La vera storia di Jonathan Crown – Monica Vagni

Jonathan Crown non era mai stato un grande credente nella religione e nella vita.
Aveva sempre fatto di testa sua, a volte sbagliando.
Viveva da solo in una zona dimenticata del Messico, nella quale l’acqua era cristallina e la maggior parte dei villaggi circostanti erano abitati da pescatori.
La sua famiglia era originaria di New York, ma si era trasferita lì quando era ancora piccolo.
Ogni cosa- dalla casa al lavoro, dall’onore alla credibilità, – l’ aveva guadagnata con il sangue.
Forse era per questo che aveva smesso di credere in tutto.
Aveva pensato tante volte che, se esisteva un Dio, questo vedeva e non provvedeva.
L’esistenza stessa gli era crollata addosso come un muro di macigni, seppellendolo vivo sotto quel cumulo di macerie fatto di pezzi di cuore e ricordi.
Era così che si era convinto che, se esisteva un’ entità superiore agli esseri umani, doveva essere molto menefreghista. Perciò doveva cavarsela da solo.
Riusciva a sentirsi in equilibrio per un breve periodo, perché subito dopo quello stato lo abbandonava. Non che fosse una novità. Era abituato a ricadere in stati brucianti di apatia e nostalgia che procuravano dolore fisico. A volte immaginava fiotti di sangue uscire dal suo petto lasciandolo così, stramazzante a terra. Una visione che lo accompagnava molte volte durante la giornata.
Era rimasto orfano di madre quando era ancora un bambino. Riusciva a stento a ricordarla, e quando gli occhi si riempivano di lacrime pensando a lei, suo padre gli diceva di guardare l’orizzonte.
Jonathan, osserva attentamente l’orizzonte, perché la linea dove cielo e acqua si incontrano rappresenta il confine tra passato e futuro, tra ciò che vogliamo e non vogliamo: se ti manca qualcuno, ammira l’orizzonte, se vuoi lasciar andare qualcuno, concentrati sull’orizzonte.
Così il suo animo si calmava immediatamente, perché sentiva la madre vicina.
Da quando aveva vent’anni costruiva barche insieme al padre Liam, e i suoi maggiori acquirenti erano pescatori, che lavoravano giù al porto, e alcuni collezionisti. Le costruiva nella grande taverna per poi custodirle nella vicina rimessa, che fungeva da magazzino, fino alla vendita.
Quella notte aveva appena concluso la costruzione di un peschereccio, che gli sembrava essere il più bello che avesse mai costruito in dieci anni.
Quella barca aveva qualcosa di diverso. Mentre levigava il legno, notò infatti una caratteristica venatura scura, profonda e sinuosa.
Leila.
Ricordava come fosse ieri i suoi occhi scuri e profondi come un pozzo e le linee morbide e sinuose che caratterizzavano il suo corpo.
Lei, che non meritava più alcun pensiero e nemmeno di essere nominata.
Osservò a lungo quella sfumatura, chiedendosi come potesse ricordargli una donna del genere.
Faceva ancora male.
Jonathan imputava tutta la colpa a lei del fatto che si trovasse in quello stato perenne di tormento.
Ma era solo colpa sua che lo aveva tradito oppure quello stato di malessere era dovuto anche alla sua incapacità di reagire a quella situazione?
Era intrappolato in una spirale vorticosa che lo riportava ogni volta indietro nel tempo.
Per lui era stato un colpo molto basso scoprire che la donna che considerava l’unico vero amore della sua vita lo tradiva con un altro. Ma era troppo accecato dal sentimento per potersene accorgere.
Quello era stato il fatto che l’aveva annientato del tutto.
Chiuse gli occhi per scacciare via quel marciume.
Immaginò per un momento tutti i frammenti delle immagini che per anni aveva cercato di sparpagliare in pezzi nella sua memoria più lontana ricomporsi, come un puzzle una ad una, formando l’immagine nitida del suo volto che in realtà non aveva mai seppellito completamente.
Si sentiva agitato, con le mani sudate, il cuore impazzito e lo stomaco in subbuglio.

Se ne stava poggiato con la schiena contro il legno duro, fumando lentamente una sigaretta. Prese una bottiglia di vodka che teneva insieme ad altri alcolici, in un armadietto lì vicino che non apriva più da tempo. Aveva smesso con l’alcool .
Quando era più giovane ne aveva abusato così tanto che ora il solo pensiero gli dava la nausea.
Rise tra sé.
Il fumo caldo del tabacco lo rilassava portandolo in uno stato di calma piatta, bruciandogli i polmoni e la gola.
Finì di fumare, sentendo che quell’ultima inalazione di fumo non sarebbe bastata a farlo calmare del tutto.
Lanciò uno sguardo alla bottiglia. La prese d’impeto e bevve qualche sorso.
Il sapore del tabacco si mischiava a quello dell’alcool impastandogli la bocca. Un senso di nausea lo avvolse facendogli salire un conato di vomito.
Che cosa ne aveva fatto della sua vita fino a quel momento?
Era stato un susseguirsi di alti e bassi, una continua ricerca di frivole compagnie, un attimo di felicità che poi lasciava un vuoto ancora peggiore di prima.
E nel mezzo c’era stata lei, Leila, l’unica donna che l’aveva fatto a brandelli.
In pochi secondi decise che non avrebbe mai potuto vendere quell’imbarcazione, ma che questa sarebbe andata incontro ad un altro destino.

La mattina seguente venne a trovarlo Alejandro, un vecchio amico del padre.
Era stato per lui uno zio; gli era stato vicino quando il padre se ne era andato, dopo una lunga malattia.
A quei tempi sapeva poco del mondo. La sua morte improvvisa lo aveva scosso trascinandolo in una solitudine forzata, una specie di buco nero da cui non riusciva più ad uscire.
Se ne stava tutto il giorno chiuso in casa a bere vivendo come un depresso.
Non costruiva più barche, perché ogni pezzo che assemblava glielo ricordava e per lui era troppo doloroso.
Era stato proprio Alejandro ad incoraggiarlo ed aiutarlo ad uscire da quella situazione.
Aveva sempre lo stesso sguardo gioviale, gli stessi baffi e lo stesso ventre prominente, ma con qualche ruga in più.
“Ragazzo, allora che stai combinando?” fece, salutandolo da dietro il cancello della proprietà.
Jonathan se ne stava in veranda con i piedi sul tavolino e una sigaretta accesa in bocca.
“Osservo l’orizzonte” rispose lui con noncuranza.
Era così concentrato ad osservare che non l’aveva quasi sentito arrivare.
L’orizzonte.
Era come se quella linea racchiudesse la soluzione ad ogni suo male, che potesse aggiustargli quel cuore ammaccato e quell’anima offesa.
L’uomo alzò un sopracciglio perplesso.
“Non dovresti costruire barche?”
“Le barche per ora possono aspettare.”rispose lui.
Alejandro lo guardò stranito, pensando che si fosse bevuto il cervello.
“Cosa vuoi fare, continuare a guardare l’orizzonte per il resto della giornata?”
A quel punto Jonathan gli fece cenno di guardare al largo.
Dovette così aguzzare la vista, come un esploratore.
La sagoma di una barca nuova di zecca dalla vernice brillante, galleggiava solitaria baciata dai raggi di sole del primo pomeriggio.
Prima che il vecchio prendesse parola, Jonathan lo precedette.
“Non fare domande. Dovevo farlo e basta. Sto cercando di essere nuovamente me stesso.”
L’uomo lo guardò in silenzio annuendo, mentre un leggero venticello si divertiva a sollevare la sabbia e rendere l’orizzonte sempre più indefinito.
Alejandro aprì il cancello socchiuso della proprietà dei Crown oltrepassandolo, e si sedette accanto a lui.
Rimasero così a lungo, fino a quando non videro la barca sparire per sempre dalla loro vista.
Jonathan, osserva attentamente l’orizzonte, perché la linea dove cielo e acqua si incontrano rappresenta il confine tra passato e futuro, tra ciò che vogliamo e non vogliamo: se ti manca qualcuno, ammira l’orizzonte, se vuoi lasciar andare qualcuno, concentrati sull’orizzonte.

Monica Vagni

2 thoughts on “La vera storia di Jonathan Crown – Monica Vagni

  1. Livia Valerio ha detto:

    Affascinante!
    una storia di dolore non melensa, vera e interessante.

    1. Monica Vagni ha detto:

      Grazie mille!!

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