Groupie – Federica Nicosia

Greta aveva appena diciannove anni. Era la più giovane tra le fedelissime dei Misgiven, band emergente che si era fatta strada dai pub di Seattle ai concerti da migliaia di persone nei maggiori stadi degli Stati Uniti. Nell’ultimo anno aveva seguito il gruppo in lungo e in largo, supportando con grande energia il loro lavoro. La sua tenacia e la dolcezza con cui la coniugava l’avevano fatta diventare amica di tutti i musicisti. Era rimasta affascinata, in particolare, da Nikolaj Dennel, un giovane chitarrista che non era un membro effettivo della band, ma supportava i ragazzi nei live in caso di necessità. Le era piaciuto subito. Era un tipo disponibile, laborioso, ma estremamente taciturno. E preferiva, quando non era all’opera, starsene per i fatti suoi.

Quella sera Greta lo osservava tirare a lucido uno dei suoi strumenti, una Charver Desolation. La preferita di entrambi. «Dio,» sospirò «se solo guardasse me con metà  della passione con cui guarda quella chitarra andrei a fuoco in un batter ‘occhio». Appena ebbe finito con lo smistamento delle lettere dei fan, impilate secondo il destinatario, si mise a sedere su un pouf di velluto azzurro e imbracciò il suo basso, strimpellando l’assolo finale di una vecchia canzone dei Dire Straits. «Guarda guarda, un asso del fingerpicking!» esclamò una voce allegra alle sue spalle: Nikolaj si era avvicinato e lei non l’aveva affatto sentito arrivare. Sorrideva soddisfatto, sebbene un po’ di disappunto gli velasse gli occhi. «Sai» proruppe «ho sempre voluto migliorarmi, ma il bluegrass proprio non fa per me. Però, se sono in compagnia di una tale esperta potrei approfittarne!»

Greta non aveva alzato lo sguardo per tutto il tempo in cui lui le aveva parlato. Era paralizzata. Solitamente era una tipa piuttosto sfacciata, ma in quel momento non sapeva come reagire. Quindi gli rivolse un timido sorriso e imbarazzata gli rispose che non si sentiva all’altezza di dare lezioni a un professionista. «Sono sempre stato dell’idea che si può imparare tanto dagli altri, qualsiasi ruolo o posizione essi ricoprano. Non sembra, ma io sono il più vecchio del carro. Ho ventinove anni, e Ned, che ne ha quasi dieci meno di me, mi sta insegnando alcune chicche alla batteria. Quindi non hai scuse!». Greta sospirò. Guardò Nikolaj negli occhi e replicò: «Beh… domani cominciamo.»

 

In tre settimane era migliorato tanto. Oltre al fingerpicking, Nikolaj aveva sperimentato tante nuove tecniche. E sembrava che gli piacesse stare con Greta. I Misgiven erano contenti, perché aveva trovato qualcuno con cui passare del tempo. E anche lei era più allegra del solito.

Per il 24 di settembre Greta aveva fissato una sorta di test per Nikolaj. Avrebbero suonato Sultans of Swing insieme, e il celeberrimo riff finale del brano, che tanto l’aveva ammaliato, sarebbe stato la “prova d’esame”.

Tutto era pronto, la sala insonorizzata. Aprirono insieme, si alternarono nelle strofe, armonizzandosi perfettamente. Arrivò il momento della chiusura. Si guardarono e lei lo spronò con lo sguardo. Lui liberò tutto se stesso, muovendo le dita rapidissimo sulle corde. Quando la musica finì sorridevano entrambi radiosi. Ce l’aveva fatta ed era stato bravissimo. Greta applaudiva felice e si congratulava con il dotato allievo. «Non mi aspettavo una tale maestria!» trillò. Nikolaj era eccitatissimo. Adorava riuscire in ciò che amava, e adorava lei. Le diede appuntamento per la sera stessa, a casa sua, per festeggiare.

Nikolaj abitava non lontano dallo studio di registrazione. Greta ci mise poco per trovare l’indirizzo giusto. Bussò alla porta, e lui le andò ad aprire di corsa, presentandosi vestito solo di un paio di calzoncini da basket. Lei lo guardò compiaciuta: non era il tipico uomo categorizzabile come “figo”, ma c’era qualcosa che lo rendeva tremendamente affascinante. La pelle olivastra faceva a botte con le sue origini baltiche, tradite solo dal nome duro e avvolgente insieme; lo sguardo nero, senza fondo, e un’innata lascivia appena percepibile, sotterrata dall’aspetto giovane e trasparente, lo rendevano un mix vivente di fascino e pericolo. E poi era un musicista, e si sa, i musicisti pagano i loro pegni artistici con l’anima, relegandola in un mare scuro di tormento e desiderio.

Nel salottino di Nikolaj, arredato in rosso e soffusamente illuminato passava in sottofondo Overdose degli AC/DC. Greta adorava quella canzone. Si tolse la giacca canticchiando “you gave me something I never had, pulled me down with you, pull me up, think I’m in love”-e il brano non era nemmeno a metà  che iniziò a calare di volume, per lasciare il posto ad altrettanto sensuali parole, prepotentemente soffiate dalla voce intensa di Brian Johnson, a cui si unì quella di Nikolaj, che stava posando il telecomando dello stereo su un tavolino di vetro. “Little lover, I can’t get you off my mind, little lover, oh, I tried so hard to find someone to give me the things that I need” cantava con trasporto. La prese per i fianchi, da dietro. Greta si voltò, visibilmente interessata alle intenzioni del suo capo e discepolo. Sogghignò, impertinente. Si baciarono. Lui dipinse un’opera di piacere e perdizione sul collo di lei, che si dimenava preda della fame del giovane. Indietreggiò trascinandolo verso il divano, senza lasciare spazio tra le loro bocche. Sembrava che se si fossero separati in quel momento non si sarebbero più ritrovati. Ci volle poco per passare da amanti impetuosi a menadi furiose. Nikolaj la portò in braccio in camera da letto, rendendola sposa profana. Non aveva intenzione di fermarsi presto. Non aveva intenzione di lasciarla andare. Mai. Tatuò la sua passione sul corpo di Greta, mentre lei lo guardava con gli occhi che erano un pozzo di cupidigia. Sapeva che stava per arrivare il momento in cui lui l’avrebbe fatta sua. Non aveva paura, perché se si era data a lui per la sua “prima volta”, allora voleva che la possedesse del tutto. Quando furono uno, le scappò qualche lacrima. Lui le asciugò baciandole le guance, gli occhi, le labbra, questa volta in modo delicato e premuroso. Erano l’uno nell’altra, l’uno per l’altra. Rimasero immobili, vicini, unici.

Al mattino dopo, la sveglia sul telefono di Greta suonò alle sette. Lei aprì gli occhi, ancora intorpidita, per scoprire con piacere che Nikolaj era ancora lì, e le teneva le mani, forse sveglio già  da un po’. Accennarono entrambi a un sorriso, e lui non poté fare a meno di baciare la felicità  sul viso della ragazza. «Devo andare allo studio» mugolò lei, un po’ scocciata, mettendosi a sedere. Lui, con sguardo di disappunto ma divertito, la prese per la vita, riportandola accanto a sé. «Oggi ti giustifico io. Buongiorno, little lover.»

 

Federica Nicosia

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