Il viandante nell’oscurità – Elena Fiorentini

Buio.
Ero in piedi, di questo ne ero certo. Soltanto che… non sapevo per quanto tempo ancora ci sarei rimasto prima di cadere.
Ero tormentato dal dubbio se rimanere fermo e immobile – posizione precaria, faticosa e malsicura – o muovere un passo avanti all’altro, cercando una via di fuga da quell’oscurità.
Odiavo ed odio tutt’ora non riuscire ad essere padrone dei miei occhi, il che è divertente da dirsi se si è miopi quanto lo sono io, il destino sbeffeggiatore lo ricorda sempre a noi dagli occhi insicuri: non cercate le vostre mani senza occhiali, perché non le troverete.
In quel momento tuttavia il problema non erano i miei occhi stanchi, l’ambiente era talmente privo di luce che gli occhiali avrei potuto anche toglierli, erano inutili.
D’improvviso un leggero vento mi colpì alle spalle, riscuotendomi dalle riflessioni iniziò a guidarmi in avanti verso una direzione dalla meta sconosciuta. Lo assecondai istintivamente, mi era sembrato di aver vissuto un’eternità in piedi immobile in quella posizione scomoda.
Mi sentivo un forestiero, ero fuori posto, un viandante incastrato dal vento in una marcia verso l’oscuro ignoto, nell’attesa di essere illuminato da un qualsiasi bagliore.
Mi venne in mente il mare, forse perché è un ambiente luminoso. L’odiato mare.
La spiaggia al tramonto con l’orribile arancione del cielo. Ma che colore è l’arancione? Non mi è mai piaciuto. E la sabbia, il sole scottante, le persone e il chiasso dei bambini, la salsedine che sporca gli occhiali.
L’insostenibile attesa del trascorrere di quelle ore confinato sulla spiaggia.
Attendere.
L’attesa può avere davvero tante accezioni.
C’è chi aspetta il tram alla fermata, un treno o un aereo. Chi aspetta la fine della lezione o la fine del proprio turno di lavoro. Chi aspetta fuori da un ufficio per un appuntamento, il cambio di stagione, il momento della vacanza, l’arrivo di una lettera, il cappuccino al bar. C’è chi aspetta una persona, chi aspetta che arrivi la persona. Potrei continuare all’infinito. Per quanto l’attesa ci accompagni inesorabilmente in molti passi della nostra vita c’è chi odia profondamene aspettare; che l’oggetto dell’attesa sia una persona o un orario particolare, la frustrazione è la piaga a cui costoro sono condannati.
Cosa c’è – direbbero – di più disarmante di vivere in una pseudo quiete, costretti a mostrarsi calmi, senza poter agire o reagire, impossibilitati a prendere in mano la situazione o la propria vita. L’attesa induce a perdersi prima nella consapevolezza poi immancabilmente nel disagio di non poter fare.
Io, il viandante nell’oscurità, odio attendere.
Un dubbio.
Avevo forse imparato così bene a lagnarmi delle cose che mi creavano fastidio, che mi ero dimenticato la verità.
Verità?
Il mare in inverno è completamente diverso, oserei dire che offre uno spettacolo meraviglioso. La palla infuocata nel cielo fa capolino dietro le nuvole spalmate all’orizzonte e dissemina un luccichio fantasioso pronto a disperdersi dentro al mare. La spiaggia è quieta. Puoi intravedere gruppetti di amici con un cane, una bambina con un aquilone. Ogni tanto un gabbiano vola verso terra.
La quiete quasi paragonabile a quella che stavo vivendo durante la mia marcia nell’oscurità.
Di primo impatto mi sarei detto frustrato dall’attesa di individuare la mia meta. Tuttavia con uno sguardo interiore più attento capii che mi stavo comportando come quando ero in spiaggia: l’abitudine mi fuorviava.
Il vento che mi spingeva mi rendeva piuttosto rilassato, ero quasi cullato e sorretto nel mio cammino, svincolato dalla scelta di dove andare. Era anche la solitudine a tranquillizzarmi, non dovendo interagire con alcuna persona mi sentivo libero di spogliarmi delle maschere, di lasciar scendere verso il basso i lati della mia bocca, come a chiudere la cornice di un volto impassibile, spento.
Ma così come era apparso, d’improvviso, il vento cessò lasciandomi spaurito. Fu forse il dubbio del momento a imbrogliarmi, mossi un ultimo passo, poi un altro e… caddi.
Cadere era come essere in apnea ad intervalli regolari, giusto il tempo di inspirare un’altra boccata di vita e poi i polmoni si svuotavano. Quando sei innamorato nello stomaco hai le farfalle, io mentre cadevo avevo i pipistrelli. Non so dire perché, ma in fondo non avevo paura, quella caduta nel primo istante mi incuriosì, molti istanti dopo invece, insinuò in me un dubbio: perché non arrivava la fine? Da una tale altezza nessuno sarebbe sopravvissuto, cos’era l’oscurità in cui stavo volando? Il fondo non arrivò mai. Un suono delicato e familiare mi riportò alla luce.

Il sole mattutino mi regalava suoi raggi. Attraversavano la tenda rossa e rimbalzavano sul comodino dove quell’insopportabile sveglia suonava senza sosta. Non stavo cadendo, ero dannatamente sdraiato nel mio letto. Mi alzai lentamente a sedere e accolsi la fronte tra le mie mani.
Un sogno in cui brancolavo nel buio, ed io ero andato ad immaginare il mare.
Dentro di me sapevo di apprezzare il mare, così come sapevo di essere intimorito da quell’oscurità, semplicemente non avevo ancora imparato a dimostrarmelo. Usavo talmente spesso il termine “odio” che avevo dimenticato quanto questa parola non sia superficiale. Non esiste odio senza amore, l’indifferenza non ha compagni. L’indifferenza è sola: io non avevo ancora niente che mi suscitasse indifferenza. Neanche il dannato e caldo tramonto arancione. Anche quando sognavo mi imbrogliavo da solo e nell’abbraccio confortevole dell’oscura solitudine immaginavo il mare.
Forse da bambino quando sedevo in riva costruivo castelli di sabbia, non ricordo bene in realtà, ma mi sento di azzardare: la parte divertente era distruggerli e ricominciare da capo. Sì, perché di avere il castello bello e finito non importava a nessuno, in una lunga giornata di giochi il tempo andava impiegato, neanche un minuto poteva essere sprecato nella nullafacenza.
La vita è fatta di castelli di sabbia forse, alcuni talmente difficili da costruire che esigono il progetto di un ingegnere. Ogni uomo è ingegnere, ogni uomo costruisce. Ma come sulla spiaggia, non esiste premio o giudice, semplicemente si vive per costruire.
La differenza tra un uomo ed un fanciullo sta tutta in una piccolo dettaglio: i loro castelli di sabbia – dei bambini – non li rendono schiavi dell’attesa che l’opera sia terminata: la loro attesa è apertura, ogni giorno vengono compensati da qualcosa di nuovo,
che sia positivo
o negativo,
vengono arricchiti se guidati nel far tesoro della propria esperienza.
Come vorrei tornare bambino, vivere nella leggerezza con la voglia di guardare sorridente verso giorni migliori o peggiori.
Invece sono un uomo. Incastrato in circoli viziosi, per altro.
Visualizzo il mio io bambino in solitaria in riva al mare che costruisce e distrugge un castello dopo l’altro con frenesia. Ma se ci fosse una via d’uscita? Se almeno un castello meritasse di rimanere in piedi? Qualcosa che vale la pena di essere ammirato, curato, preservato, difeso.

Mi alzai in piedi ed andai alla finestra. Quello di scostare le tende rosse ed osservare la strada ormai era un rito di ogni mattina in cui la sveglia mi strappava dalla cara oscurità. Chissà perché già appena sveglio ero così abile nell’intessere trame nella mia testa. A volte avrei voluto essere semplicemente più libero, meno ossessionato dalla mia stessa mente, dalle tesi e dalle antitesi.
Un piccolo volatile dal petto rosso, in tinta con le mie tende vecchie e logore, si posò sull’albero poco distante dal mio appartamento. Scosse la testolina da un lato, poi dall’altro. In un secondo era volato via.
Pensai a come doveva essere seguirlo, mettere le ali, scoprire se danzando nel cielo avrei potuto liberarmi dei macigni che mi portavano saltuariamente a vagare nell’oscurità e cadere verso il basso.

Elena Fiorentini

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