Circolo 27 – Asia Erasmo (Africa Saffo)

Consuelo sentiva le voci ovattate delle infermiere e del medico che la stavano accompagnando in sala operatoria. Sentiva le loro voci ma non ciò che quelle voci le stavano gridando, il mondo esterno si stava facendo sfocato come una nuvola e l’unica cosa tangibile che percepiva era il dolore.
Un dolore fisico, che le lacerava il ventre gonfio, e uno straziante dolore emotivo: cosa ne sarebbe stato del bambino che portava in grembo? Continuava a chiederselo dimenticando perfino chi fosse, o cosa fosse successo. Improvvisamente la mente la riportò a quei fari che l’avevano e l’avevano investita, poi si ricordò del mondo che girava, come quando da bambina girava su se stessa, e infine il tremendo dolore seguito dalla vista del sangue.
– Il mio bambino! – urlava in preda al panico e, nonostante le parole di conforto del medico, aveva paura per lei, per il bambino e per il futuro.
In tutto quel caos sentì – Conta fino a tre Consuelo – seguito da un pesante sonno e, prima di chiudere gli occhi bagnati di lacrime, sussurrò – Salvatelo –
Il buio l’assorbì completamente ed era più che certa che fosse morta. Perché allora, si chiese, stava pensando e vedendo il buio? Le tornò in mente la selva oscura di Dante, ma, prima che potesse spostare i suoi pensieri su altre mete, un borbottio la spaventò. 
Ci volle un po’ prima che il buio si dileguasse e lasciasse posto ad una stanza sterilizzata e vuota: era in un letto d’ospedale con un ago infilato nel braccio. Roteò gli occhi dopo una tremenda fitta al ventre e, dopo essersi resa conto di quanto fosse piatto, il suo cuore diede di matto, si alzò con violenza togliendosi l’ago e mandandolo in mille pezzi. Sentendo del rumore provenire dalla sua camera, le infermiere accorsero immediatamente.
Ancora una volta il caos ebbe la meglio e il vocio tornò ad essere un rumore sullo sfondo ed i pensieri le esplosero nelle orecchie. Il cuore tornò a battere regolarmente e le lacrime le morirono dentro ancor prima di uscire.
– Consuelo ha avuto un aborto in seguito all’incidente – esclamò una voce – abbiamo fatto il possibile –
Sussultò e con le mani cercò il suo bambino nel suo ventre dolorante. Era incinta da sette mesi ed aveva deciso di chiamarlo Christopher, era innamorata di quel nome. Quella attesa la rendeva felicissima. Non era stata una gravidanza programmata, ma, quando aveva fatto il test, si era resa conto che voleva tenere quel bambino ad ogni costo e, dopo essersi lasciata con il suo ragazzo, – Io terrò questo bambino – si era immaginata la sua vita da quel momento in poi.
Seppur avesse solo ventitré anni, era ben disposta a cambiare la sua vita e la sua quotidianità per la creatura che cresceva dentro di lei, ma una distrazione le era stata fatale ed i piani di una vita vennero distrutti, per sempre.
La porta della sua stanza si aprì e sua madre avanzò a passi incerti verso di lei con lo sguardo perso nel vuoto, e prendendole la mano gliela strinse forte. Non parlò e Consuelo si lasciò cullare dal battito del cuore di sua madre, dolcemente. In quell’istante la sua mente cancellò la gioia dalla sua vita e con grande fatica si addormentò.
Sognò quella selva che l’aveva assorbita durante l’operazione, ma non era sola: c’era un bambino con gli occhi tristi che la guardava prima di voltarsi e sparire. Consuelo alzò la mano come a volerlo fermare, ma la sua gola non emise che un soffio strozzato, la disperazione la invase e il sangue nelle vene le si gelò, facendola diventare fredda e pallida.
Dopo quattro giorni Consuelo venne dimessa dall’ospedale e, mentre sua madre la trascinava con la sedia a rotelle, sentiva i bisbigli di compassione delle persone che incrociava per i corridoi. – Povera ragazza – esclamò una signora rivolta a sua madre.
La ignorò, come ignorò tutto il resto e come ignorò la voce di sua madre che la informava di ciò che avrebbero fatto quella sera. Non poteva fare grandi sforzi dato che il suo sistema immunitario era debole, ma secondo sua madre una cenetta fra madre e figlia era impossibile da rimandare. La parola “madre” riportò la ragazza alla realtà e puntò i suoi occhi su sua madre cercando un filo di speranza nei suoi occhi, ma l’allegria travestita di quella donna la rendeva inquieta.
Tuttavia, quella sera, rimase nella sua stanza ad osservare quell’angolo dove c’erano tutine e pannolini pronti per la nascita di Christopher, continuando a chiedersi il perché gli avvenimenti avessero preso una strada simile. Premette entrambe le mani sul ventre sperando di sentire ancora una volta un battito, un calcio o qualsiasi altro movimento. Ma non avvenne e le sue mani rimasero lì reggendo ciò che non c’era più.
Stava per addormentarsi quando il suo telefono squillò e lesse il suo nome, rispose:
– Consuelo? –
Fu il silenzio a rispondere.
– Ho saputo quello che successo e non sai quanto mi dispiace –
– Dispiace anche a me –
La sua voce la riportò ad otto mesi prima quando gli disse che era incinta e Gionata, in preda al panico, la lasciò perché non era pronto a diventare padre.
– Posso fare qualcosa per te? –
– No, ora ti saluto –
Chiuse la chiamata e rimase con il telefono fra le mani per lunghi minuti, poi l’odore di medicinali le ricordò che le serviva una doccia. Pensando che una doccia l’avrebbe aiutata, si rifugiò sotto le goccioline d’acqua calda sentendo anche le lacrime liberarsi e il bruciore del taglio che le attraversava per verticale il ventre. Guardò i punti e il suo volto si trasformò in una smorfia. Persa a pensare a quel taglio si dimenticò del tempo e, solo quando sua madre bussò alla porta, ritornò alla realtà.
– Consuelo tutto bene? –
“No, mamma, ho appena perso mio figlio, non va tutto bene”, avrebbe voluto risponderle, ma rispose semplicemente di sì. Tornò in camera in accappatoio e nel buio si lasciò cullare dal sonno, che la preparò ad un’altra notte di incubi in cui lei e il suo bambino erano protagonisti.
Al suo risveglio era convinta di aver sognato Christopher, ma non ricordava nulla e priva di forze e, nonostante il sonno ristoratore, rimase a letto avvolta dall’accappatoio della sera prima cercando di non pensare più. Erano passati solo pochi giorni, ma la sua testa era sul punto di esplodere mentre il cuore continuava a ripeterle che tutto non era mai accaduto. Non era mai accaduto che il suo bambino fosse morto e le fosse stato portato via dall’incidente, non era mai accaduto eppure lei percepiva il dolore della perdita come fosse un qualcosa di concreto, limpido e palpabile.
Decise di alzarsi e non trovando sua madre le lasciò un biglietto con scritto “Vado a farmi una passeggiata”, tuttavia la sua passeggiata fu breve e rientrò poco dopo per via del dolore al ventre. Tornata in cucina, dove aveva lasciato il biglietto, si accorse che c’era un contenitore con delle pasticche e si chiese perché fosse lì, ma poi si ricordò la cura che stava facendo.
Si chiese come avesse fatto a dimenticarla e mandò giù due pasticche, non sapeva che pasticche fossero dato che non si era interessata a scoprire la loro natura, ma sapeva di doverle prendere e questo era l’essenziale. Mandò giù un bicchiere d’acqua, si stese sul divano e cercò qualche programma in tv.
Il telefono di Consuelo era abbandonato sulla scrivania e lì dava continuamente segni di vita, come non li dava Consuelo buttata sul suo divano. Tra chiamate e messaggi la ragazza non si era degnata di zittire il volume della suoneria e, dopo giorni e giorni, quello squillare incessantemente era diventato parte dell’ambiente.
Luisa, sua madre, era molto preoccupata per sua figlia e, dopo tanti ripensamenti, decise finalmente di contattare uno psicologo per sua figlia. Così, seppur controvoglia, Consuelo una mattina uscì di casa per dirigersi nello studio dello psicologo che sua madre aveva contattato, che per sua fortuna si trovava nella sua stessa città, e rimase lì per più di un’ora. In quell’ora Consuelo aveva affrontato con molta difficoltà i suoi pensieri e tutto il buio e il caos, che avevano impregnato i suoi giorni, si riversarono in lacrime limpide e salate. Da quell’incontro si sentì un po’ più libera e leggera e, tornando a casa, si trovò a passar davanti il vicolo dove si trovava Via Circolo. Osservò con attenzione l’ingresso della via, i parcheggi dei motorini e, accanto alle rastrelliere per le bici, la gente che entrava e usciva mentre la luce del sole rendeva quella via così pura e innocente.
Quasi istintivamente le labbra si allargarono in un qualcosa di simile ad un sorriso e si addentrò in quella via. I primi appartamenti della via erano piuttosto anonimi e il primo bar così allegro da farle venire la nausea, dei signori seduti giocavano a carte come dei bambini felici e il barista era appena uscito per portar via una tazzina rimasta su di un tavolino vuoto. Non si vedevano bambini in quel luogo e ne fu sollevata, quale madre avrebbe permesso ai suoi bambini di passare per quella via?
Ogni cosa in quella via le trasmetteva nostalgia e familiarità e, quando si trovò davanti al bar “Circolo 27”, rimase immobile a fissare la porta a vetro che oscurava l’interno.
Tirò un profondo sospiro e decise ad entrare.
Erano passati otto mesi dall’ultima volta e tutto era rimasto immutato: le piastrelle ambrate riflettevano la luce dando all’ambiente un’aria cupa ma rassicurante. I tavolini sparsi qua e là con i ragazzi del quartiere, il bancone, la scala a chiocciola che portava al piano di sopra con altri tavolini. Si avvicinò al bancone in legno mentre tutti alzarono lo sguardo verso di lei e, distratta com’era dai ricordi passati, in quel bar non si accorse che dietro al bancone c’era Gionata.
– Consuelo? –
– Un cicchetto di vodka –
– Ma sei impazzita? – esclamò Gionata.
– Non hai sentito la ragazza? – si intromise Andrea, una cocainomane con la faccia infossata, – Dalle da bere e metti sul mio conto –
– Ti ringrazio Andrea –
Gionata, scettico all’idea di mettersi contro due donne, preparò un bicchierino e lo passò alla sua ex ragazza studiandole il viso
– Hai almeno mangiato qualcosa? –
– Diavolo Gionata, non sarai mica sua madre? – lo fulminò Andrea prima di salutare Consuelo, pagare e andare in bagno.
– Cos’è ti fai proteggere da Andrea? Sei diventata lesbica per caso?–
– Vuoi stare un po’ zitto, dannazione? – sbottò, dopo aver fatto scendere la vodka come l’acqua.
 Gionata sospirò e tornò a sistemare i bicchieri e le bottiglie che erano rimaste sul bancone. Persa e con l’alcool che le inebriava la mente, Consuelo rimase a guardare il bicchierino fra le mani e pensò che fosse davvero interessante.
Anche il bicchiere rifletteva l’atmosfera del Circolo 27.

Asia Erasmo (Africa Saffo)

***

Mi faccio chiamare Africa Saffo, e credo che ognuno di noi debba darsi un nome suo scelto da sé, un nome che rispecchi un po’ chi siamo e cosa ci piace.
Il mio vero nome è Asia Erasmo, ho vent’anni e mi piacciono le piume del pavone.
Vorrei dire che scrivo fin da bambina ma non è così essendo una passione che ho cominciato a coltivare da pochi anni e che sto tutt’ora maturando. Scrivo tutto ciò che mi passa per la mente, a partire da pochi versi per intrecciare una poesia a mondi fantastici da esplorare. Ma non è la mia unica passione, tuttavia posso dire che quest’altra mia passione, invece, è cresciuta con me: il disegno. Ho deciso di continuare gli studi e frequentare il corso di laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, la psicologia è un’altra mia prediletta, per poter un giorno diventare un’operatrice di comunità per tossicodipendenti.

 

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