Una birra a New York – Maria Elena Benedetti

Qualche maglione in valigia, un piumino nuovo, e la macchina fotografica; insieme, una sola domanda: e se una volta arrivata lì, non provassi nulla?
Se non riuscissi a pensare ad altro che “e poi, e dopo, cosa c’è?”.
È sempre andata così, fin da bambina: facevo i sogni più ambiziosi, lottavo con le unghie e con i denti perché diventassero realtà, poi quando finalmente arrivavano, non riuscivo ad assaporarli, a godermeli.
Perché? Perché dovevo subito correre oltre, andare a vedere cosa c’era più in là.
Avevo sei anni quando ho capito che questa mia avidità di vita mi avrebbe sempre lasciata con un barattolo d’aria fra le mani.
Parco giochi, interminabile coda per il Castello Stregato; ed io che volevo farlo, io che dovevo farlo.
Non c’era cosa che mi interessasse di più.
Lo guardavo e smaniavo, lo guardavo con occhi attenti e grandi, per cercare di catturare quell’immagine e tenerla lì, per sempre.
Poi, è toccato a me, finalmente sono salita; una volta sopra, più niente.
Non ero felice; mi divertivo certo, ma con la testa ero già altrove.
Stavo lì, a chiedermi cosa avrei potuto fare dopo: ogni cosa sembrava la più bella del mondo, e il Castello non importava più.
Il piacere dell’attesa, che svanisce quando questa finisce.
È così da sempre, o almeno, da quanto ricordo.
E New York, New York era il sogno di una vita.
Passavo le notti ad immaginarmela, pensavo a come sarebbe stato scendere da un aereo e trovarmi lì; camminare per le strade, in mezzo ai grattacieli, fra i fumi e i rumori della città. 
Adesso, era tutto così vicino, tutto così reale; stringevo forte fra le mani quel biglietto, quasi per paura che un soffio sarebbe bastato a portare via tutto.
E ridevo, sorridevo, lacrimavo senza accorgermene, la testa già fra le nuvole.
Ma se una volta lì, non avessi provato nulla?
Se il sogno di una vita, una volta raggiunto, fosse scoppiato come una bolla di sapone?
Avevo paura di non meritarmelo, di non essere all’altezza di una cosa così grande.

Poi ti sento che mi afferri per un braccio, mi scuoti dai miei pensieri, scavalchi il cordone rosso e dici “muoviti, andiamo”.
Non so che succede, come sempre non stavo ascoltando, mi sono distratta contemplando quell’atrio, studiandolo angolo per angolo; la pietra, il color oro, tutti quegli ascensori.
Ascensore, stavamo aspettando proprio uno di quelli, ma ora stiamo salendo le scale e mi stai prendendo in giro perché ti dico che ancora una volta non ho capito.
“Potevamo aspettare, o salire subito a piedi”.
E allora vada per il subito.
Le rampe sono tante, ma non ci faccio caso, e alliccio il passo, salgo due scalini alla volta, poi mi fermo e prendo fiato, ma serve a poco perché il fiato non mi viene e mi sento il cuore in gola.
Poi arrivo in cima, varco la porta, e il fiato lo perdo definitivamente.
Mi sorpassi, ti fai spazio fra tutte quelle persone, ti raggiungo al parapetto; poi, la vedo.
La città vista da lassù, nella sua interezza, immobile ma al tempo stesso così viva, i grattacieli così piccoli, ma nel complesso un gigante di cemento, e finestre e luci.
I fumi che si levano alti nel cielo, e noi che siamo in cielo, che l’aria è diversa, profuma quasi.
Trecentosessanta gradi di panorama; corro da un lato all’altro, facendo foto da ogni prospettiva per poter tenere per sempre con me tutta quella meraviglia.
La sensazione di stupore, di fronte a tutta quella bellezza, la sento nello stomaco, negli occhi, che sorridono, io non mi vedo ma lo so che sorridono, perché mai in vita mia qualcosa mi era entrato così dentro, dalla retina diretta al cuore.

È in quello momento che ho pensato: “Tutto potrebbe finire adesso, e a me non importerebbe; ho avuto questo, e mi basta, è tutto.”

Maria Elena Benedetti

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