi furono gli anziani che, consci d’aver già vissuto, si sacrificarono per il bene dei figli. Giorno dopo giorno la tigre li divorò tutti. A quel punto scoppiò un acceso dibattito su chi dovesse essere la vittima successiva.
«Mandiamo i più deboli.» propose uno.
«No, dovremmo scegliere quelli che non si sono integrati nel villaggio.» propose un altro.
«No, no. E’ meglio se le consegniamo quelli che non hanno famiglia. Nessuno li aspetta o ha bisogno di loro.» insistette un altro ancora. La paura li spinse a compiere scelte folli, creando un’inquietante graduatoria tra fratelli e sorelle.
«Andrò io – affermò la tartaruga, disgustata dalla situazione – mi avete accolto e cresciuto. E’ giusto che vi ripaghi.»
Tutti i conigli ne furono ben felici. Meglio che morisse una stupida tartaruga, piuttosto che uno di loro. In fondo non era mai stata davvero una del villaggio. Si sarebbero finalmente liberati di un peso. Così, la tartaruga si recò dalla tigre.
«Tu? – domandò stupita la regina – mi sarei aspettata un coniglio.»
«Io – annuì la tartaruga – sono qui per consigliarti di smetterla con questo massacro.»
«I forti non hanno bisogno dei consigli dei deboli. E io ti mangerò.» ruggì la tigre e la prese tra le fauci, pronta a divorarla. Non appena serrò i denti, però, un dolore lancinante le pervase la bocca, mentre le zanne raschiavano invano il durissimo carapace della tartaruga. Provò e riprovò finché, frustrata, non sputò il resistente rettile.
«In questi anni le cattiverie dei conigli e le tue prepotenze hanno indurito la mia armatura.» affermò questi, timidamente.
«Questo non cambia nulla – ringhiò la tigre, furente – forse non potrò mangiarti, ma tu non puoi difenderli. Da oggi in poi mangerò due conigli al giorno e la colpa sarà solo tua.»
«Non puoi farlo.» la implorò la tartaruga, piena di dolore. I conigli le avevano fatto tanto male coi loro giudizi, ma l’avevano anche salvata e lei voleva proteggerli.
«Posso e lo farò, perché io sono forte e voi siete deboli.» ribadì la regina.
I giorni passarono e l’odio dei conigli nei confronti della tartaruga crebbe a dismisura. Tutti la ritenevano colpevole dell’improvvisa ferocia della tigre, senza rendersi conto d’essere stati loro stessi a nutrire il male ogni giorno. Il povero rettile si ritirò ancora più in profondità nel carapace, mentre il felino faceva scempio dei conigli. Fu così che, un brutto giorno, la tartaruga prese una decisione estrema e andò dalla tigre.
«Perché sei qui?» ruggì il felino, infastidito. Odiava l’idea di non poter divorare una debole tartaruga.
«Sono venuta per farmi divorare al posto dei miei amici – rispose lei – sono pronta a uscire dal mio guscio e donare la vita perché loro vengano risparmiati.»
«Quel carapace è tutto ciò che ti permette di sopravvivere ai miei morsi. Se te ne liberi morirai.» ribatté la regina, stranita.
«Hai ragione. Questo guscio è la mia armatura, ma è anche il mio limite. Mi permette di sopravvivere, ma m’impedisce ogni contatto col mondo. Questo carapace ha tenuto lontano il dolore per tanto tempo e mi ha protetto dalla sofferenza, però ogni cosa è rimbalzata su di esso, anche quelle positive. Ora non ha più importanza. Abbraccerò il dolore per proteggere chi amo.»
Detto questo scivolò fuori dal guscio. L’armatura giacque a terra inutile, mentre lei avanzava verso morte certa. Tremava terrorizzata, ma non esitò, determinata a sacrificarsi per gli altri.
La tigre sogghignò soddisfatta e si avventò sulla tartaruga inerme. Strinse i denti sul corpo esile dell’animale, certa di divorarla in un sol boccone. Con grande sorpresa, le sue zanne rimbalzarono nuovamente su una superficie impenetrabile. La pelle fragile della tartaruga, infatti, mutò in scaglie luminose, ben più resistenti del vecchio carapace. La tartaruga stessa cambiò sembianze. Divenne molto più lunga della tigre e poté vantare fauci aguzze e artigli affilati.
«Che cosa succede?» gridò la regina, spaventata, fissando quello che aveva tutta l’aria di essere un possente drago.
«Esiste una sola armatura indistruttibile – rispose la tartaruga-drago – il desiderio d’affrontare la paura per proteggere chi amiamo. Questo ci porterà a diventare ogni giorno più grandi.»
«Ma io sono una tigre! L’animale più forte del creato.»
«La forza non basta per raggiungere la grandezza. Ci vuole amore, per difendere gli altri, e coraggio, per non perdere se stessi. Ora vattene e non tornare mai più.»
La tigre, surclassata, fuggì con la coda tra le gambe e la pace tornò a regnare nel villaggio dei conigli. Questi non si presero più gioco della tartaruga e ne riconobbero coraggio e saggezza, rendendosi conto che esiste solo un grande nemico: la paura.

Daniele Viaroli

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