Difesa – Manfredi Cartocci

Salutava cordialmente Lucia, la donna che la sera mangiava con lui, mentre questa si accingeva ad uscire dalla porta. Gli anni non avevano logorato il suo gusto per il vestire, ed apprezzava molto quei cappelli che le donavano un aspetto austero ed elegante: una vera signora. Pensò che in fondo aveva fatto bene a rifiutare l’invito dei figli a trasferirsi a casa loro in città: lì c’erano gli amici di sempre, la quiete dell’ambiente rurale, e tutto ciò che lo circondava gli sussurrava dolcemente al cuore i ricordi di tutta la sua vita. Una vita di vecchio stampo senza tanti fronzoli per la testa, vissuta con la schiena dritta e, come diceva sempre Emanuele, benedetta dalla dignità del lavoro.
Emanuele, questo era il suo nome. Un anziano signore che era cresciuto fra gli strumenti di falegnameria ed i trucioli del legno, e che come suo padre visse da falegname. In accordo con la moglie non impose né consigliò ai figli di fare lo stesso, e fu lieto di poter fornire loro i mezzi per poter studiare ed inseguire i loro sogni. Lo rattristava averli ora così lontani da sè, ma la loro riconoscenza ed il loro essere felici lo ripagava.
La moglie, Laura, purtroppo era morta tempo prima, e lui si era ritrovato solo. “Non così solo”, pensava Emanuele guardando le foto con gli amici del paese. Certo, qualcuno non c’era più, ma altri sì, ed erano le persone con cui in parte lo aveva costruito il paese. Il mondo cambiava ogni giorno, ed ogni giorno un pezzettino di quello che era il suo di mondo svaniva, lasciando il posto al nuovo. Ecco, quello era il motivo principale per cui era rimasto lì: in paese aveva la possibilità di continuare a vivere, in una certa misura, nella sua realtà; ed era all’interno di essa, che avrebbe voluto spegnersi. Fra gli odori ed i colori che lo avevano accompagnato per tutta la vita, si sentiva un po’ meno vecchio.
Passò una mano su un cassettone che aveva costruito molti anni prima. Il legno grezzo sul suo palmo stanco e grinzoso dava quasi la sensazione di non voler scorrere, come se la volesse afferrare quella mano, che tanto tempo fa lo aveva plasmato. Era una casa modesta la sua, piena di cose che avevano il loro valore nel significato, cose che, prima di avere un posto in casa, avevano un posto nel suo cuore affaticato. Una dimensione molto intima, e di cui si sentiva molto soddisfatto: tante persone, pensava, cercano il loro posto qua e là in giro per il mondo, ma è dove sono le tue radici, che devi costruire te stesso. Questo pensava, e forse era anche per questo che gli dispiaceva che i figli fossero andati via. Ciò nonostante, essi erano rimasti molto legati al luogo natio, sebbene i loro interessi ora fossero altrove. Con questi pensieri nella mente, e con altri ancora, si accingeva ad andare a letto, felice che un giorno, anche dopo la sua morte, i figli avrebbero sempre avuto un luogo amico in cui prendersi un momento di pace dalle loro frenetiche vite.

*

Si svegliò nella notte, preso dalla sete.
“Oh mannaggia” pensò tra sè “non ho proprio voglia di alzarmi” e si rigirò un po’ cercando di riprendere sonno. Un rumore insolito glielo impedì. Aprì gli occhi e tese le orecchie. Il rumore, ora che ci poneva attenzione, era per lui inequivocabile: lo scorrere dei cassetti del cassettone. Il cuore cominciò ad accelerare, e la sua mente appena destata cercava di elaborare la situazione.
“Oh santo cielo, i ladri!” cominciò a pensare, agitandosi ancora di più. Il respiro gli si fece pesante, ed agì spontaneamente sedendosi sul letto, e prendendo la pistola e i colpi che teneva in una scatola di legno sotto al letto. “Oh Gesù mio, ma perché? Oh chi è che ha diletto a derubar la povera gente?”.
Sentì ancora il rumore dei cassetti, e fu preso da un moto d’ira. Era come se il ladro stesse frugando, con brutte intenzioni, nella sua vita. Quella calda e protettiva intimità in cui si era cullato prima di addormentarsi stava venendo violentata senza alcun motivo accettabile. Si affacciò alla porta col cuore in gola, e si rese conto che il ladro era di spalle, impegnato a frugare nel cassettone. Quella vista gli fu insopportabile, levò la pistola, ma poi la mano gli si bloccò, tremolante.
“Che Dio mi fulmini, che Dio mi fulmini se sparo ad un uomo alla schiena, fosse questo il peggior cane dell’inferno” pensò mentre serrava la presa sulla pistola, tanto da farsi sbiancare le nocche della mano.
Una nuova fitta al cuore lo colpì quando vide il ladro prendere dal cassettone un pendente di sua moglie, ed infilarlo in un sacchetto. Non poté più indugiare, e per altro non voleva farlo.
Accese la luce, ed il ladro girò la testa di scatto.
Aveva il volto coperto, e si vedevano solo gli occhi.
– Alzati e girati, per Dio! Girati e scopriti la faccia! – gli intimò Emanuele con voce tremolante, il cuore fuori da ogni controllo, ed il respiro affannato. Il ladro si alzò, si girò, ma non si scoprì il volto. Valutò un momento la situazione e sbottò arrogantemente: – Coraggio vecchio non ti voglio sulla coscienza, tornatene in camera e lasciami finire -. E accompagnò queste parole con un gesto della mano.
Emanuele era incredulo. Non sapeva niente di quella persona, non sapeva niente di quel genere di persone, non aveva idea di cosa ci potesse essere nella testa di un ladro, né delle reazioni che poteva avere, ma quella gli parve fuori dal mondo.
– Ma … ma come ti permetti? Sei in casa mia sai? Vorresti fare anche i tuoi comodi? Vattene subito e lascia tutto quello che hai rubato! – urlò Emanuele fuori di sé, e subito dopo fu preso da qualche violento colpo di tosse.
Lo sguardo del ladro ora era completamente privo della sorpresa iniziale, e ad Emanuele sembrò che si fosse appena riempito di cattiveria. Una cattiveria che lo sconcertava, e che lo gettava in un baratro di orrore per la consapevolezza che esistessero persone così prive di una qualunque etica o morale.
Ciò che seguì accadde in un attimo: il ladro fece per avvicinarsi ad Emanuele, guardandolo dritto negli occhi.
Emanuele fu attraversato da mille pensieri, un lieve senso di malore, e un senso di ingiustizia che lo scosse da capo ai piedi. Pensò ai suoi figli, ai suoi nipoti, all’orrore che avrebbe provato sapendo che a loro era successa una cosa simile, all’odio che l’arroganza di quell’individuo gli suscitava, quasi che fosse lui nel giusto.
Si ricordò di avere la pistola in mano.
Furono uno, due … tre lunghi attimi. Tre rintocchi di campana, tre suoni di grancassa. Il rumore assordante degli spari svuotò la sua mente, e chiuse i suoi occhi. Quando li riaprì, gli sembrò di essere tornato nel mondo reale. Gli sembrò di essere uscito da quell’incubo in cui uno sconosciuto si sentiva padrone in casa sua, libero di minacciarlo senza alcun riguardo per la sua vita o per la sua libertà. Quasi che Emanuele dovesse farsi da parte, mentre una sporca anima priva di umanità si insinuava nell’intimità della sua casa, allungando le sue sudice dita sui ricordi di una vita.
Vedeva, ora , tornare l’umanità in quegli occhi perfidi. Ora che fissavano morenti qualcuno che aveva avuto il coraggio di dire loro “no”, di rimanere saldo nel suo mondo, mentre cercavano di trascinarlo in quello da cui provenivano. Spirava a terra in una pozza di sangue il ladro, mentre Emanuele cercava di calmarsi. Chiamò subito la polizia, deciso ad affidarsi a qualcuno, poiché si sentiva sfinito.
” E ora? Che ne è di me? Assassino, mi chiameranno? Oddio, che dolore per i miei poveri figlioli. Buon Dio, ma che dovevo fare? Maledetto, maledetto te. Ma chi ve lo insegna di andà a rubare nelle case altrui? “
Pensò Emanuele con concitazione, mentre il cuore gli ricominciò ad accelerare e la testa gli si annebbiò.
Svenne.

Manfredi Cartocci

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