Pandora – Maria Elena Benedetti

Getto uno sguardo fugace verso il letto; fra le lenzuola disfatte, quella pelle candida.
Dorme ancora, le coperte gettate di lato; il corpo nudo, liscio come una statua, si muove sotto il peso di respiri brevi, spezzati, frutto di un sonno agitato.

Mi sdraio di fianco a lui – la testa sul petto, gli occhi chiusi.
La statua piano piano prende vita, si solleva, mi guarda.

Creatura perfetta, modellata da un Dio greco, o Dio greco lui stesso.

Dio fatto però di pelle ed ossa, nervi e vene – mortale, per gli altri, ma soprattutto per sé stesso.
Fatto di pensieri che hanno la stessa qualità dell’edera: sono infestanti, destinati a ferirlo, a fargli male, e forse, ad ucciderlo.

Lo vedo, prigioniero nelle sue stanze, stretto alle uniche muse che un uomo ha: i suoi demoni.

Ricordo quando per la prima volta mi fu posto di fronte, e solo dopo mi venne detto di non toccarlo, che dentro lui non c’erano scintille.
Non capivo quindi se ero io ad essere la sua punizione, o lui la mia.

È stata una bella partita a scacchi, dove la mia curiosità faceva da regina.

Poi non so dove io l’abbia toccato, ma si è aperto.
Il suo petto è diventato una ferita che si rimargina giusto il tempo d’un respiro, per poi riaprirsi più dolorosa di prima.
Così, ho capito che il mio posto era lì, accanto a lui, proprio nell’istante in cui la lacrima fa traboccare il pianto; essere la mano che sfascia i suoi pugni dopo le lotte coi mostri che i pensieri hanno creato, con l’insensibilità che questo mondo ha generato.

Io come Pandora – se libero ogni male, lo libero dal male.

 

Maria Elena Benedetti

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