Carillon di primavera – Sara Bortoluz

Le tende giallo-ocra ricamate con delicate rose dalle tenui sfumature arancio orlavano l’ampia finestra che si spalancava come un occhio curioso sulla vastità della campagna russa. Il sole naufragava all’orizzonte nel suo mare di fuoco, svanendo lentamente tra veli di nuvole vermiglie. Gli ultimi raggi dorati prima del crepuscolo si facevano strada tra vetri e tendaggi gettando pennellate dorate qua e là sulle pareti bianche della stanza.
Quanto era bello, prezioso, magico, persino sublime quel momento, quel susseguirsi di attimi sempre uguali e allo stesso tempo sempre diversi con il correre del cielo verso la notte, col fuggire delle nubi verso le stelle.
Il ticchettio dell’orologio divideva, spezzava e frammentava le silenziose e leggere ali del tempo. Pochi passi sulle scale, poi silenzio, l’abbassarsi della maniglia che sinuosamente si inchinava sotto il tocco di una mano sconosciuta appartenente ad un volto nascosto alla vista, separato dagli occhi di Natasha dal legno chiaro di una porta che sarebbe stata una porta qualunque se il cuore non vi avesse dipinto un’aura invisibile.
La porta si aprì e un raggio di luce dorata illuminò il volto di Vladimir, dissipando come un velo di nubi nel vento il mistero, spazzando via d’un tratto ogni illusione, ogni inganno ostinato.
Il ragazzo attraversò la stanza e si sedette stancamente su una delle sedie accanto al tavolo. Era davvero ancora un bambino suo fratello, in tutto e per tutto.
E lei, Natasha? Chi era lei?
Sul tavolo erano disposte quattro coppette colme di fragole rosse e succose, mentre al centro troneggiava il samovar circondato da quattro tazze azzurre.
Vladimir aprì la bocca in un grande sbadiglio; era visibilmente stanco dopo quella faticosa giornata nei campi. La campagna apriva il suo cuore alla primavera e i primi lavori di aratura e semina erano iniziati da qualche giorno.
Nel caminetto il fuoco danzava nell’ombra riscaldando quella giornata ancora fredda. Altri passi sulle scale, altra mano sulla maniglia…ed eccola, Irina entrò nella stanza nel suo abito azzurro. Tra le sue piccole mani di bambina stringeva un grande mazzo di fiori profumati. Ed ecco, la famiglia era quasi al completo: mancava solo nonna Svetlana. Il padre di Natasha e dei due bambini, invece, era tornato per un periodo in Germania dopo la scomparsa della moglie, dove si occupava della gestione dell’azienda di famiglia assieme al fratello. Natasha non si era rassegnata alla morte della madre che un giorno la malattia aveva portato via per sempre. Sapeva che solo un miracolo avrebbe potuto riportarla da loro; non che non credesse nei miracoli, ma data la natura estremamente rara ed eccezionale di tali eventi, non credeva proprio che ciò sarebbe capitato. Vedeva il sorriso di sua madre nei primi raggi del sole e tra le nubi della sera e i suoi occhi tra le stelle della notte. Sperava in gran segreto di vedere un giorno sua madre entrare dalla porta di casa, leggiadra e sorridente, come se non fosse mai successo nulla, come se il tempo non fosse mai trascorso.
Irina si tolse lo scialle rosa e bianco e con un rapido movimento lo gettò sullo schienale del divanetto che faceva da ponte tra una finestra e l’altra. Poi sistemò con cura i fiori in un vaso panciuto decorato con motivi a coda di pavone.
Il silenzio calò nuovamente nella stanza mentre gli ultimi raggi di sole fuggivano all’orizzonte sulle rapide ali del tramonto. Natasha se ne stava seduta osservando i bambini, i loro volti tranquilli, i loro sguardi calmi. Chissà quali pensieri percorrevano i sentieri tortuosi della loro mente. Natasha sorrise mentre si interrogava sui segreti della mente dei fratelli. Sembrava che la scomparsa della madre non li avesse toccati, che fossero degli esseri insensibili assorti in un mondo lontano. O forse erano semplicemente più forti di lei nella loro innocenza di fanciulli.
Ed ecco altri passi dietro la porta. Questa volta Natasha non rivolse più lo sguardo in quella direzione. Mancava ancora la nonna per essere al completo attorno al tavolo. Di sicuro era lei che stava per entrare, non c’erano tanti dubbi. Era da troppi anni che aspettava sua madre ed ora era ormai diventato un gioco alquanto ridicolo quello di guardare ogni volta verso la porta con gli occhi carichi di emozione e il cuore colmo di un’improbabile speranza.
E nonna Svetlana apparve nella stanza, tra le mani un cestino di fiori ed erbe di primavera, sulle labbra il suo consueto sorriso mite e allo stesso tempo radioso. Ma la scia di passi pareva continuare alle spalle dell’anziana donna. Dopo qualche secondo di incertezza con l’orecchio teso, Natasha volse lo sguardo fisso alla porta semiaperta. Ora ne era sicura: qualcuno stava salendo le scale ed inevitabilmente quel qualcuno sarebbe apparso prima o poi nella stanza svelando il suo volto e la sua identità. Ma chi poteva essere? Nonna Svetlana pareva tranquilla. Dai suoi occhi non trapelavano segreti e le sue labbra non tradivano alcuna emozione. Il tempo sembrava essersi fermato e nel cuore di Natasha quei pochi secondi si tramutarono in infinità incolore. Era improbabile che si trattasse di qualche vicino di casa o che fosse qualche amica della nonna. Di solito non invitava mai le amiche a casa sua e con i vicini i rapporti non erano particolarmente affabili viste le passate dispute. Era forse suo padre che aveva fatto loro una sorpresa?
Si udì un fruscio e senza che neppure Natasha se ne rendesse conto, avvolta com’era nella sua nube di pensieri, si materializzò nella stanza una donna dal lungo vestito color porpora.
“Vi presento Nina” disse nonna Svetlana con un sorriso di soddisfazione ad incresparle lievemente le labbra.
“Sono venuta per parlarvi di vostra madre” disse la donna misteriosa fissando Natasha e poi i due bambini mentre si avvicinava al tavolo. “Nostra madre?” domandò Natasha mentre si sentì un tuffo al cuore.
La donna sorrise ed estrasse un piccolo cofanetto decorato con cristalli azzurri. Lo aprì con estrema delicatezza quasi fosse il pregiato contenitore di una sacra reliquia. Dal fondo dello scrigno emerse una minuscola ballerina che cominciò a volteggiare al ritmo di una musica soave e malinconica. Era un carillon.
“Questo è un regalo che mi fece vostra madre” disse la donna. Sul coperchio dello scrigno spiccava una scritta dorata: “ Non permettere mai che la tua anima smetta di danzare se il mondo attorno smette di suonare la tua melodia”.
Gli occhi di Irina e di Vladimir si velarono di malinconia, mentre due grandi lacrime scivolarono lungo le guance di Natasha come perle purissime e preziose.
La loro madre era lì tra loro, forse non se ne era mai andata veramente. Quel carillon era il segno della sua presenza costante che non sarebbe mai svanita e che non si sarebbe mai dissolta finché le loro anime e i loro cuori avessero danzato al ritmo della memoria delle sue note. Ormai era chiaro a tutti loro.

Sara Bortoluz

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