Il richiamo delle note – Samanta Principe

Gioia è lì, proprio lì,
la vedi dal secondo finestrino del treno in basso a sinistra.
Ultimamente nulla le va bene, niente passa.
E’ salita a Novate, qualcuno l’avrà vista mettersi le cuffie ed entrare nel suo mondo.
Ecco, da quelle cuffie ora comincia a uscire della musica jazz e Gioia chiude gli occhi, accenna un sorriso: non credo la troverai più per un po’.
Ma come fa la musica a sapere di casa?
Ad avvolgerti piano con un calore che assomiglia tanto a quello di un camino in pieno inverno?
Come fa la musica a fare questo?
A far tornare a respirare?

Quarto Oggiaro.

Gioia ripensa alle parole di suo padre, mentre il treno prosegue con la sua corsa.
“Hai fatto male a lasciare la musica, avresti dovuto continuare”.
Mentre queste parole risuonano nella sua testa, nelle cuffie un’orchestra comincia a suonare e la ragazza per un attimo torna a quando da piccola, ma non così piccola, si sentiva parte di un grande insieme, quando le sue battute erano importanti per gli altri strumenti, quando il suo fiato dava vita ad altra vita, ad un’armonia.

Domodossola.

Perché tutto non poteva essere sistemato con la musica?
Perché le cose dovevano andare così storte, ma soprattutto perché la musica era uscita per un così lungo tempo dalla sua vita?
Gioia non se lo sapeva spiegare.

Aveva rinunciato a questa vita per investire il tempo in qualcosa che avrebbe dovuto funzionare, eppure tutto andava storto e il tempo le pareva così andare sprecato, buttato via, mentre quando lo riempiva con la musica questo tempo lo sentiva sempre pieno, sempre utile.
Cosa le aveva portato quel sacrificio?
Era servito a qualcosa rinunciare a un dono così grande?
Che senso aveva, ora, la vita, senza un briciolo di note?
Senza un briciolo di vita da creare?

Repubblica.

Quel jazz era così bello e rilassante che quasi le veniva da piangere.
La portava con sé in un mondo a sé stante, dove tutto era complicato, come il tempo, ma semplice, come le note.
E Gioia chiudendo gli occhi poteva vedersi ballare in un mondo di jazz, un mondo dove tutto quello che non va si trasforma in qualcosa di bello.
Perché è proprio questo che fa la musica: trasforma il dolore in vita, una vita a colori che aiuta ad andare avanti, a togliersi di dosso il fango dei fallimenti per ricominciare a camminare.
Solo ora capiva quanto fosse importante per lei questo, la musica d’orchestra.
E mentre i violini suonavano la loro parte, lei poteva vedersi lì, seduta tra i fiati, sorridente, ad aspettare che arrivasse il suo momento per suonare.

Porta Venezia.

Per poco non perse la sua fermata.
Riaprì gli occhi all’ultimo, poi si avviò ai tornelli un po’ malinconica e con un grande senso di vuoto dentro.
Si diresse a passi lenti verso la metropolitana, lo sguardo basso, due grandi interrogativi a pesarle sulle spalle.
Non era forse il caso di ritornare a suonare?
Non era forse il caso di riprendere in mano la vita per crearne di nuova?

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