Linee sottili – Elena Fiorentini

C’è una linea incredibilmente sottile tra l’essere solitari e l’essere soli, così come c’è una linea incredibilmente sottile tra il sentirsi soli e il credersi solitari.
Le linee sottili, nella vita, sono tante: il vero discrimine nelle cose non sono le differenze spiccate, di quelle ve ne sono poche. In quanto esseri umani custodiamo dentro di noi la tesi e l’antitesi, immersi in una furiosa ricerca della nostra identità dimentichiamo che non siamo pianete, non siamo statici, ci muoviamo e mutiamo.
Le opinioni, anche quelle mutiamo.
Insoddisfatti.
Siamo insoddisfatti perché ricerchiamo figure, dipinti,
fotografie da scattare a persone che incontriamo, a luoghi, attimi, sospiri, conversazioni.
Le custodiamo e ci pensiamo vittoriosi, bravi, per aver definito qualcuno – o qualcosa – secondo la sua staticità.
Sarebbe forse più corretto definirci superficiali sbruffoni?
Pretendiamo di conoscere – capire – ogni smorfia che passa sui volti che abbiamo di fronte basandoci sulla nostra prima superficiale impressione. Che nella realtà delle cose, lasciatemelo pensare, non basta neanche a capire cosa celino i nostri occhi dentro le foto che ci siamo scattati da soli (selfie, o immagini intere che siano).
Ho sempre immaginato un’idilliaca visione della vita: ognuno di noi come supereroe di sé stesso, per questo mi ha sempre incuriosito, se non lusingato, l’idea di essere una persona solitaria, quella che non è immune alle difficoltà, ma che sa sempre salvarsi da sola.
Però… il rovescio della medaglia solitudine è l’invisibilità,
sentirsi come se si potesse essere rapidamente dimenticati,
quasi volerlo.
A volte l’ho desiderato, quasi. Il potere speciale di diventare invisibile. Ci sono state situazioni in cui scomparire mi avrebbe semplificato la relazione umana.
E’ forse anche per questo che sono davvero sparita. O forse mi sento sparita.

Ho trovato un’altra linea sottile.

Quando formulai questi pensieri ero in riva al lago in una primavera banalmente soleggiata, uno dei miei periodi preferiti perché le persone sembrano pervase solo da buon umore. Mi sento meno sola in primavera, è come se solo con il primo sole e i primi colori la gentilezza donata possa gioire dell’essere sia ricambiata. A scanso di equivoci: io amo l’inverno; non riesco tuttavia a scacciare la sensazione che, con il freddo nelle ossa, in molti siano più scortesi. E’ la primavera che porta la predisposizione al sorriso.
Ad ogni modo stavo dicendo che era primavera, e che mi trovavo in riva ad un lago. Verde-azzurro, a seconda di come la luce giocava con il cielo e gli alberi.
Ero li perché avevo improvvisato un’ambientazione inconsueta per quella giornata. Nella mia vita le gite in riva al lago erano state infrequenti soprattutto perché solitamente declinavo le compagnie e i luoghi affollati, se non quelli dove è facile risultare anonimi, come le metropoli.
Quella mattina un gruppetto di amiche aveva organizzato un pomeriggio differente, nella natura, e spinta da un senso di dovere interiore avevo accettato. O forse non era dovere, volevo farlo…
davvero?
Sì, quella sarebbe stata la risposta se fossi stata sempre io.
Eccola, è così che appare la solita linea sottile tra essere solitari ed essere soli.
Non ho mai capito come sono passata da una cosa all’altra. Sarebbe meglio dire che non so come sia arrivata a sentirmi accompagnata dalla solitudine, quella vera, quella a cui non interessa quanti siano gli occhi che brillano intorno a te – e a lei – perché non accetta terzi incomodi, a lei appartieni in un modo che, non puoi far a meno di pensare, sia irreversibile.
Ricordo con immagini quasi sbiadite che anni prima mi buttavo letteralmente al centro dell’attenzione, era piacevole non essere invisibili. All’epoca pur illudendomi di essere una persona a cui piaceva stare in disparte ed essere poco visibile, nel profondo sapevo che non era quello che volevo.
Anche se a volte mi sentivo a disagio.
Ero un po’ ipocrita verso me stessa: timida, ma sfrontatamente spavalda.
A volte mi domando cosa pensino le anime che mi circondano di quello che ho fatto a me stessa, cosa pensino che sia successo. E mi rispondo che, come fa la natura umana, pensano ciò che vedono: avevo perso interesse, ero diventata egoista, solitaria, non provavo più affetto.
Probabilmente le più vecchie amicizie si sentivano anche un po’ offese, e questa ai loro occhi era la realtà, in tutta la sua freddezza. Gli occhi non mentono, e così le sensazioni che vibrano sotto la pelle. E io, con tutta l’umiltà del mondo, non volevo sprecare il loro – e il mio – tempo nel cercare di spiegare che volevo loro bene, ma la solitudine mi aveva sequestrata.
Non capivo.
In tutta sincerità non capivo perché continuassero a provarci con me, a non darmi per vinta, inutile, non interessante. Continuavano a proporre cose qualche volta, e io non accettavo mai, tranne quel giorno, in riva al lago.
Sedevo un poco in disparte rispetto al gruppo, mi ero allontanata grazie all’intramontabile scusa di dover fare una telefonata. Ero così tornata in possesso del singolo orecchio che fino a poco prima ascoltava le loro conversazioni. Sì, il singolo orecchio, perché l’altro era già impegnato a farsi gli affari suoi.
Terminata la chiamata me ne rimasi lì a lanciare sassolini nel lago, ogni tanto buttavo rapide occhiate verso di loro osservando chi sonnecchiava, chi giocava a carte chi rideva su qualche battuta.
Poi accadde: iniziai ad osservarmi dall’esterno.
Vidi il mio corpo portarsi in postazione eretta e raggiungere il gruppo lentamente. La prima di loro alzò lo sguardo verso di me, e mi chiese se ricordavo che da bambine eravamo già state in quel luogo. L’immagine mi balenò in mente e annuii. Pochi minuti dopo ridevo con lei ricordando di quando ero quasi caduta dentro l’acqua, mi bagnai solo un piede, ma questo mi condannò a trascorrere il resto del pomeriggio con la scarpa zuppa. Una di quelle cose che da bambini fanno venire voglia di tirartici completamente nel lago, perché è il gioco migliore, allietato dai genitori che impazziscono per prevenire quello che, in effetti, potrebbe essere un danno per la salute.
Potevo lasciarmi alle spalle i tormenti che mi impedivano di mettere entrambe le orecchie a disposizione dei miei interlocutori.
Mi vidi iniziare una conversazione, una di quelle vere, nella quale non avevo paura di parlare, nella quale le mie parole avevano valore, non erano vuote – non le sentivo vuote anche se la conversazione era leggera come si fa tra amici, durante una giornata di primavera al lago. Come si fa quando non si ha paura di vivere.
Avrei potuto ricominciare da capo così, senza paura di sbagliare ancora, senza cercare di giustificare quello che grazie alla solitudine avevo fatto pensare loro. Era quel pensiero silenzioso che mi aveva fatto accettare l’invito al lago quel giorno. Ma il vero slancio di coraggio, quello che mi avrebbe fatto davvero alzare in piedi e non immaginarmi di farlo, mi mancava.
Smisi di osservare le mie fantasie.
Ero sempre sola in riva al lago.
Mi chiesi ancora, per una centesima volta, come avevo fatto a lasciarmi lusingare in quel modo dalla solitudine e perché, semplicemente, non cambiavo atteggiamento.
Perché non potevo.
Ci provavo, ci provavo davvero a rompere lo schema, ma non sentivo niente.
Andare al lago quel giorno era la rottura di uno schema, ma anche la mattina stessa prima di partire non sapevo se ero felice di averlo fatto o se quella rottura mi aveva solo – profondamente – turbata.
Allontanarmi dal gruppo era il mio modo di rendermi invisibile. Avrei voluto sparire, rompere quella linea sottile e cedere. Avrei potuto fare come i codardi, quelli che si arrendono.
Ma…
Non ero a casa nel mio letto, ero al lago.
Perché qualcosa, più forte del pensiero, più forte del tormento, più forte dell’abbraccio della solitudine, mi teneva accesa e in piedi dall’atro lato di quella linea.
Con la delicatezza e la tranquillità di una piuma che cade, mi suggeriva di sciogliermi dalla condanna di quell’abbraccio. Dentro, sapevo che non avrei smesso di combattere.
Non sarebbe stato quel giorno, magari neanche il successivo, ma prima o poi, avrei smesso di guardare la mia immagine fare le cose al posto mio: io, solo io sarei stata la protagonista della mia vita.

Elena Fiorentini

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