Appostamento – Antonio Rispoli

Era la sera più fredda e più buia che abbia mai visto. Il cielo ricoperto di nuvole non permetteva ai raggi della luna di filtrare, mentre per le strade di Londra la nebbia era talmente fitta che si poteva tagliare col coltello.
In una piccola stradina deserta, mentre la timida luce di un lampione cercava di farsi spazio nell’oscurità, un uomo era seduto nella sua vecchia Opel manta nera. Quell’uomo ero io.
Ero lì ormai da ore e, mentre mi accingevo ad accendere l’ennesima sigaretta, continuavo a ripensare a quel bastardo che aveva ucciso il mio collega, ma che dico collega, mio fratello. Colui che era stato il mio braccio destro, che mi aveva salvato più volte la vita, che mi aveva concesso la sua amicizia. Insomma, colui per cui avrei fatto di tutto e, anche se forse non era abbastanza, avrei cercato in ogni modo di prendere il suo assassino. Volevo vedere la sua faccia, quando, nonostante i suoi soldi, non avrebbe potuto fare niente. Adesso avevo le prove che era stato lui e non avrei esitato un attimo a usarle, ma prima dovevo riuscire ad acciuffarlo. Non era una cosa facile, ma non mi sarei mai arreso, e infatti, dopo mesi e mesi di ricerche, finalmente i miei sforzi vennero ripagati. I miei informatori mi avevano detto che se ne andava in giro come se nulla fosse, forte per il fatto di averla scampata e che quella sera si sarebbe diretto in uno strip club per festeggiare l’acquisizione di un noto marchio nella sua società, ed io ero proprio lì ad aspettarlo.
Se è vero quello che mi avevano detto, finalmente avrei messo il punto su quella brutta storia.
Intanto, mentre riflettevo, il metallo intorno all’accendino divenne incandescente e, scottandomi, ritornai alla realtà. Per il forte dolore lo gettai via e senza perdere altro tempo cominciai a soffiarmi sulle dita, ma proprio in quel momento la mia attenzione fu catturata da una lunga auto nera, che data la fitta nebbia non riuscii a distinguere. Mi passò affianco a gran velocità e frenando di botto si fermò a qualche metro da me. Vedendo ciò, mi allertai pensando che finalmente fosse lui e quindi,senza perdere altro tempo strizzai gli occhi cercando in qualche modo di vedere chi fosse a scendere dalla macchina.
Lo sportello si spalancò e dall’auto fuoriuscì la gamba di una donna, coperta da una calza a rete, e al piede una scarpa col tacco ricoperta da qualcosa che rifletteva la luce proveniente dall’insegna luminosa.
A quel punto credevo di essermi sbagliato. Non poteva essere quella l’auto del mio obbiettivo, e quindi, sconsolato, stavo per chinarmi e raccogliere l’accendino che intanto era andato a finire sotto al sedile, quando ad un tratto sentii una voce d’uomo e subito dopo anche l’altra portiera si aprì.
 Allora mi bloccai e come nella volta precedente prestai attenzione alla macchina che mi precedeva. Dall’auto scese un uomo alto circa un metro e cinquanta, con un grosso pancione e occhiali spessi. Indosso aveva un cappotto lungo e nero, che gli arrivava a poche decine di centimetri dai piedi. Sulla testa un cappello classico e ai piedi calzava scarpe nere e lucide. 
Purtroppo non riuscivo a vederlo bene, quindi mi avvicinai col viso al parabrezza della mia auto,nel disperato tentativo di riuscire a inquadrargli bene il viso, che in fondo era l’unica cosa che mi interessava.
A un tratto, mentre l’uomo si dirigeva dall’altro lato dell’auto per aiutare la donna a scendere, come per magia la nebbia sembrò diradarsi e riuscii a vederlo bene in viso; quasi come se il destino quella sera avesse voluto darmi un segno della sua bontà.
Lo guardai attentamente ed era proprio lui, allora non esitai oltre e, senza nemmeno curarmi di chiamare rinforzi, scesi dall’auto con una velocità impressionante e mi fiondai su di lui, afferrandolo per il cappotto e sbattendolo con le spalle sulla sua auto, mentre la donna a cui si accompagnava urlava a pieni polmoni, attirando l’attenzione dei buttafuori dello strip club.
In men che non si dica, due ombre alte più di due metri si fiondarono su di me, scaraventandomi a terra e proteggendo la mia preda.
Senza nemmeno presentarmi, come un indemoniato, mi alzai da terra e cominciai a picchiare duro. Sferrai un pugno in pancia a uno dei due che per il forte dolore si chinò. A quel punto, approfittando della sua posizione che lo rendeva indifeso, gli sferrai una ginocchiata sotto al mento così da farlo cadere rovinosamente a terra.
Il suo collega, vedendolo in difficoltà, stava per intervenire, ma io, preso un po’ di lucidità, sfilai dal taschino il mio distintivo e glielo mostrai facendolo fermare di scatto. Sapeva che se mi avesse toccato anche solo con un dito sarebbe finito nei guai. 
Dopo la violenta colluttazione pian piano mi avvicinai al mio indiziato, sempre tenendo d’occhio i due buttafuori per evitare che mi riservassero altre sorprese. Lo sbattei nuovamente vicino alla sua auto e, sfilandomi le manette nella tasca, gliele misi, mentre la donna continuava ad urlare impaurita.
“Aspettavo questo momento ormai da tempo. Voglio proprio vedere come farà questa volta a salvarsi dalla galera grazie ai suoi dannati soldi che hanno causato tanta sofferenza.” Gli dissi, ma a lui sembrava non interessare. Ormai credeva di essere al di sopra di tutto e tutti, mostrandosi ancor più sgradevole irridendomi col suo sorriso.
In quel momento avrei voluto sferrargli un pugno, ma non mi conveniva. Quella viscida serpe l’avrebbe potuta usare contro di me e, anche se avrei provato una grande soddisfazione, non sarebbe stata mai abbastanza grande come quella di vederlo dietro le sbarre. Lì, dove, i veri delinquenti lo avrebbero riportato alla realtà dandogli una bella lezione. Quanto mi sarebbe piaciuto vederlo, ma mi dovetti accontentare di fare la cosa giusta. Già stare dietro le sbarre sarebbe stata una punizione più che esemplare. Lo dovevo alla vedova, ma soprattutto ai figli del mio amico.
Finalmente in mano mia lo portai alla centrale, dove i miei colleghi mi applaudirono e incitarono come se avessi vinto la coppa del mondo.
Nei giorni che seguirono la tensione fu molta e con essa la paura di sbagliare era tanta, ma alla fine andò tutto per il verso giusto e l’indagato smise di sorridere col suo fare sprezzate. Le prove che avevo a suo carico lo incastravano e nulla poté per evitare la galera.
Alla fine combattendo da solo contro tutto e tutti avevo vinto. Qualche volta, vedendo le grandi difficoltà cui andavo incontro, avrei voluto lasciar perdere, ma non potevo. Non potevo fermarmi al solo pensiero di quei poveri bambini che sarebbero cresciuti senza padre, di quella famiglia senza il pilastro portante. A nulla m’interessavano le medaglie e i riconoscimenti, l’unico premio che m’interessava era essere riuscito a dare giustizia a una famiglia a cui era stata strappata.

Antonio Rispoli

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