Le mani dell’Amore – Tobia Cioce

Il fumo di una sigaretta riempiva la stanza illuminata solo da una lampada su una scrivania, rendendo l’atmosfera placida e inquietante contemporaneamente.
Sul letto sedeva il Vagabondo, così era conosciuto.
Lo chiamavano in quel modo da così tanto tempo che neppure lui ricordava più il suo vero nome; alcuni sostenevano addirittura che quello fosse il suo vero nome.
Era chiuso in quella stanza da quattro giorni, in incognito, solo il portiere dell’albergo era al corrente della sua presenza. Era tornato al suo paese natale dopo una lunga assenza, non aveva un granché con sé, solo una grande valigia e una ventiquattrore.
Una strana sensazione di oppressione lo attanagliava, non dovuta però alla clausura in cui si era relegato. Erano ormai quattro giorni che pensava a ciò che aveva fatto, cercando di capire se fosse stata la cosa giusta. Si alzò dal letto e si avvicinò alla scrivania dove erano posati i libri che aveva letto e che lo avevano accompagnato in quei giorni: la Bibbia, il libro dei Salmi, Cuore di tenebra. Li aveva letti e riletti più volte, cercando di trovare una risposta al suo turbamento. Dopo essersi seduto vicino al tavolo, prese la ventiquattro ore e vi estrasse alcuni fogli e iniziò a leggere:

“Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro

La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo

Sono quiete e senza senso

Come vento nell’erba rinsecchita

O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,

Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte

Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo

Come gli uomini vuoti 
Gli uomini impagliati.”

Era la sua poesia preferita, la conosceva a memoria, ma ogni tanto gli piaceva leggerla e recitarla; più la leggeva e più si sentiva come il Colonnello Kurtz, e quella sensazione lo allietava, lo metteva in pace con sé stesso ed era ciò di cui aveva bisogno in quel momento.
Dopo aver finito, posò il foglio sulla scrivania, prese un respiro profondo e guardò la valigia accanto al letto.

Dentro c’era il corpo di sua moglie fatto a pezzi.

Aveva agito di istinto, senza pensarci. Si sentiva ancora addosso l’odore e la sensazione del sangue, si sentiva sporco e stava cercando di capire se avesse fatto la scelta giusta.
Lui l’amava veramente, era la luce dei suoi occhi, ma qualcosa gli era scattato dentro ed era esploso in raptus d’ira senza precedenti. Con la testa ancora immersa nei pensieri, il suo sguardo si posò sul libro dei Salmi aperto al Salmo 57 e lesse:

“Hanno teso una rete ai miei piedi,
hanno piegato il mio collo,
hanno scavato davanti a me una fossa,
ma dentro vi sono caduti.

Saldo è il mio cuore, o Dio,
saldo è il mio cuore.”

Fece un altro respiro profondo, si alzò dalla sedia e aprì la finestra. Fuori era buio, in cielo splendeva la Luna in tutto il suo splendore, intorno tutto sembrava calmo, riempito dal silenzio della notte. Alzò lo sguardo verso il cielo, guardare la Luna nella sua completezza lo rasserenava ma quella volta non fu così. Il pensiero di quello che aveva fatto lo tormentava ancora, come un macigno sospeso sulla sua testa, pronto a cadergli addosso e schiacciarlo da un momento all’altro.
Chiuse la finestra e si sdraiò sul letto. Mentre fissava il soffitto, chiuse gli occhi non trovando risposte alle sue domande, pensò che ormai per lui non c’era più speranza di redenzione e sussurrò:
“Le mani che costruiscono, possono anche distruggere. Le mani dell’Amore”.

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