Il fiore nel deserto – Manfredi Cartocci

Entrava nel locale con gli occhi velati, appena infastiditi dalla luce intensa. Il grigiore di quel pomeriggio era quasi come quello dell’anima. Non era lì. Non era da nessuna parte. Era in quei posti lontani a cui faceva riferimento sua madre quando lo trovava seduto al tavolo di cucina con i libri di scuola aperti, lo sguardo perso nel vuoto e la testa chissà dove, comodamente appoggiata sulle nocche di una mano. Quando era triste erano soliti sovvenirgli quei ricordi: così caldi, così domestici … così lontani. Si sedette nel posto più lontano che riuscì a trovare: lontano dagli altri, lontano dalle luci, lontano dal refolo gelido che entrava dalla porta quando veniva aperta, lontano dal bancone cosicché forse non si sarebbero accorti di lui, ed anche le cameriere sarebbero rimaste lontane. “Lontano” era l’unico posto in cui voleva essere in quel momento.
Niente da fare: lo sguardo vigile di quelle ragazze affaccendate in polo nera e taccuino scarabocchiato si era già accorto di lui.
– Cosa le porto? –
Rapido, deciso, perentorio quesito. Alzò lentamente gli occhi, appoggiando uno stanco sguardo sulla faccia della cameriera. Aprì la bocca impastata e biascicò “whisky”. Lei se ne andava, lui tornava lontano.
Appoggiò la fronte ad una mano e chiuse gli occhi. Pensieri informi vagavano per la sua mente come formiche in una carcassa mordendo e scavando dove potevano, più che potevano.
La porta si aprì, il refolo gelido non lo raggiunse, ma un rumore di passi inequivocabile giunse al suo orecchio. Lui la guardò. Lo raggiunse in un attimo, sedendosi davanti a lui. Mani sul tavolo sbiancate dal freddo, occhi incerti incoraggiati dall’amore.
La cameriera appoggiò il whisky sul tavolo.
Lui lo guardò con sentimenti contrastanti, lei con sconcerto.
– Sono le tre del pomeriggio – mormorò lei cercando di far presa su un appiglio che non trovò.
Lui guardò il telefono – Sì, sono le tre – soggiunse con tono flebile.
La sua smorfia di dissenso gli tolse il respiro. Non riponeva grande fiducia in ciò che stava facendo, ma con lei lì davanti era sconfitto in partenza.

*

Erano le quattro del pomeriggio. La casa era immersa in quella tiepida tranquillità che normalmente non lo disturbava. Ma una mente distratta, non impegnata, è facile preda di potenti astrazioni. Queste potenti astrazioni, queste fugaci visioni la cui impalpabilità rende ancora più profondo il loro passaggio, non sempre vanno via come sono venute.
La guardava. La guardava disegnare, nel suo angolo di mondo in cui non c’era per nessuno, dove creava idee, colori, vestiti. Nel suo fazzoletto di cielo in cui era perfetta, ineffabile e divina; mentre con le dita delicate trascinava la matita sul foglio.
Stava sulla porta dello studio, a braccia conserte, la testa un po’ inclinata sotto il peso dei pensieri. Pensieri diversi, di gioia e ammirazione, di vuoto e depressione. Un po’ miele, un po’ veleno.
Erano mesi che era entrata nel suo letto, nella sua casa, nella sua vita. Erano mesi che viveva come in un sogno, con una luce irreale ed i contorni sfocati, un bellissimo sogno d’amore, da cui forse si stava svegliando.
Che faccio esattamente per tenerla stretta a me? Com’è possibile che una cosa così bella avvolga la mia vita da mesi senza che io abbia fatto praticamente niente per ottenerla. Qualche parola gentile, ed il sorriso che con lei non mi manca mai, il buon umore che ci accompagna quando stiamo insieme. Questo è amore? Eppure prima non ero così, possibile che io abbia qualche merito in questa situazione? No, è lei. E’ lei che mi porta dove da solo non saprei andare, che mi rende più lieve ogni passo, ogni respiro. Non so perché abbia scelto di benedire me con queste sue qualità, ma io di certo non le merito. E lei, lei sicuramente merita qualcuno che allo stesso modo renda speciale la sua vita.

*

Si svegliò in preda ad una nauseante inquietudine. Aperti gli occhi si rese conto che lei era lì, abbracciata a lui, esattamente dove la aveva lasciata con lo sguardo poche ore prima. Non si mosse, non voleva svegliarla. Si limitò a guardarla. Il volto appoggiato sulla sua spalla, il seno che gli sfiorava il costato, una mano affusolata sul suo addome.
Possibile che tutto questo sentimento non uccida? Ho l’impressione di andare in mille pezzi da un momento all’altro. E tu lì, che dormi, hai coscienza di ciò che ti accade intorno?
Al solo guardarti ho l’impressione che l’anima si metta a fare mille capriole, su e giù per lo stomaco. E’ forse così che ti senti quando ti desti ed io ancora dormo? No, non credo. Forse ti scalda la tenerezza che ti muovo nel cuore, o la consapevolezza di ciò che provo per te. Ma come questo ancora non ti abbia annoiata, non me lo spiego. Tu che sei così … così, che neanche mi lasci in bocca parole per descriverti. Sono state bruciate, bruciate prima di essere pronunciate, sacrificate sul rogo di questa passione. Tu la dea, io il sacerdote che celebra il rito: un umile devoto, tutto qui.

*

Rigirava la forchetta nel piatto, senza riuscire a mangiare niente. Lo sguardo oscillava lievemente fra il suo piatto e quello di lei. Ormai non riusciva più neanche a guardarla, tanto si sentiva inadeguato. Appoggiò la testa ad una mano, lasciò cadere la forchetta, lasciando che lo sbatacchiare di essa sul bordo del piatto sancisse il suo stato di sconforto.
– Amore,va tutto bene? – chiese lei. Lui alzò finalmente lo sguardo. Non era ben conscio di che espressione deformasse il suo volto, ma doveva essere qualcosa di particolarmente angosciante, vista la smorfia preoccupata che le prese il volto.
– No- esalò lui. Non avrebbe saputo dire da dove veniva quel no, ma impestò la stanza come uno sbuffo di gas tossico. Si alzò, si diresse alla porta di casa, indossò il giubbotto e uscì. Un ombra nera cadde su di lei, mentre veniva lasciata sola a digerire quel “no”.

*

Mise le sue piccole, fredde mani sulle sue. Quel freddo gli arrivò al cuore.
-Che c’è?- chiese lei.
Lui ritrasse una mano, se la passò tra i capelli, remissivo. Si sentiva come un gatto abbagliato dai fari di un auto.
– Ti chiedi mai il perché di ciò che ti accade?- sussurrò guardandole la punta del naso.
Lei non capiva, e per tutta risposta serrò la presa sulla mano di lui che ancora aveva tra le dita, come se rischiasse di scivolargli via.
– Senti mai il bisogno di avere un’aderenza fra come la tua vita si sviluppa, e chi sei tu? – continuò lui, senza pietà per lo sguardo perso di lei, che cercava una chiave di lettura a quelle parole nei suoi occhi, non trovandola.
– Giusto così, per evitare di sentirsi scomodi dentro la propria stessa vita, come se si indossassero gli abiti di qualcun altro – soggiunse alzando il tono di voce.
– Ma che stai dicendo?- domandò implorante lei.
– Ti sto chiedendo, se ti sei mai sentita come mi sento io ora. Ti sto chiedendo, se ti sei mai sentita inadeguata, come una forchetta quando si tenta di usarla per mangiare una minestra. Solo che … se fosse quello che mi mette a disagio, mangerei tutte le sere una minestra con la forchetta, sentendomi stupido forse, ma ben sopportando. Invece la mia inadeguatezza riguarda noi due – spiegò lui, alzando ancora il tono della voce. Aveva gli occhi lucidi, e il cuore pallido.
Lei cominciava a intuire qualcosa.
– Ma … – tentò di intervenire lei, subito interrotta.
– Ma la mia inadeguatezza – proruppe lui – mi sbatte così forte ormai quotidianamente nel viso, che non posso fare a meno di notare la discrepanza fra la fortunata vita che in questo momento sto vivendo, ed il niente che ho fatto per meritare te -.
Ormai le parole erano come una spada che si stava pian piano estraendo dalla gola. Il sangue ed il dolore lo prostravano, ma ormai doveva espellere quel ferro insanguinato.
– Là fuori – disse indicando la porta – probabilmente c’è un uomo, solo, che saprebbe renderti felice, e che probabilmente ha fatto tutto ciò che c’era da fare ed è tutto ciò che è giusto essere per meritarti. Perché dunque ti affanni a sollevare dal fango questo incapace? Stai coltivando un fiore nel deserto.- concluse lapidario.
Lei aveva le lacrime agli occhi, ma attraverso quelle gocce di rugiada a lui non parve di vedere sentimenti che avesse previsto. Una lacrima le solcò il candido viso.
– E’ questo che pensi? Di non essere abbastanza? – mormorò con voce evanescente. Sorrise.
Lui era completamente paralizzato. Quel sorriso bagnato di lacrime lo aveva pietrificato, come se stesse assistendo ad un miracolo.
– Io … – riprese lei – insomma le persone soffrono perché hanno il dubbio che l’altro possa non ritenerle abbastanza per lui, tu … – singhiozzò una risata – tu sei fatto al contrario. Sei la prima persona che mi dice che sono un qualcosa di troppo bello perché mi possa meritare e, beh, credo che nessuno più di te mi possa meritare. Un fiore nel deserto è certo più prezioso di uno che cresce in un campo di fiori no?- domandò lei con gli occhi in festa, sebbene ancora arrossati per le lacrime.
Si rese conto di essere rimasto a bocca aperta, senza alcuna valida risposta da proferire. Ancora una volta però, lei sollevò dal fango quel romantico incapace, afferrandolo per il bavero a tirandolo a sé per baciarlo.
L’alchimia di quel benessere pensò, non se la sarebbe spiegata mai. Di come quella magia che riguardava solo loro due fosse stata creata, e di come ancora non si fosse estinta. Una vestale però custodisce il fuoco senza bisogno di sapere perché bruci.
Affondò in quel bacio lacrimoso, sicuro che “l’uomo solo” là fuori avrebbe trovato un’ altra, ma che Lei, era solo sua.

Manfredi Cartocci

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