Parigi – Greta Antonioni

Quella sera Parigi sembrava più bella del solito.
La finestra della camera da letto dell’hotel in cui Elizabeth alloggiava si affacciava sugli Champs Élysées, che per l’occasione erano pieni di luci colorate. Era il 24 di dicembre e le luci, gli alberi di Natale e le vetrine dei negozi allestite a festa avvolgevano l’Avenue in un’atmosfera magica.
Quella sera Parigi sembrava più bella del solito. Elizabeth aveva appena appoggiato sul letto a baldacchino il suo bagaglio a mano e, mentre finalmente si toglieva le scarpe con il tacco, iniziò ad ammirare la stanza d’albergo che le era stata assegnata. Hotel Excelsior, 5 stelle. Sopra la testa di Elizabeth penzolava un maestoso lampadario di cristallo che emanava una luce calda e soffusa e che rendeva la stanza ancora più preziosa. Ai piedi del letto un divanetto rivestito in pelle di color rosa antico riprendeva le nuances del copriletto in satin e proprio davanti ai suoi occhi la grande finestra affacciata sul viale parigino.
Era così fortunata! Fino all’anno prima non avrebbe neanche lontanamente immaginato di trovarsi a Parigi, in un hotel extra lusso la vigilia di Natale. Aveva solo poche ore per godersi la città; il suo volo con destinazione Dubai sarebbe partito alle 8:15 del mattino seguente e doveva prestare servizio in prima classe. Era tutto ciò che aveva sempre sognato: poter girare il mondo, soggiornare in alberghi di lusso, lasciarsi trasportare da musiche, colori e tradizioni di paesi lontani. Era per questo che quella fredda mattina di febbraio dell’anno precedente aveva deciso di fare il colloquio con la Emirates Airlines e inaspettatamente era stata assunta. Inaspettatamente, perché il suo fisico non era alto e longilineo come la maggior parte delle hostess che lavorano per una compagnia così prestigiosa, ma il suo alto livello di inglese e soprattutto il suo sorriso avevano giocato a suo favore. Era stato proprio il sorriso ad aver convinto il reclutatore, uno di quei sorrisi che non si spengono mai, che non sono fatti per lavorare dietro un computer, ma per essere regalati alla gente.
Il campanile aveva appena suonato le 18:00 e Elizabeth si avvicinò alla finestra dalla quale si vedeva passare una folla di persone avvolte in pesanti cappotti che si affaccendava nella ricerca degli ultimi regali di Natale. Era così fortunata, pensò. Eppure si sentiva così sola. Sola in quella città di artisti, pittori, innamorati; quella città che trasudava storia, arte, letteratura. Sotto la sua finestra un bambino stringeva forte al petto il regalo che i genitori gli avevano appena acquistato. Poi lo posò nella borsa della mamma e tutti e tre si misero a camminare mano nella mano.
Elizabeth si chiese se avrebbe mai avuto una famiglia tutta sua. Se avrebbe mai incontrato l’amore della sua vita, un uomo che la avrebbe apprezzata per quella che era: ambiziosa ma ingenua, determinata ma con la testa tra le nuvole, come il suo lavoro. Non aveva mai trovato un ragazzo con cui costruire un futuro solido, le sue storie erano state sempre molto brevi e nutriva, riguardo all’amore, un lieve cinismo misto a un desiderio di abbandonarvisi. Non le bastava più solo la passione, la tenerezza di un momento, gli sguardi che trasudavano voglia di possedersi; desiderava lunghe passeggiate, cene intime, pane e nutella fino a scoppiare; desiderava felpe, ciabatte e coperte di pile e frasi come “ciao, amore, sono tornato a casa”. Desiderava stabilità. E tuttavia questo non l’aveva mai ammesso, neanche a sé stessa. E così viaggiava, volava e scappava da tutti, da tutto, da quello che non avrebbe mai confessato di cercare.
Elizabeth guardò l’orologio, erano già le 18:30 e alle 20:00 aveva un tavolo prenotato in uno dei più prestigiosi ristoranti di Parigi. I suoi occhi si posarono su un gruppo di ragazze che passeggiavano sotto la sua finestra. Erano a prima vista 7 o 8 e come in una fotografia le sembrò di vedere lei e le sue amiche di una vita mentre facevano shopping nel centro di Firenze. I rapporti erano cambiati in quell’ultimo anno. La vita delle ragazze era andata avanti; nuovi lavori, nuove conoscenze, traslochi, mentre quella di Elizabeth era come sospesa. Lei, sola, nel suo piccolo microcosmo parallelo, mentre il resto del mondo, quello reale, cambiava. Pensava a Margherita, che si era trasferita a Venezia per il dottorato all’università, a Luna, che aspettava una bambina che probabilmente che non avrebbe visto nascere e nemmeno crescere. A Julie che era riuscita a realizzare il sogno che aveva fin da bambina: aprire una pasticceria tutta sua. La vita per ognuna di loro era cambiata; dopotutto stavano diventando delle donne, tuttavia dalle foto postate sui social il loro legame sembrava non spezzarsi mai. Per Elizabeth era diverso, quel filo si era allentato. Nel suo microcosmo prezioso e frenetico il suo vecchio mondo non trovava più spazio. A malapena riusciva a scrivere ai suoi genitori per dire loro che andava tutto bene.
In quel momento una lacrima le accarezzò la guancia destra; una lacrima piena di desideri e nostalgia. Ma la vita frenetica non le permetteva di pensare a lungo, così indossò l’abito nero di Armani e si diresse verso l’uscita dell’hotel.

Greta Antonioni

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Mi chiamo Greta, ho 24 anni e frequento il secondo anno del corso di laurea magistrale in Linguistica e Traduzione presso l’Università di Pisa. Mi definisco una persona determinata, spesso testarda ma anche molto solare e sempre in cerca di nuovi stimoli. Ho molte passioni tra cui la danza (la pratico dall’età di 10 anni), l’animazione (da due anni, durante l’estate lavoro come animatrice nei villaggi turistici), lo sport in generale, la lettura e da poco tempo anche la scrittura. Scrivere per me è uno scavo all’interno dell’animo umano e aiuta a scoprire emozioni e sensazioni tue e delle persone che ti circondano.

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