L’uomo fenicottero – Luca Vellani

A tutti capita quell’evento che ti sconvolge la vita. A volte non te ne accorgi perché il cambiamento avviene lentamente, secondo dopo secondo, e capisci solo guardandoti indietro che tutto si è modificato; che sei diventato uno dei protagonisti delle tue innumerevoli frasi: “Io non sarò mai così…”. In quel momento tutto crolla, tu crolli e accettarsi diventa difficile.
È il caso di questo mio paziente, il dottor Beni, un promettente dottore di chirurgia che ha dovuto fare i conti con se stesso. Si sa, i chirurghi sono pieni di sé, si sentono Dio e per questo quando la loro vita viene stravolta solo pochi sopravvivono.
Il caso di Beni è molto singolare, proprio come la sua persona. Un uomo alto di carnagione così chiara che guardando attentamente si potevano intravedere le vene e, probabilmente, al buio è capace di illuminarsi come alcuni pesci degli abissi oceanici. Ha una folta chioma riccia e nera; un paio di baffetti belle epoque leggermente arricciati, che ti fanno venir voglia di afferrarli, stringerli e strapparglieli tra le sue urla di sorpresa e dolore. Adora i fenicotteri, un retaggio della fanciullezza, lo si capisce facilmente ad un primo sguardo: camicia bianca con un colletto con piccoli fenicotteri rosa, completo scuro con appuntata una spilla dorata raffigurante il suo animale preferito, ovviamente il fenicottero.
Non ho ancora approfondito questa sua adorazione per questo volatile, ho avuto solo qualche seduta per studiarlo. Poi, dal giorno in cui mi parlò del suo trauma, non lo ho più incontrato. Non si presentò né all’incontro successivo né agli altri fissati.
Era molto attaccato alla madre, un po’ come tutti i figli, soprattutto maschi, che è mancata qualche anno fa. Il fatto sconcertante è la sua obiettiva analisi dei sui sentimenti in quell’episodio: “Come mi sono sentito? Beh, che domande! All’inizio ho cercato di negare a me stesso l’evidenza: “No, non può essere, è tutto un sogno” ho iniziato a pensare e continuavo a ripetermelo mentre cercavo di rianimarla. Poi è sopraggiunta la rabbia: ho iniziato a urlare e scuoterla come se questo potesse riportala in vita. È arrivata l’evidenza. Quel punto in cui non puoi più mentirti e accetti come stanno obiettivamente le cose: che mia madre non c’era più. Ecco che subito che è sopraggiunta la tristezza e le lacrime di rabbia si sono trasformate in un pianto liberatorio. Così liberatorio che in poche ore è sopraggiunta la rassegnazione”. Vi risparmi altro sproloquio su come abbia odiato se stesso per il fatto di essersi rassegnato in così breve tempo, infatti sua madre nonostante i suoi centocinque anni godeva ancora di ottima salute e questo lo poteva affermare con convinzione perché le analisi li faceva lui in persone e a detta sua era infallibile. A sentire però quella parola: “Infallibile” mi deve essere scappato un sorriso, perché, incendiandosi in volto, mi urlo: “Cos’è?! Non crede che io lo sia? Con queste mani ho resuscitato persone già date per morte. Ride perché pensa che io sia un dottore da strapazzo come lei? Chi è lei per giudicarmi?”. Si era alzato in piedi e mi sbraitava davanti al naso. Quando terminò questa violenta rivolta contro la sua coscienza, tornò a sedersi e come si era acceso così si spense. Cercai di ignorare il suo discorso paranoico infarcito di mania di grandezza e sviai su discorsi un po’ più leggeri. Mi feci raccontare della sua giornata abituale, in modo da conoscerlo un po’ meglio. Il lavoro era la passione e occupazione primaria; seguita da molto sport, soprattutto il tennis; lunghe passeggiate in centro città, il quartiere dove abitava, il resto della città era troppo pericoloso; e una vita sana: nessun tipo di farmaci, fumo, alcool e tanto meno droghe, perché ti avvelenano e impediscono di farti dare il massimo in sala operatoria.
Evitai di fare commenti su questa vita stressante governata dalla paura: nel prossimo, nello sbagliare, nell’ammalarsi e nella morte. Mi pagò la seduta e si allontanò dal mio studio con quella sua camminata ciondolante e quel cespuglio di capelli che lo adornava come una corona.

Sono passati alcuni anni da quell’incontro e ora il dottor, o meglio ex, Beni si ritrova ricoverato in un centro psichiatrico perché quel suo amore per i fenicotteri è diventata una ossessione patologica. Passa tutto il giorno fuori in giardino in riva allo stagno su una gamba sola e vestito completamente di rosa confetto. Ridere di lui è una cosa meschina e sbagliata, ma la prima cosa a cui ho pensato quando lo rincontrai è che finalmente si era realizzato nella vita. Chi può vantare di essere diventato da adulto quello che sognava da bambino?
Il perché sia ridotto così me l’ha raccontato un mio collega, il quale lo segue nel centro: “ Beni, dopo di te, si è rivolto ad altri cinque o sei dottori e c’è stato chi gli ha suggerito dei farmaci, la via più breve per risolvere il problema, chi di cercare di cambiare aria, di comprarsi una bella cascina e passare un po’ di tempo nella solitudine. Era un uomo drastico, per lui non esistevano le sfumature, ma solo il bianco e il nero. Questo lo capii quando mi raccontarono che, dopo essersi convinto di vivere una vita stressante a causa della città e del lavoro, decise di vendere la sua casa in città e trasferirsi in aperta campagna. Travisando le parole dei miei colleghi si era messo in testa che una vita logorante e stressata lo aveva allontanato da quello che provava dentro: l’enorme dolore per la morte di sua madre.
Arrivò in questa nuova casa e iniziò a privarsi della TV; l’unico modo per passare il tempo era leggere il giornale, magari anche qualche libro e fissare il fuoco nel camino pensando a sua madre. Durò un mese prima che il frinire dei grilli gli entrò così a fondo nel cervello che per non impazzire iniziò a imbottirsi di Xanax. In poco meno di un anno le pastiglie assunte crebbero esponenzialmente, l’assuefazione allo Xanax lo rese paranoico, più di quanto non lo fosse già, e iniziò ad assumere farmaci per curarsi da qualsiasi malattia: raffreddore, polmonite, gastrite e dolori intestinali; me lo immagino come un piccolo salvadanaio pronto a custodire un tesoretto di ansiolitici e altri farmaci.
Una sera, in un breve istante di lucidità, chiamò il 118. “Salve sono il dott. Bini, ho bisogno di un’ambulanza alla cascina Rosa ho ingerito…” iniziò a elencare qualsiasi prodotto farmaceutico in commercio. Lo portarono in ospedale e dopo tre giorni lo spedirono in clinica, quando ritrovò le forze per alzarsi l’unica richiesta fu di avere un vestito rosa fenicottero.”

Almeno una volta al mese cerco di far visita al mio collega e al signor Beni. Quel dottore che, nonostante non sia riuscito a reagire a ciò a cui la vita ci mette di fronte, nonostante abbia cercato di fuggire da se stesso e le sue innumerevoli paure cambiando vita, senza però riuscirci perché è più facile illudersi che accettarsi, e nonostante i farmaci. È riuscito a diventare un fenicottero.

Luca Vellani

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