Trincea – Antonio Rispoli

Tanti anni fa, quando il servizio militare era ancora obbligatorio e io ero poco più che maggiorenne, ebbi la così detta “cartolina” che mi annunciava il mio imminente reclutamento; non sarei mai voluto andare perché avevo una brutta sensazione e, forse, avevo ragione.
Sin dal primo giorno, la mia strada s’incrociò col più bastardo dei sergenti. Un uomo di ferro che non guardava in faccia a nessuno; con i suoi baffi folti e gli occhiali da sole con lenti specchianti, che nascondevano i suoi occhi. Non sapevi mai dove stesse guardando e quindi evitavi di fare qualsiasi cosa che avrebbe potuto infastidirlo. Si diceva che l’ultimo che aveva avuto l’ardire di sottovalutarlo aveva ancora le braccia indolenzite, tante erano state le flessioni che gli aveva fatto fare; e lui, sempre lì, con la pioggia e con il sole, con la neve e con il vento, sempre a osservare la sua vittima come la più spietata delle belve e, gridandogli addosso, quando ormai allo stremo delle forze si lasciava cadere a terra, non riuscendo più a piegare le braccia.
Fortunatamente, nonostante il sergente, i mesi di addestramento, che sembravano infiniti, giunsero al termine ed io, come tanti miei colleghi, fummo mandati nelle varie caserme, nelle quali avremmo dovuto trascorrere i mesi che ci restavano per finire il servizio militare.
Nella caserma, in cui mi trasferirono, la vita era molto più tranquilla rispetto a quella passata nei mesi dell’addestramento, ma questo non mi fece cambiare idea. La vita militare non mi era mai piaciuta. Non tolleravo che qualcuno mi dovesse dare degli ordini, ma per il quieto vivere mi ero abbassato ad accettare tale condizione, anche se questo peggiorava solo le cose. Il tempo sembrava non passare mai e io ne soffrivo molto, anche se stringendo i denti mi trovai alla fine di quel percorso. Finalmente era giunta la sera prima del congedo. Eravamo tutti entusiasti al sol pensiero di poter riabbracciare le nostre famiglie e, dopo aver bevuto e festeggiato, andammo a dormire. Ad un tratto nella notte una sirena riecheggiò nelle nostre camerate e il sergente irruppe urlando all’impazzata. Non capivamo cosa stesse succedendo, ma senza fare domande ci vestimmo e scendemmo nel piazzale come ci era stato ordinato. Una volta lì vidi gli uomini di altre camerate, salire sui camion con zaino in spalla e fucile in mano, portati via come bestiame pronto al macello. Speravamo fosse solo un sogno, ma alla fine anche noi fummo caricati su di un camion e portati all’aeroporto, dove ad aspettarci c’era un grosso aereo militare. In quegli istanti speravamo che fosse solo un’esercitazione, ma, non appena atterrammo e vedemmo che ci sparavano addosso, non potemmo più esitare e quindi corremmo verso le nostre trincee e ci tuffammo dentro, mentre i colpi ci sibilavano a pochi centimetri dalla testa.
Quei pochi di noi che non erano stati feriti si divisero in due gruppi. Il primo cominciò a sparare a tutto spiano per coprire il secondo gruppo, che uscì dalla trincea per recuperare i feriti e metterli in salvo.
Dopo quel battesimo del sangue, i giorni che seguirono non migliorarono e, all’alba del decimo giorno, io, insieme ai miei compagni, mi ritrovai sepolto nella mia trincea. Il mio viso sporco di fango misto a sudore. Nella mia bocca il saporaccio metallico del sangue misto alla tanta polvere che era entrata in ogni mio orifizio, mentre nell’aria il puzzo di morte era sempre più forte. I bombardamenti erano sempre più frequenti e sempre più vicini e io, terrorizzato, stringevo forte il mio fucile con le poche munizioni che mi erano rimaste, e come me, tutti quei poveri ragazzi che avevano avuto la sfortuna di condividere con me la mia esperienza. In quella situazione di stress c’era chi pregava, sperando in un miracolo; chi ci scherzava su per smorzare la tensione, ma c’era anche di peggio. Ho visto con i miei occhi ragazzi, che disperati nell’incertezza ma consapevoli di non poter né andare avanti né tornare indietro, hanno preferito spararsi in un piede per farsi portare in infermeria anche se sapevano bene che sarebbero stati processati; mentre altri, arrivati ad un punto di stress così elevato, saltavano fuori dalla trincea urlando come pazzi, sparando quei pochi colpi che avevano, correndo senza alcuna difesa e i nemici senza battere ciglio li trivellavano di colpi.
Insomma, noi poveri ragazzi ci trovavamo in una guerra e rischiavamo la vita, senza nessun rinforzo e soprattutto senza un motivo. Rischiavamo di morire da un momento all’altro, per una guerra che non avevamo deciso noi. Combattevamo contro un nemico perché ci veniva ordinato e soprattutto uccidevamo per istinto di sopravvivenza. Uccidevamo per non essere uccisi. D’altronde quella guerra, come tante altre prima, non aveva nessun senso e portava con sé solo tanta morte e sofferenze nei popoli che la combattevano, ma soprattutto nelle giovani menti che fino a qualche mese prima avevano dei sogni, delle ambizioni, delle speranze; tutto spazzato via dalla paura e dall’angoscia. Purtroppo però il mio disgusto non si fermò al semplice odiare quella situazione; infatti, a pochi giorni dal nostro arrivo sul campo di battaglia, apprendemmo che erano finite le munizioni e non c’era alcun modo per farcele recapitare, così da poterci difendere dal nemico. Quindi, nonostante dovessimo dare la vita per una causa che non avevo ancora ben capito, ci trovammo anche senza alcun mezzo per poterci difendere e proprio in quel momento capii che la mia sensazione era stat quella giusta. Per loro eravamo solo del bestiame pronto al macello, ma nonostante tutto non volli arrendermi. Decisi che sarei tornato a casa e avrei fatto di tutto per far sì che accadesse.
Intanto i mesi passarono e con la fine delle munizioni ben presto cominciarono a scarseggiare anche cibo e acqua, ma almeno ci avevano mandato un aereo che bombardò i nemici, tenendoli alla larga dalla nostra trincea che ci permise di sopravvivere qualche altro giorno. Sapevamo che se fossero riusciti ad avanzare sarebbe stata la fine. A un tratto, dopo mesi e mesi di fuoco incessante, ci fu un silenzio assordante e noi pensammo bene di festeggiare per essere riusciti a scamparla un’altra volta, cominciammo a cantare con le poche forze che avevamo in corpo; quando a un tratto, dall’altro lato della barricata sentii un suono. Era un soldato nemico che con la sua armonica cominciò a suonare; così loro da una parte e noi dall’altra facemmo festa ed io in quel momento capii che anche loro si trovavano nella stessa situazione. Anche loro erano poveri disgraziati, che erano stati catapultati sul campo di battaglia per combattere una guerra che non gli apparteneva.
Passata l’euforia, dovemmo tornare ognuno al suo ruolo e così durò per diversi mesi, fino a quando finalmente ci arrivò l’annuncio della fine della guerra.
Tornammo a casa e, dopo tante sofferenze, potemmo finalmente riabbracciare i nostri cari, ma quel giorno non l’ho mai più dimenticato.

Antonio Rispoli

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